Vi sarà capitato di passare davanti a una scuola in orario di fine lezioni: automobili dappertutto, con dentro un genitore in attesa che il figlioletto spunti da uno zaino ricolmo.
La scena non è caratteristica delle sole metropoli: ormai anche nelle cittadine e addirittura nei paesi si vedono madri e [meno spesso] padri dagli sguardi nervosi che aspettano nelle vetture, magari enormi e col motore acceso. Al mattino, stesso copione, ma con i piccoli sedentari che escono dagli abitacoli famigliari.
Secondo dati Ue quasi il 40 per cento degli scolari italiani viene accompagnato in macchina e stando alle stime diffuse da alcuni Comuni, il fenomeno determina una crescita del traffico di un terzo nelle fasce orarie interessate [che coincidono in parte con quelle di massima intensità]. Inoltre, sale il bisogno di mobilità per attività extrascolastiche, cui si risponde spesso con il ricorso al mezzo privato.
Gli effetti non si limitano al pur grave inquinamento: si riverberano sulle vite stesse dei bambini e dei ragazzini, limitandone le occasioni di socialità, di attività motoria [l’obesità aumenta] e di contatto con il territorio. Per molti di loro camminare è diventato un lusso, sono sballottati a quattroruote secondo i ritmi cui vengono costretti genitori acrobatici, in equilibrio precario su una nevrosi. Tempi e modi di vita si comprimono sull’altare del mercato, alla perenne ricerca dello “stare meglio” dimenticandosi dello “stare bene”, giusto per citare Ivan Illich.
La negazione della mobilità è un disagio che i bambini percepiscono chiaramente, come emerge da indagini svolte nelle scuole: il desiderio di muoversi a piedi o in bici è diffuso ma non di rado finisce mortificato. E la motivazione prevalente di questo fallimento va condotta alla mancanza di sicurezza nel percorso casa-scuola: incroci e passaggi pedonali non sempre presidiati, automobilisti irrispettosi, marciapiedi assenti o occupati da vetture in sosta. È quasi superfluo sottolineare il paradosso di un eccesso [l’uso irresponsabile dell’auto] che peggiora il quadro generale: i genitori iperprotettivi scarrozzano i figli e con ciò aggravano i pericoli della strada per sé e per gli altri. E di solito non tentano nemmeno di coordinarsi per divedersi in turni il ruolo di autisti risparmiando tempo, denaro e l’ambiente.
L’esigenza che traspare dai questionari è la costruzione di percorsi protetti, un obiettivo che si può e talora si cerca di avvicinare tramite la limitazione del traffico, il coinvolgimento di volontari [in genere pensionati] ai passaggi pedonali non solo in prossimità degli istituti, l’accompagnamento a piedi, la distribuzione di materiale informativo sull’alternativa possibile.
Da un po’ di anni l’intera materia è oggetto di azioni locali, nate anche nell’ambito di progetti internazionali come “A scuola a piedi” [Iwalktoschool.org], che all’inizio di ottobre ha coinvolto quaranta paesi. Per l’occasione, in Italia, sopratutto in città medio-piccole, le aree scolastiche sono diventate off-limits per le auto. Si tratta, in prevalenza, di interventi a macchia di leopardo [di carattere dimostrativo di breve durata] che stentano a lasciare il segno nelle pesanti stratificazioni comportamentali indotte dagli effetti del modello economico sui tempi di vita delle persone e sulla gestione del territorio.
Qualche esperienza, tuttavia, si è consolidata. Il quadro appare in movimento, come suggeriscono progetti quali le zone a traffico limitato attorno alle scuole in varie località torinesi. Oppure il piedibus [Piedibus.it], che ha preso… piede in alcune città italiane [Padova, Cagliari e Ferrara]: piccole carovane di bambini affiancati da un accompagnatore, spesso un genitore.
Ma se questi sussulti nel mondo scolastico lasciano intravedere un’uscita di emergenza dal modello malato [terminale] dell’automobile, la gravità del quadro richiede sforzi assai più significativi nell’ambito di una “pedagogia del benessere” che restituisca l’infanzia alla spontaneità dei bisogni, dal gioco alla mobilità.






