L’Italia è tristemente nelle prime posizioni della classifica europea delle alluvioni: le cause prime in parte derivano dalle sue peculiari caratteristiche topografiche, geomorfologiche, climatiche e idrologiche, ma occorre prendere atto che in gran parte dipende da noi, dalle nostre attività e dall’approccio utilizzato nella gestione dei corsi d’acqua. Come ogni anno in concomitanza della stagione autunnale, caratterizzata in Italia da eventi piovosi improvvisi e violenti, il Paese si trova ad affrontare situazioni di estrema criticità dei corsi d’acqua e del territorio (esondazioni in primis), che vengono ancora oggi affrontate “in emergenza”, senza cioè agire sulle cause del problema, lasciando di fatto irrisolta la problematica alluvioni, pronta a riemergere con le piogge successive.
Il Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale ritiene pertanto opportuno fare delle considerazioni, tentando di rispondere a queste domande chiave:
E’ possibile diminuire il rischio idraulico? Possiamo imparare a conviverci?
Da decenni oramai la principale preoccupazione nei confronti dei corsi d’acqua è quella di come difenderci dalla loro irruenza. Molte delle profonde trasformazioni che hanno subito i nostri fiumi sono state fatte proprio per cercare di diminuire il rischio idraulico. Paradossalmente, però, hanno ottenuto un effetto opposto rispetto a quello atteso. L’approccio “classico”, ispirato all’idea di contenere le piene entro stretti argini e allontanare l’acqua il più in fretta possibile, ha dimostrato di non essere sostenibile. Al contrario, le “soluzioni” da esso suggerite hanno aggravato la situazione. Il corso d’acqua è così divenuto ancor di più fattore di rischio. Per portar via l’acqua il più velocemente possibile, nell’illusione di risolvere il problema delle esondazioni, i corsi d’acqua sono stati pesantemente artificializzati: il loro alveo è stato spesso rettificato e reso più liscio attraverso l’eliminazione di potenziali ostacoli (ad esempio la vegetazione o la diversità morfologica del fondo e delle sponde).
Allo stesso tempo, per guadagnar spazio per le attività antropiche, la larghezza dei corsi d’acqua è stata via via ridotta mediante la realizzazione di arginature, che si trovano ora a far defluire gli stessi volumi d’acqua del passato (se non maggiori) attraverso sezioni più strette che si sviluppano verso l’alto (alte arginature) e verso il basso (forte incisione del fondo), e che richiedono ancor più una continua eliminazione degli elementi che rallentano i deflussi. Un alveo più liscio e più dritto, però, pur facendo fluire l’acqua più velocemente fornisce generalmente benefici solo a livello locale. Infatti, il rischio idraulico non viene “eliminato”, ma solamente “spostato”, aggravando notevolmente la condizione dei centri abitati posti a valle, in un processo di “scaricabarile” progressivo. Inoltre, a causa della presenza degli argini, si sono venute a creare, in prossimità del corso d’acqua, delle zone definite “sicure”, perché percepite come a basso “rischio idraulico” in quanto “protette” dagli argini. Questi lembi di terreno sono quindi stati utilizzati non più solo per l’agricoltura ma anche per la costruzione di fabbricati sia produttivi che abitativi, con la conseguenza che, in caso di rottura arginale o più semplicemente di una piena superiore a quella di progetto (per definizione sempre possibile) i danni risulterebbero notevolmente maggiori rispetto all’esondazione nella stessa zona in una situazione antecedente la costruzione degli argini.
La direzione che il CIRF ritiene utile intraprendere per risolvere il problema delle alluvioni, richiede innanzitutto di comprendere che, per intervenire sui fiumi per affrontare il rischio idraulico, è fondamentale considerare e rispettare il loro funzionamento naturale, identificare le vere cause del rischio, come detto sopra spesso legate proprio all’antropizzazione dei terreni di esondazione e all’artificializzazione degli alvei, e tenere infine ben presenti gli effetti negativi (a scala di bacino) innescati dai nostri interventi. E’ inoltre necessario comprendere come il rischio non sia mai totalmente eliminabile (non esiste la sicurezza assoluta) ma può solo essere gestito e limitato, anche imparando a conviverci. Il CIRF ritiene pertanto inutile continuare a inseguire l’illusione del “mettere in sicurezza” e l’idea di “fissare il fiume”: come dimostrato ormai da numerose esperienze internazionali, è molto più utile tentare di assecondare il più possibile le naturali dinamiche del fiume, perlomeno al di fuori dai centri abitati, limitandole solo dove non sono possibili altre soluzioni.
In tale percorso risulta fondamentale, pertanto, acquisire la “rivoluzionaria” consapevolezza che dobbiamo “imparare a convivere con il rischio”, trovando un nuovo equilibrio tra uomo e territorio. Per ottenere tale risultato è necessario innanzitutto restituire spazio ai fiumi e recuperarne la naturalità come mezzo primario: in una frase, riqualificare i corsi d’acqua, per affrontare il problema delle alluvioni e del rischio idraulico, lavorando con la natura piuttosto che contro di essa. Una riqualificazione fluviale così intesa persegue lo scopo di ottenere un fiume che pur mantenendo una buona qualità dell’ecosistema, si concili con le aspettative e gli interessi umani di fruizione e uso delle risorse, senza più essere un’imprevedibile minaccia per insediamenti, infrastrutture e vite umane.
Tale strada, se pur oggi necessita di un cospicuo dispendio di energie per essere intrapresa, rappresenta senza dubbio il miglior investimento possibile per il futuro dei fiumi italiani e il CIRF la sta promuovendo da anni, insieme ad alcune lungimiranti Pubbliche Amministrazioni, che hanno dato fiducia a tale approccio.
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