IL VOLANTINO ormai fa parte dei reperti storici ed è ripiegato in una scatola. Porta la firma di Habitat, il primo comitato ad occuparsi di alta velocità ferroviaria in epoca lontana: 1992. Qualche anno prima, 1986, Bettino Craxi era presidente del consiglio, Franco Nicolazzi ministro dei lavori pubblici, Claudio Signorile ai trasporti. Ai vertici delle Fs, Ludovico Ligato [in seguito inquisito e morto ammazzato per storie di mafia]. Tutto in regola per una buona partenza. Il progetto fu poi accantonato dal commissario Fs Mario Schimberti, che lo definì «un motore da fuoriserie montato su una utilitaria, l’Italia».
Nel 1988 la Cee [non ancora Ue] aveva definito le strategie per lo sviluppo del sistema ferroviario, ma non necessariamente legandole al modello francese dell’alta velocità. Questo avvenne nel momento in cui fu chiaro a tutti che questo sarebbe stato il più grande business mai visto.
Ciò che impressiona è la vastità dello schieramento si è radunato attorno all’alta velocità: è evidente che quasi tutte le forze politiche sostengono l’opera e che la decisione di portarla avanti è stata presa al di là e al di sopra di ogni altra analisi obiettiva. La storia è lunga e conosciuta: governi di destra, di sinistra, non ci sono «governi amici» sulle grandi opere, sulla Tav in particolare.
Scriveva quattro anni fa Claudio Cancelli, docente e studioso dell’agomento: «La straordinaria trovata di addossare i costi alle generazioni future ha aperto di fat- Quattordici anni fa i primi oppostori dell’alta velocità scrivevano: e se per trovare i soldi il governo volesse mettere mano alle pensioni? La finanziaria di Prodi preleva i Tfr per darli alle grandi opere. Conclusione: non esistono governi amici. Ecco come la Valle di Susa si prepara alla manifestazione del 14 I to un pozzo senza fondo. Di lì si pesca per coinvolgere partiti, consulenti, chiunque esprima dubbi; per promettere, agli enti locali che devono acconsentire al passaggio delle nuove linee faraoniche, opere di compensazione, per firmare impegni di qualsiasi tipo, con la tranquilla convinzione di non dover, a proprie spese, mantenere nulla». Il volantino di Habitat paventava il rischio che, per trovare quei soldi, si mettesse mano alle pensioni. la finanziaria di Padoa Schioppa, anni dopo, conferma.
Intanto si prepara la manifestazione a Roma, con nuovi contenuti. È da un pezzo che la lotta alla Tav non è più solo l’opposizione ad una grande opera dannosa per il territorio, inutile per il Paese. A Roma si distribuiranno delle cartoline con l’invito a venire in Val di Susa per fare del turismo e conoscerla, ma anche per continuare a «presidiare» la democrazia. A fine ottobre sarà trascorso un anno dall’inizio dei grandi scontri, il 31 ottobre è ricordato come «la battaglia del Seghino ». Il primo novembre fu un grande evento collettivo dove ognuno ha ricordato i suoi morti sedendosi a terra sulla strada e fermando il traffico per tutta la giornata. Chi lo ha vissuto sa perfettamente che c’era nessuna organizzazione. La spontaneità l’ha fatta da padrona, la notizia che la trivella per il sondaggio era stata portata nella notte [alla faccia di tutti gli accordi] è stata la famosa goccia.
Tuttavia il sentire comune non è quello delle commemorazioni. Non passa giorno che la Tav non sia sui giornali [a Torino si chiede un referendum, il presidente degli industriali Tazzetti vuole una manifestazione Sì Tav]. L’attenzione continua ad essere totale, i nervi scoperti, tanto che giovedì 28 settembre voli di elicotteri di carabinieri, colonne di camionette, polizia e Guardia di finanza fanno scattare l’allarme rosso.
Pronti di nuovo ad uscire dal lavoro, a dirigersi verso Mompantero e Venaus. Qualcuno fa la cosa più semplice e cerca il suo sindaco. Tempo un’ora e tutto si chiarisce. Niente di grave, è solo una esercitazione Nato. Perché, alla richiesta di spiegazioni, perdere la pazienza? Perché gridare all’esagerazione per la rapida, capillare mobilitazione? Certo i sudditi non avrebbero alzato la testa, i cittadini sì.






