Ma spegnere San Paolo è sbagliato

São Paulo del Brasile è una delle più vaste aree metropolitane globali. E’ capitale di uno stato omonimo il cui prodotto interno lordo è maggiore di qualsiasi altro stato dell’America Latina e il suo conurbamento diffuso (sprawl), sempre più unificato con Rio de Janeiro, supera i 30 milioni di abitanti. Se si vuole capire São Paulo, bisogna entrare dentro alcuni indicatori che la rendono metropoli: un costante movimento di ogni sua parte; l’impossibilità di qualsiasi pianificazione urbanistica; il piacere verso il cemento armato “puro” e l’innovazione architettonica; l’estremo antropofagismo verso le differenze culturali che, dalle loro varie origini, vengono processualmente rimasticate.

Come ogni area metropolitana formatasi nell’era industriale, anche São Paulo sta transitando verso qualcosa di ancora poco definibile per cui si utilizza il termine di post-industriale. Questo processo è visibile nei mutamenti urbanistici che la rendono policentrica e che ha fatto sì che, accanto al primo “centro” antico e al secondo centro finanziario disteso sull’avenida Paulista, sia emerso un terzo centro appunto post-industriale lungo l’asse dell’avenida Berrini, dove grattacieli e di ogni tipo sono nati come funghi negli ultimi anni, accanto a uffici, negozi, locali notturni e grandi shopping center.

Questo mutamento – che intreccia urbanistica e architettura, processi economici e stratificazione di classe, mutazioni nei consumi e negli stili culturali – ha un’ulteriore accelerazione nella comunicazione visuale: così, São Paulo sta diventando metropoli comunicazionale. Questo panorama mobile e luminoso paulistano da tempo si esprime con estesi video a colori in un mix di pubblicità, informazioni, mini-storie; grandi outdoors che ridisegnano la sensibilità compositiva dei flussi urbani, sia su carta che su schermi, spesso sequel che nelle grandi arterie raccontano storie legate a personaggi dello sport o dei media. O della religione con manifesti diffusi dalle chiese protestanti (tipo Igreja Universal) che cercano di convertire indecisi automobilisti a diventare fedeli con ossessive minacce contro la peccaminosità del mondo. Infine enormi immagini di “esseri” spesso in mutande che, affacciati dai lati senza finestre di ogni edificio, osservano i movimenti dei cittadini.

Questo tipo di inflazione di segni (sign-flation) che caratterizza la comunicazione visuale di ogni metropoli si intreccia con altri due problemi ecologici: quello acustico e quello – di gran lunga peggiore – di un’aria irrespirabile. Putroppo il comune paulistano non controlla questi due eccessi inquinanti in espansione causati da una industria ancora determinante e da un traffico micidiale, considerando che nell’intero Brasile non esistono ferrovie e tutto il movimento delle merci avviene per strada. La respirazione è spesso difficile per cui, anche quando il cielo è sereno, sopra la città si adagia un cupo cappello scuro composto dei peggiori veleni inquinanti che rendono a gripe (cioè raffreddore, mal di gola, tosse) la malattia più normale dei paulistani.

Da questa prospettiva, tra i tre tipi di inquinamenti – visuale, acustico, respiratorio – il primo mi sembra quello più divertente, quasi una gioco di segni che investe, modifica e a volte orienta il movimento urbano. Infatti questa metropoli non ha chiari punti di riferimento ed è un esempio vivente di quella che Koolhaas definisce junkspace, cioè una “città generica” caratterizzata da una estrema mobilità di “spazi-spazzatura” che mutano il senso classico di storia e identità: un termine che, anziché dare un giudizio di valore basato su un passato sedimentato, cerca soluzioni alle espansioni demografiche, architettoniche, comunicazionali connesse al consumo. Anche per Koolhaas la nuova metropoli è mutante per il consumo e la comunicazione non per l’industria.

Spegnere la città – anche se solo nella pubblicità selvaggia – mi sembra non tanto una operazione sovietica che arriva in ritardo, quanto una incapacità diffusa tra molti teorici e politici paulistani (e non solo) a cogliere tali molteplici sensi comunicazionali espansi nelle aree metropolitane su cui indirizzare sfide specifiche, piuttosto che dirigismi datati. Un moralismo diffuso tra ceti medi scolarizzati, spesso laureati o liberi professionisti, che una grande coreografa definisce hippy-endinheirado: ex-figli dei fiori in ascesa sociale, che non hanno mai vissuto in campagna, tecno-professionisti della gentrification, pubblicitari semi-pentiti (Roberto Tripoli, presidente del consiglio municipale, è un pubblicitario). Tale moralismo diffuso, pseudo-ecologista, anti-modernista, romanticamente allacciato all’infanzia perduta porta avanti questa legge, per ricreare una sorta di purezza ambientalista: ma lasciando intatto ogni inquinamento classista emesso da chi detiene il potere economico di São Paulo, cioè quello vetero-industriale che produce merci e le sposta con enormi trucks. Cioè una anti-Las Vegas che – proprio in quanto negativo – la replica negli aspetti spenti.

In questo senso è una legge ipocrita, anti-metropolitana, che vuole restaurare la metropoli nella condizione di “come-era-una-volta”, trascurando (oltre agli altri inquinamenti) il vero problema: sviluppare un’offensiva verso la dimensione visuale caratterizzata non tanto da una datata censura, quanto da stili esteticamente innovativi. Una comunicazione visuale che accenda la metropoli verso immaginazioni sensoriali tra un presente e i molti futuri possibili.

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