È il caso di chiedersi se i decisori politici hanno recepito l’allarme della comunità scientifica sui cambiamenti climatici. A parole sembra di sì, ed infatti si moltiplicano gli appuntamenti per discuterne. Nella pratica, invece, questi incontri non producono alcuna decisione operativa e vincolante. Il recente summit di Nairobi dell’Onu conferma questa inquietante dissociazione fra parole e fatti. Dopo una settimana di discussioni e trattative, i 180 governi hanno solennemente deciso di rinviare al 2008 le scelte strategiche e di stanziare un po’ di dollari per aiutare le popolazioni colpite dalle cosiddette calamità “innaturali”. A questa insopportabile e indecente politica del rinvio si contrappone una crescente materializzazione delle previsioni dell’Ipcc, l’istituto meteorologico mondiale: i ghiacciai si sciolgono davvero, aumentano gli uragani, sale il livello dei mari e si estende la desertificazione, ciò che fa prevedere oltre 200 milioni di profughi ambientali. Eppure, tutto ciò non è bastato a smuovere i decisori politici, sia di destra sia di sinistra.
Stupisce, questo immobilismo della politica, perché questa volta l’allarme sul cambio di clima non è venuto solo dalla comunità scientifica, ma anche da un economista, come Stern, il quale sostiene che costa di più non intervenire che farlo. I fatti spiegano più delle parole: in questi anni le emissioni mondiali che alterano il clima del pianeta sono aumentate e non diminuite. Cosa si sarebbe dovuto fare per ridurle era noto. Era necessario mettere in discussione il dogma dell’eterna crescita economica e portare il mondo fuori dalla dipendenza dalle energie fossili non rinnovabili. Perché non lo si è fatto? Perché i decisori politici hanno giudicato si trattasse di interventi troppo costosi e impopolari. Soprattutto, va aggiunto, perché avrebbero colpito i corposi interessi delle grandi multinazionali del petrolio.
Le responsabilità di questa situazione sono facilmente individuabili. L’unica superpotenza rimasta, gli Usa, ha preferito fare la guerra preventiva per il controllo delle risorse petrolifere che assumere la leadership della lotta all’effetto serra. Così come grandi potenze emergenti, come Cina ed India, hanno scelto di incamminarsi sulla strada della crescita illimitata mettendo la sordina ai problemi sociali ed ambientali. La stessa Europa, pur determinante per la firma del Protocollo di Kyoto, non si è posta alla testa di un progetto di fuoriuscita dalle energie fossili e dal nucleare.
A tutto ciò ha sicuramente contribuito la subalternità del nostro paese agli Usa, sia sull’Iraq, sia su Kyoto. Anche qui i fatti parlano chiaro: dovevamo ridurre le emissioni, rispetto a quelle del 1990, del 6,5 per cento ed invece le stiamo aumentando del 13. Siamo in altre parole in controtendenza per oltre 90 milioni di tonnellate, che la comunità europea multerà pesantemente, ammende che troveremo sicuramente riversate nelle nostre bollette. Le responsabilità di Berlusconi sono note, ma dal governo Prodi non sono venuti, fino ad ora, segnali di un’inversione di tendenza significativa. Non si intravedono facce nuove alla guida delle industrie energetiche del paese né un progetto che ci porti fuori dal petrolio e dalle fonti non rinnovabili, nucleare compreso. Non ci sono novità significative, nel piano presentato alla Comunità europea sulle emissioni delle aziende più energivore: di certo è più restrittivo di quello ridicolo presentato da Berlusconi, ma ancora troppo permissivo con l’Enel e i suoi progetti sul carbone. Così come non ci sono scelte radicali per ridurre le emissioni del settore trasporti, né sul piano di una maggiore intermodalità né sui nuovi carburanti da biomassa. Infine, il disegno di legge delega sull’energia del ministro Bersani è molto deludente e non sospinge sicuramente il paese verso un futuro energetico basato sulle fonti rinnovabili e sul risparmio energetico.
Certo ci sono misure nella finanziaria a favore dell’efficienza, così come, prima o poi, verrà finalmente emanato il provvedimento sul conto energia per incentivare il solare fotovoltaico. Ma, non c’è dubbio che la scelta che sta prevalendo è quella di legare per un lungo periodo il paese alle energie fossili e al modello monopolista e centralizzato che conosciamo. Non lo confermano con evidenza gli accordi trentennali con la Russia e la Libia sul gas? E non la dice lunga che, nonostante questi accordi, si punta anche a farne arrivare via nave per rifornire i numerosi rigassificatori previsti? E’ veramente difficile dire che questo sia un paese impegnato a recuperare i ritardi accumulati sul solare. E funzionali a questo impianto sono le scelte di ulteriore liberalizzazione e privatizzazione del settore energetico previste da Bersani.
Ciò che non si dice è che queste proposte ci allontanano dalla realizzazione di Kyoto e da qualsiasi protagonismo futuro nella lotta ai cambiamenti climatici. Proviamo a costruire una forte mobilitazione sociale non solo per respingere questa politica energetica, ma per affermarne una alternativa e rinnovabile.






