Per scelta o costretti a rallentare

A una sobrietà dei consumi siamo arrivati gioco forza di questi tempi. Certamente questa dimensione sta dentro le tante linee di movimento della nostra società: da una parte siamo costretti alla sobrietà, dalla diminuzione del reddito, dall’altra comunque questo stile di consumo opulento e distruttivo non è pensabile che possa essere prolungato nel futuro, in quanto è insostenibile. Un cambiamento del nostro stile di vita, di consumo e di rapporto quindi con le risorse e col territorio, è urgente e necessario.
Il problema è se lo sceglieremo o se saremo costretti a farlo. Il problema è se dovremo funzionare con quella sorta di “pedagogia delle catastrofi” che finora in qualche modo ha governato lo sviluppo umano: se saremo cioè costretti a fermarci a causa di una qualche catastrofe, oppure avremo sufficiente razionalità, capacità di previsione e ragionevolezza, da scegliere un cambiamento di stile di vita volontariamente.

Siamo dentro la logica dei paradossi: la scelta di uscire dallo stile di vita in cui siamo e dal livello di consumo che questo comporta non può essere una decisione individuale. È un pò come uscire dalla droga, difficilmente se ne esce da soli, c’è bisogno di legame per cambiare stile di vita. Solo se si compensa la falsa gratificazione del consumo con una reale gratificazione compensativa e anche in qualche misura una forza collettiva del gruppo che ci accompagni in questo processo, potremo uscire coi nostri piedi da questa dimensione di vita attuale. L’altra possibilità è che ne veniamo espulsi brutalmente da una violenta crisi economica o da una violenta crisi ambientale o da una drammatica riduzione delle risorse fondamentali: energia e acqua.

Nel giro di pochi decenni allora bisognerebbe cominciare a costruire zattere di salvataggio collettivo. Però il processo attuale di individualizzazione della società fa a pugni con tutto questo discorso: gli individui soli sono individui distruttivi nel loro rapporto con il consumo, con l’ambiente, con il territorio e anche nei confronti degli altri.

[…] Noi viviamo oggi una dimensione dell’uomo nel mondo incompatibile non solo con la buona vita nel mondo, ma forse anche con la sopravvivenza stessa della specie. Tutta una serie di nostri comportamenti bellicosi ma anche pacifici rischiano di produrre seri danni alla nostra possibilità di sopravvivenza sui tempi medio-lunghi. Il tipo di uomo che si è prodotto in alcuni secoli di evoluzione della modernità con una accelerazione nel Novecento, cioè l’uomo consumatore distruttivo di oggi, non è un prodotto naturale, ma un prodotto artificiale di investimenti pubblicitari: sono cifre paragonabili solo a quelle delle spese militari, per produrre l’uomo devastatore di se stesso e del proprio ambiente. Quindi, come dire, credo davvero che questa antropologia degradata che abbiamo prodotto sia incompatibile con il contesto che abbiamo generato e cioè un mondo fattosi piccolissimo, uno spazio globale.

Ernesto Balducci l’aveva sintetizzato perfettamente nel libro “L’uomo planetario”: è avvenuto un passaggio dal mondo di ieri , il mondo delle tribù, al mondo di oggi, il mondo unificato. Il mondo di ieri era il mondo in cui l’umanità era segmentata per stati nazione e territori delimitati da confini precisi e anche religioni distinte; la dimensione dell’uomo planetario è quella attuale dell’uomo che vive nello spazio globale. In quel testo si sottolineava che o si faceva un salto antropologico e l’uomo e l’uomo delle tribù lasciava il posto all’uomo planetario, oppure saremmo entrati in un’epoca di frammentazione delle società, ma anche di guerre, di tensioni e di conflitti endemici, in un processo di crisi molto forte.

Si tratta di un compito impegnativo: è già molto difficile cambiare alcune leggi, figuriamoci gli stili di vita. È questo il vero problema, e temo che l’alternativa sia una sorta di pedagogia delle catastrofi. Se però vogliamo anticiparla, dobbiamo scommettere sulla natura razionale degli uomini.

Debbo dire che sono abbastanza convinto che ognuno nel proprio intimo sappia che così non si può andare avanti. Credo che sia un sentimento diffuso, solo che è un sentimento che vive nei singoli senza comunicarsi; questa sensazione non prende forma nello spazio pubblico, ma rimane confinata nella convinzione privata e spesso inconfessabile di ognuno di noi. Aprire spazi pubblici dove questa forma di comunicazione possa avvenire e incominciare a costruire isole di convivenza anche se in un deserto di relazioni io credo che sia un’impresa non così difficile e forse anche utile.

stralci di un’intervista a M. Revelli, pubblicata da Animazione sociale 4/07, il mensile del Gruppo Abele

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