Il panda e il sole che ride

SE AVETE GIA’ COMPIUTO trent’anni, ricorderete senz’altro le teorie di Dyane e Centoventisette posteggiate lungo i marciapiedi, i portelli posteriori fioriti d’adesivi con la faccia di Jagger, Morrison e, immancabile, la sticker tonda con il Sole-che-ride.

“Nucleare? No grazie”, era la semplice ma efficace didascalia che correva arcuata lungo il bordo inferiore dell’adesivo, e in quel mondo all’inizio, attenti come devono essere attenti i cuccioli, prendevate nota del fatto che il nucleare doveva essere qualcosa di molto brutto.

Col passare del tempo, hai imparato a riconoscere quella versione stilizzata e quasi irsuta del Sole, capace di confondersi nella memoria con le fattezze dell’ex beniamino di carta Barbabarba, in una quantità di interpretazioni e comparsate: intento a spezzare un missile come fosse un grissino al grido di “Pershing e Cruise? No grazie”, e ancora disegnato col gesso sui muri, ciclostilato su manifestini A4 che protestavano contro lo smog. L’amico Sole conduceva battaglie che ti apparivano sacrosante, ed è stato un colpo ritrovarlo gigantesco sui manifesti elettorali. A quel punto, però, si capiva che era stato un po’ addomesticato, anche dal punto di vista grafico, e se pure diceva no a qualcosa, non ringraziava quasi più. Era cambiato, si era imborghesito e rifatto il look [come tutti in quegli anni], ma le sue battaglie erano sempre le stesse, affini a quelle di un’altra icona che ti stava a cuore, il Panda più famoso del mondo.

Il Sole e l’inossidabile Panda, il rispetto della natura e la voglia di giocare all’aria aperta, le gite fuori porta a raccogliere castagne e il diritto di nuotare in un mare pulito: in quell’epoca tutto si teneva insieme, e non c’era dubbio su dove stesse il bene e dove il disastro. Specialmente se la tua era una famiglia che fino a trent’anni prima viveva della propria terra. Zappatori e piccoli proprietari, maestri di campagna, cantonieri e figli cadetti destinati a diventare parroci del paese vicino: nel tuo albero genealogico c’è il presepe completo del mondo rurale, un’Italia arrivata al Ventesimo secolo senza aver mai preso in considerazione l’idea di lavorare nell’industria. Mani callose, ma non di chiavi inglesi: di vanga e aratro, spallacci di gerle e redini di biroccio.

E se pure quando sei arrivato tu abitavate in città da un pezzo, nessuno dubitava che la salvezza della natura passasse attraverso i gesti minimi, come gettare la carta del gelato nel cestino, e così era facile detestare, senza conoscerne neppure uno, gli industriali inquinatori e i patiti della doppietta, così come i trafficanti d’avorio, di cui avevi notizie dai fumetti, e i Biechi Blu del cartoon Yellow submarine.

Erano ancora lontani i giorni in cui avresti ascoltato le rimostranze di chi in campagna c’era rimasto. La diffidenza verso la perfetta coscienza ecologista di voialtri cittadini si esprimeva in maniera subdola e multiforme: “Servono anche le fabbriche, altroché” ti lasciavano a bocca aperta. “Con la bellezza della natura mica arrivi a fine mese”. Il mondo che la tua famiglia aveva lasciato trent’anni prima non esisteva più. Adesso anche la provincia era fitta di industrie e capannoni, solcata ogni giorno da camion di corrieri con la targa di paesi lontani. Le tue certezze cominciavano a incrinarsi. Forse non c’era più, almeno per te e i tuoi, nessuna Arcadia in cui tornare una volta fatta fortuna in città. “Adesso è arrivato il benessere anche laggiù” scuoteva la testa tua nonna. Non valeva la pena di guardarsi indietro, e se lo diceva lei che c’era cresciuta davvero, a piedi nudi fra i campi, nessuno dei figli avrebbe alzato la voce per contrariarla.

E poi dovevi ancora fare i conti con una quantità di paradossi: le immagini di tonnellate di arance e pomodori schiacciate con le ruspe per non abbassare il prezzo di mercato, le malefette al metanolo di vinificatori criminali, gli agricoltori diretti schierati contro le coltivazioni biologiche. Così ti sei dovuto arrendere all’evidenza che le radici sono state recise, e tu, della campagna, non sai niente. È dura da accettare, che quel patrimonio di sapienza pratica sia andato disperso, e forse l’ultimo riflesso ancestrale si manifesta nella consultazione assidua delle fasi lunari, in determinati affioramenti di proverbi e filastrocche conosciute da sempre in dialetto.

Quello che resta da fare, nel secolo dello spazio misurato in pixel, è restare in ascolto per quanto possibile del ritmo delle stagioni, e non dimenticare che siamo cittadini e non sudditi. “La rivoluzione comincia davanti allo specchio”, non ci si stanca mai di ripeterlo, e allora la differenza dev’essere nei piccoli gesti quotidiani: più attenzione ai consumi e allo smaltimento dei rifiuti, una conoscenza più approfondita del territorio reale, lontano dai non-luoghi di transito come le strade ad alta percorrenza su cui spendiamo ore ogni giorno. Ci sono nobili battaglie che si possono condurre a distanza, come quella che decine di autori e centinaia di migliaia di lettori hanno intrapreso aderendo alla campagna Scrittori per le foreste, lanciata da Greenpeace a favore dell’impiego nell’editoria di carta riciclata senza impiego di cloro e contro la deforestazione selvaggia.

E poi ci sono i passi, cauti e goffi come quelli di un bambino, che ciascuno di noi può compiere lungo strade di collina. Strade che diventano in fretta sentieri e guadagnano quota al riparo della boscaglia. All’inizio può sembrare strano, scegliere il proprio corpo come misura dello spazio senza trovarsi nella musica soffusa di una palestra. Passo dopo passo, però, sentiremo di fare ritorno a una dimensione più libera e profonda, in comunione con tutti gli antichi che hanno risalito il medesimo crinale con il timore nel cuore e una canzone sulle labbra. Solo così, imparando da capo a camminare e confrontandoci a viso aperto con la fatica e il vento, la salita che conduce a un nuovo orizzonte e il conto alla rovescia delle ore di luce, potremo imparare da capo cosa significhi natura, e quanto sia delicato l’equilibrio che regge la terra.

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