Dalla padella di Berlusconi alla brace di Padoa-Schioppa… O viceversa, se vi suona meglio. D’accordo che Berlusconi è stato il peggio del peggio di quanto ci potesse capitare. D’accordo che per levarlo di mezzo è stato ben fatto che si mettessero insieme quanti gli davano contro, per differenti che fossero le loro idee. D’accordo che queste diversità non potessero poi non pesare sull’esperienza di governo in comune. D’accordo su tutto. Però…
Se ricordate, la prima cosa che fece Prodi al governo fu proprio di affidare a Padoa-Schioppa l’economia del paese. “E’ un grande banchiere–avrà pensato–sa tutto delle direttive europee, da quel lato lì almeno potrò stare tranquillo”. Errore normale per un personaggio nutrito esso stesso soprattutto di cultura economicista e bancaria. Ma errore gravissimo. Al di là delle chiacchiere, infatti, quel neo-ministro lì s’è occupato soltanto del rientro del deficit nel 3 per cento, considerando evidentemente tutti gli altri problemi–equità fiscale, servizi civili, welfare e quant’altro–entità trascurabili, cui fosse sufficiente dare risposte a parole. Mentre dopo cinque anni di Berlusconi noi cittadini ci saremmo aspettati quantomeno un sistema di tasse più equo. Ma soprattutto più chiaro.
Non “meno tasse per tutti” [sarebbe un assurdo, con l’aria che tira] ma un’estensione della “quota esente” a fasce più vaste di redditi minimi, riduzioni più consistenti per quelli che il minimo lo superano di poco, portare le tasse sui redditi più alti almeno al livello dei maggiori paesi europei… Tutto questo però con stacchi tra l’una e l’altra fascia abbastanza consistenti [specie per quelle inferiori]: che la differenza risulti direttamente apprezzabile e non si riduca al prezzo del cappuccino con o senza cornetto. Dopo di che si articolino pure, all’interno delle singole fasce, le differenze di trattamento ulteriori tra chi ha famiglia e chi no, a favore dei nuovi figli e quant’altro. Ma dopo aver fatto percepire con chiarezza agli interessati l’entità sostanziale di vantaggi e svantaggi. Di questa sensibilità Padoa-Schioppa s’è dimostrato particolarmente carente. Tanto da far apparire la finanziaria più che altro come un groviglio di nuovi fastidi per i cittadini, con la sola certezza di dover sborsare quattrini per sottostare agli impegni con l’Unione europea. E senza curarsi nemmeno del ragionevole suggerimento di contrattare la ripartizione su due anni del rientro nel 3 per cento del debito pubblico.
Che dite? Che in tutti i casi non sarebbe bastato? Che l’esiguità delle somme spendibili con questa striminzita riforma fiscale non avrebbe portato comunque a gran risultati? Il fatto è però che noi ambientalisti andiamo indicando da tempo anche scelte diverse. La “Tobin tax” sui movimenti di capitali, ad esempio. E un’applicazione puntuale del principio “chi inquina paga”.E più tasse sui carburanti per le attività di trasporto superflue e/o nocive [dai Tir ai Suv, alle auto extralusso alla “nautica da diporto”, e far pagare di meno quelle più necessarie: le ferrovie, per l’appunto, e il trasporto di merci via-mare, e la pesca… Vedete che possibilità di rimpolpare ancora le entrate fiscali ci sono.
E tuttavia non è ancora questa la vera sostanza dei nostri problemi. Il fatto è che noialtri seguitiamo a ragionare in base a logiche legate in un modo o nell’altro agli aumenti del Pil. Meglio l’impostazione governativa attuale di quella berlusconiana, d’accordo: quello badava soltanto ai propri interessi fregandosene di tutto il resto, sistema democratico incluso. Questi altri hanno a cuore tanto il futuro della democrazia quanto la prosperità del paese… Il guaio è che le strade dell’uno e dell’altro, di fatto, sono ugualmente sbagliate.
La prova la troviamo su La Repubblica del 5 dicembre scorso, su cui Antonio Cianciullo riferisce le analisi delle Nazioni unite, secondo le quali negli ultimi 15 anni le zone desertiche del nostro pianeta sono aumentate del doppio, così che adesso metà della Terra non è più abitabile. L’aria di Pechino ad esempio–la capitale del maggior paese emergente cui tutti guardiamo con ammirazione e reverente timore–a tratti diventa praticamente invivibile per le nuvolaglie di sabbie desertiche portate dal vento… E in un ambiente planetario in così rapido e grave deterioramento, noialtri tutti nel mondo, da destra a sinistra, andiamo blaterando ancora di crescita, di competitività, di aumenti del Pil?
Vedete che il cambiamento che occorre è radicale. Altro che le polemiche in astratto tra crescita e decrescita. La sola cosa veramente necessaria sarebbe un’intesa mondiale per arginare per quanto ancora possibile il deterioramento ambientale. E in quest’ottica il problema non sarebbe più quello di crescere o non crescere ancora, ma di distribuire fra tutti gli esseri umani, con più equità e più parsimonia possibile, quel che la Terra potrà ancora darci mentre ci arrabattiamo a rimetterla in sesto. E’ qui che stanno le cause profonde dei nostri disagi.
Intanto però i nostri giornali riempiono pagine e pagine con le stupidate d’un Pier Ferdinando Casini che dà del baluba a qualcuno… Come diceva il proverbio latino? “Quos deus vult perdere amentat”. Vedete che su quella strada, purtroppo, siamo già un bel pezzo avanti.






