La felicità su un Suv

Misurare la felicità degli individui e dei gruppi sociali sarebbe un esercizio esposto a rischi di fallimento concettuale, oltre che di capziosità.
Tuttavia, rovesciando l’approccio e procedendo per esclusione, si può cominciare a tracciare almeno un contorno sfumato della questione.
Mettiamo, per esempio, di escludere che si possa essere felici quando non si sa se il mese dopo i soldi disponibili basteranno a sbarcare il lunario.

O chiediamoci se lo si possa essere avendo un lavoro che garantisce, almeno, il pane ma nega decisamente molta libertà e condanna a un sicuro logoramento psicofisico.
Oppure, immaginiamo di appartenere a lla minoranza danarosa, ma nel frattempo, dai e dai, seduti su un Suv gigante dentro città-camere a gas, si finisce in preda alla dilagante epidemia di cancro che si accompagna all’espansione sfrenata del modello consumista. Al massimo potremo curarci meglio.
In altre parole, possiamo farci un’idea sulla divergenza, ormai messa a nudo da numerosi studiosi, fra gli strumenti di quantificazione della salute economica e le reali condizioni di benessere delle società [il “Rapporto Quars” della campagna Sbilanciamoci!–vedi pagina 29–è uno degli esempi più noti e più utili per mettere in discussione le misurazioni della felicità secondo i dogmi liberisti del Pil].

Il Prodotto interno lordo nazionale pro capite indica infatti una crescita che avviene, però, a danno sia della salute pubblica sia dell’ambiente naturale i cui guasti [a comincira edall’ormai noto effetto serra], a loro volta, si abbattono con nocività variabile sul corpo sociale e in genere i primi a soccombere, tanto per cambiare, sono i meno abbienti.
Così, un mercato che registra aumenti di produzioni di automobili e di carri armati, viene celebrato come un dato positivo sull’altare della crescita economica e dei suoi rigidi dogmi: ma la realtà empirica potrebbe essere un Paese coinvolto in un conflitto bellico o devastato dalle polveri sottili e altri simpatici effetti collaterali del modello neoliberista.
A tal proposito, giusto per menzionare uno slogan che va di moda in questi giorni, verrebbe da chiedersi se la “questione settentrionale” sia data più dalle urgenti liberalizzazioni della pizza al taglio o dalla “Zona rossa”, fra le più contaminate d’Europa, che segna larga parte del nord d’Italia, fra industrializzazione selvaggia e traffico impazzito.

Sia pure annacquata nella perdita contemporanea dell’idea di “limite” e di “senso” dell’agire umano, dicono alcuni osservatori, emerge quanto meno la necessità di distinguere tra “progresso”, inteso come avanzamento del benessere diffuso [in cui la soggettività non diventi negazione di quella altrui], e “sviluppo”, cioè mero accoglimento dei processi mercantili [la logica per la quale il nostro stare bene dipende ineluttabilmente, per esempio, da un treno ad alta velocità che sfreccia tra Lisbona e Kiev passando per la Val di Susa].

Qualche strumento utile alla riflessione attorno a questi temi, quanti scomodi ed elusi, dovrebbe venire da convegni come quello promosso lo scorso fine settimana alla Certosa di Pontignano, dall’Università di Siena, dal titolo “Politiche per la felicità”, Economisti, sociologi e psicologi si sono confrontati, con sana declinazione interdisciplinare, su una delle grandi rimozioni della nostra epoca.

Incontri, seminari, convegni come quello promosso dall’università di Siena–eventi che i grandi media continuano a ignorare, ma che sono sempre più numerosi e che coinvolgono non solo ricercatori universitari, ma anche singoli cittadini, reti sociali e amministratori pubblici–potrebbero davvero aiutarci a chiederci se c’è speranza che all’infido Prodotto interno lordo, un giorno, si sostituisca la Fil [Felicità interna lorda] o il Bil [Benessere interno lordo].

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