Spazi comuni locali

Mano a mano che cresce l’interesse e la curiosità per il tema dell’overshoot [sovraconsumo delle biocapacità del pianeta] e più evidente diventa le necessità di fuoriuscire dalla società della crescita illimitata, analisti, sociologi, psicologi dei comportamenti sociali si interrogano su chi siano questi strani esseri che predicano la sobrietà, criticano i consumi, auspicano persino l’avvento di una società della decrescita.

Giorgio Osti li ha chiamati i “Nuovi asceti” [il Mulino, 2006]. Un fenomeno che i guru del mercato spiano nella speranza di inventare per loro nuove linee di prodotti da esporre nelle rastrelliere dei supermercati [mi hanno sempre molto colpito i jeans sgualciti come esempio di moda contro-moda, ma segnalo anche le paginone pubblicate a pagamento in questi giorni da Enel sul risparmio energetico]. Mentre gli economisti non nascondono il loro fastidio per un atteggiamento giudicato poco più di una snobberia. L’accusa a chi sostiene gruppi di acquisto solidali e banche del tempo, software open sorce e pannelli fotovoltaici, pedibus e biciclette, agricoltura biologica e marchi di origine comunale, autoproduzione e consumi equosolidali, raccolta differenziata e nuovi municipi virtuosi… è sempre quella: i poveri che popolano il pianeta [poco importa sapere come sono diventati poveri] hanno bisogno di sfamarsi e di vestirsi, quindi hanno bisogno di un alloggio, di cibo e di oggetti a basso prezzo; l’unica via per procurarseli è un lavoro che fornisca loro reddito.

Alla fine, quindi, le ragioni dell’impresa capitalistica sono assunte come il bene di tutta la società. Chi si mette di traverso a questa spirale che allarga il mercato, include popolazioni, urbanizza il pianeta è semplicemente uno stupido [nel senso di irrazionale, illogico] o un reazionario [nel senso di egoista, pauperista]. L’orizzonte della politica dovrebbe limitarsi semplicemente alla redistribuzione equa e socialmente condivisa dei benefici prodotti dal sistema di produzione/consumo. A nulla vale mostrare alle schiere di operatori e divulgatori della globalizzazione le ricadute reali della diffusione dell’economia di mercato. Con largo anticipo sulle previsioni statistiche quest’anno c’è stato il grande annuncio del superamento della soglia del 50 per cento della popolazione inurbata. A questo ritmo fra quindici anni i due terzi dell’umanità sarà concentrata in venti megalopoli infernali, sospinta dalle “catastrofi ambientali lente” [desertificazioni, penetrazione del cuneo salino, perdita di biodiversità e fertilità dei suoli, ecc.], dalle guerre e soprattutto dalla introduzione di pratiche agricole industriali e biofarmaceutiche che espellono contadini e distruggono le economie di sussistenza. Il nesso con il picco di spese militari raggiunto da Stati uniti e soci europei quest’anno [dopo essersi mangiati la fugace stagione dei “dividendi di pace” del disarmo sovietico] non è poi così difficile da trovare.

Per i nostri critici la decrescita continua ad essere percepita come rinuncia alle comodità della modernità, per noi, e come negazione di ogni speranza di mobilità sociale per le popolazioni del Sud. Il massimo che ci concedono è una regolazione contro gli eccessi del mercato [ad esempio, evitare le più gravi ingiurie all’ambiente e il ritorno del lavoro servile di donne e fanciulli] e un orientamento della ricerca scientifica ai fini della dematerializzazione dei fattori produttivi [meno input di risorse naturali, meno rilascio di rifiuti, più sostenibilità].

Per uscire dalla solita querelle tra riforme e rivoluzione, vale la pena tentare la strada della sperimentazione di un cammino lungo pratiche sociali e individuali concrete, “dal basso” e rispondere così con i fatti a una domanda antica: è possibile stare bene e meglio vivere in un ambiente naturale e sociale più ospitale e sereno, più ricco di relazioni umane e capace di futuro biologico, senza “fare ad altri ciò che non vorreste fosse fatto a voi stessi”?

Alla fine si tratta di una assunzione di responsabilità allargata, non riferita solo al proprio clan familiare, aziendale, nazionale, cultural-religioso [l’Occidente, ad esempio], ma al mondo intero. Partire dalla creazione di iniziative locali democratiche come dice Magnaghi e dalla reinvenzione dei commons [usi civici, beni comuni, spazi comunitari] come scrive Petrella.

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