Quando immaginiamo una città, pensiamo a luoghi o monumenti specifici: Roma viene identificata con il suo centro storico, Milano con i negozi del triangolo della moda, New York con Manhattan. Tuttavia, le città si estendono per chilometri e chilometri, inglobando aree che apparentemente non hanno nulla in comune: zone abbandonate, parchi, giardini, industrie dismesse, centri commerciali, parcheggi, magazzini, discariche. La città è dovunque e in ogni cosa: è un mondo urbanizzato, una catena di aree artificiali collegate fra loro da corridoi di comunicazione. In un certo senso, l’impronta della città si trova anche in campagna, sotto forma di pendolari, turisti, telelavoro. Dal punto di vista degli stili di vita, tutto il territorio è ormai città. Ma di che città si tratta?
I grandi teorici della città di inizio Novecento, da Patrick Geddes a Lewis Mumford, a Louis Wirth, tendevano a considerare la città un organismo. Dietro il clamore, lo scompiglio, la confusione e il disordine della vita urbana, si percepiva una certa integrità organica: la città veniva vista come un organismo delimitato in cui prendeva corpo un particolare stile di vita con una particolare gerarchia sociale e spaziale. Come la storia ha dimostrato, non si trattava necessariamente di città ideali. Dietro ognuna di esse era però possibile scorgere un più generale disegno di collettività.
Nella città odierna, la coerenza interna di un progetto collettivo sembra essersi perduta irrimediabilmente. L’idea stessa di una sua crescita illimitata ha livellato le sue identità e ampliato le sue paure. A ben vedere, la repellente crosta di cemento e asfalto di cui parlava Antonio Cederna, il gigantesco blob che avvolge e cancella tutto ciò che incontra nel suo irresistibile cammino, non è poi estraneo alla “città panico” che descrive Paul Virilio: la più grande catastrofe del ventesimo secolo, “questa megalopoli che si crede il centro, l’’omphalos’ di un’umanità finalizzata; questa metacittà che non ha più [realmente] luogo”.
La perdita di naturalità e di biodiversità, lo spreco di risorse fondamentali quali l’acqua, la terra, l’energia, l’aria, il progressivo affidare il soddisfacimento delle esigenze umane a tecniche sempre più lontane dalla natura, e perciò meno affidabili e controllate, preludono allo scoppio della “bolla metropolitana”: bolla finanziaria, bolla immobiliare, bolla delle nuove tecnologie dell’immagine e della comunicazione che avranno soprattutto comunicato la rovina e il disastro. La catastrofe è diventata improvvisamente una categoria del pensiero comune, insieme alla consapevolezza dell’innegabile responsabilità umana: il prevalere delle ragioni di mercato su quelle della società e dell’ambiente.
La divaricazione assoluta della curva di crescita della città rispetto a quella della popolazione è documento e metafora di uno sviluppo urbano ormai completamente slegato da quello dei bisogni e dei desideri degli abitanti. Secondo un recentissimo rapporto dell’Agenzia europea dell’ambiente, fra il 1990 e il 2000 in Europa sono stati urbanizzati più di 800 mila ettari di suolo, un’area tre volte più grande del Lussemburgo: una crescita di spazio urbano in una situazione di sostanziale stallo demografico.
Nulla. della crescita impetuosa delle nostre città. è riconducibile alla nostra quotidianità, alla banalità della “vita di tutti i giorni” nella quale oggi è circoscritto lo spazio-tempo della città. Proprio da qui, dall’urbanesimo del quotidiano è necessario reclamare con forza un nuovo diritto alla città. Questo, come spiega Henri Lefebvre, “non può essere concepito come un semplice diritto di passaggio o come un ritorno a città tradizionali. Può solo essere formulato come un diritto a una vita urbana trasformato e rinnovato”. Nel panorama cupo delle catastrofi evocate, la speranza è affidata a chi difende, insieme al diritto alla città, il diritto alla libertà, all’individualizzazione nella socializzazione, all’ambiente e all’abitare. Partire da qui significa ricostruire la città nel rapporto tra la società e il suo habitat. Significa considerare la città nella sua dimensione politica come in quella fisica: un bene scarso che appartiene a tutti.
Nell’appello lanciato da Riccardo Petrella per reinventare la Res Publica, pubblicato in ottobre su Carta e il manifesto, varrebbe la pena inserire ciò che una volta era considerato il bene comune per eccellenza: la città.






