La terra sotto i pc

I profeti della nuova modernità hanno voluto annunciarci un mondo etereo, quello dell’ether-internet che ci farebbe accedere a una comunicazione senza inquinamento. Il sogno di un beneficio senza controparte è rilanciato. “Utopia della comunicazione” come lo denunciava già Philippe Breton, ma utopia che, attraverso i media, scurisce il senso comune e diventa un’ideologia efficace per confondere le piste.
Il grande volo delle scienze nel diciannovesimo secolo porta l’imprigionamento della potenza del fuoco nella macchina a vapore. Salta fuori così la scoperta dell’elettricità. Questa elettricità è inseparabile del magnetismo, poiché ci si accorge molto presto che la dinamo che produce la corrente utilizza i campi magnetici. È tuttavia con il telegrafo, percorso da corrente a debole intensità che si realizzerà la prima comunicazione istantanea nel 1850. Il telegrafo ha bisogno di molta materia per propagare i suoi segni, in particolare fili, cavi e pali, oltre all’energia. Era allora ben visibile che l’informazione si basava su una sostanza fisica. Un po’ più tardi, la scoperta delle onde elettromagnetiche fatta da Maxwell, instaurerà una novità: il trasporto dei segni diventerà visibile.

Questo mondo è a prima vista paradossale: la calamita che gira nella bobina produce una corrente ma l’elettricità indotta va, attraverso artefatti emettitori, diventare un’onda che un ricettore trasformerà in segni. La produzione elettrica impone quindi il consumo di energia a ogni tappa della trasformazione in segni.
I cavi, i satelliti, e il pc, con i suoi chip, non cadono dal cielo ma vengono costruiti in fabbriche ben terrestri. Una strumentazione sofisticata è quindi necessaria perché possiamo aver accesso a questo mondo invisibile. Questo processo è lungo e costoso.

Il discorso dei profeti del cyberspazio si basa sulla pretesa “dematerializzazione” che il progresso tecnologico genera naturalmente dall’era elettronica. Se si crede a questi parolai, buona parte dei servizi e delle merci sarà sostituita da operazioni virtuali. La posta elettronica, immagine che viene spesso usata, è un esempio molto discutibile, poiché si paragonano modi di comunicazione. Questo tipo di falsa contabilità ci spinge a sottometterci a tutte le evoluzioni teconologiche.

Inoltre, la veloce obsolescenza del materiale accelera la domanda, che continua a crescere in modo sostenuto. Secondo uno studio recente, questi chip richiedono molti prodotti chimici–72 grammi–, l’equivalente di di 1,6 chilogrammi di petrolio e 32 litri di acqua per la loro fabbricazione. Si può quindi parlare di materializzazione secondaria a proposito di queste tecniche.

Altri studi mostrano che i centri di trattamento dati sono molto golosi di energia. Secondo Mills il settore informatico consuma il 18 per cento dell’elettricità degli Usa, e l’infrastruttura di internet, secondo il Wuppertal institute, il 4 per cento dell’elettricità della Germania. Secondo uno studio statunitense, lo schermo Lcd di un computer recente di misura media consuma 317 kWh durante il suo ciclo di vita, se si molteplica per 317 il numero di computer in servizio nel 2006, fa 317 miliardi di kWh.

Inoltre i residui di questa industria rappresentano secondo i dati della Comunità europea. Sappiamo che questi rifiuti sono estremamente tossici poiché contengono metalli pesanti [mercurio, nickel, cadmio, arsenico, piombo] e metalli preziosi. Il materiale scaduto è mandato, come molti prodotti tossici, fuori dai paesi ricchi. Esiste perfino una provincia, in Cina, quella di Guandong, che si è fatta la fama di cimitero di pc. Il bilancio energetico si appesantisce pesantemente se al consumo elettrico durante la corta vita dell’oggetto tecnico, e alle spese energetiche legate alla sua fabbricazione, si deve aggiungere anche il trasporto fino al paese spazzatura. Per pensare la decrescita, bisogna quindi ripensare l’informatica e il cyberspazio, ma come?

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