LA RETE mette al centro della sua analisi la messa in causa della nozione di sviluppo, che, a dispetto delle evoluzioni formali da esso attraversate, resta il punto di rottura decisivo nel movimento di critica del capitalismo e della globalizzazione. Da un lato ci sono quelli che militano per un problematico “altro” sviluppo [o una non meno problematica “altra” globalizzazione]; dall’altro lato, quelli che, come noi, vogliono uscire dallo sviluppo e dall’economicismo. A partire da questa critica, quest’ultima corrente di pensiero procede ad una vera e propria “decostruzione” del pensiero economico, rimettendo in causa le nozioni di crescita, povertà, bisogni, aiuti, ecc.
Le associazioni e le persone aderenti alla Rete si riconoscono in questa impresa. Dopo il fallimento del socialismo reale e lo slittamento della socialdemocrazia in social-liberismo, noi pensiamo che analisi di questo tipo possano contribuire alla decostruzione della società di mercato e al rinnovamento del pensiero di una società veramente alternativa. Rimettere radicalmente in questione il concetto di sviluppo è fare della sovversione cognitiva, e ciò è preliminare al sovvertimento politico, sociale e culturale. Il momento ci sembra favorevole per uscire dalla semi-clandestinità dove siamo stati relegati fino ad oggi, visto anche il successo del colloquio “Disfare lo sviluppo, rifare il mondo”, organizzato a Parigi nella primavera scorsa dalla associazione “Ligne d’horizon. Les amis de François Partant”, insieme all’Unesco.
Cancellare l’immaginario sviluppista, liberare le menti
Di fronte alla globalizzazione, che non è altro se non il trionfo planetario del mercato globale, bisogna concepire e volere una società nella quale i valori economici cessino di essere centrali [o unici], dove l’economia è rimessa al suo posto come semplice mezzo della vita umana e non come fine ultimo. Bisogna rinunciare a questa folle corsa verso l’aumento dei consumi. Ciò è necessario non solo per evitare la distruzione definitiva dell’ambiente terrestre, ma anche e soprattutto per uscire dalla miseria psichica e morale dell’umanità contemporanea. Si tratta di una vera decolonizzazione del nostro immaginario e di una diseconomizzazione delle menti, necessarie per cambiare il mondo prima che il cambiamento del mondo ci condanni alla sofferenza. Bisogna cominciare a vedere le cose diversamente affinché possano diventare altre, per individuare soluzioni innovatrici. Occorre dare alla nostra vita significati diversi dall’espansione della produzione e del consumo. La parola d’ordine della Rete è “resistenza e dissidenza”. Con la testa ma anche con i piedi. Come attitudine mentale al rifiuto e igiene di vita, come attitudine concreta per tutte le forme di auto-organizzazione alternativa. Ciò significa anche rifiutare la complicità e la collaborazione con l’impresa dissennata e distruttiva, che esprime l’ideologia dello sviluppo.
Oltre lo sviluppo
Parlare di dopo-sviluppo non significa solo correre con l’immaginazione a quel che potrebbe accadere in caso di implosione del sistema, fare fantapolitica o sollevare un problema accademico. Significa invece parlare della situazione di quanti, al Nord e al Sud, sono attualmente esclusi o sono in procinto di diventarlo, di tutti quelli–che sono indubbiamente i più numerosi sulla faccia della terra–per i quali il progresso è un’ingiuria e un’ingiustizia. Il dopo-svilupp è necessariamente plurale, e si riferisce alla ricerca delle modalità per raggiungere uno stato di benessere collettivo, che non privilegi il benessere materiale distruttivo dell’ambiente e dei legami sociali.
Questo obiettivo si può raggiungere in mille modi, a seconda del contesto, e infatti si tratta di costruire una nuova cultura. Tale obiettivo è stato definito humran [benessere] da Ibn Kaldûn, il famoso sociologo berbero musulmano del XIV secolo, swadeshi-sarvodaya [miglioramento delle condizioni sociali di tutti] da Gandhi, bamtaare [stare bene assieme] dai Toucouleurs o Peul in diversi paesi africani, dal Senegal al Mali, e in molti altri modi. L’importante è rompere con l’impresa di distruzione che si perpetua sotto il nome di sviluppo, o globalizzazione, come si dice oggi. Per gli esclusi, per i naufraghi dello sviluppo, si tratta di mettere insieme le tradizioni perdute e la modernità inaccessibile. Queste costruzioni nuove, di cui si trova traccia qui e là, aprono la speranza del dopo-sviluppo. Bisogna, di volta in volta, pensare e agire globalmente e localmente. Solo con la fecondazione reciproca dei due approcci si può tentare di superare la mancanza di prospettive immediate. Il dopo-sviluppo e la costruzione di una società alternativa non si declinano necessariamente nello stesso modo al Nord e al Sud. Proporre la decrescita conviviale, come obiettivo globale urgente e praticabile già oggi, e costruire alternative locali concrete, sono due facce della stessa medaglia.
Decrescere e abbellire
La decrescita dovrebbe essere organizzata non soltanto per preservare l’ambiente, ma anche per ripristinare un minimo di giustizia sociale senza la quale il pianeta è condannato all’esplosione. Sopravvivenza sociale e sopravvivenza biologica sembrano così strettamente legate. I limiti del “capitale” [patrimonio] natura non pongono soltanto un problema di equità inter-generazionale nella distribuzione delle disponibilità, ma anche un problema di equità tra gli attuali esseri viventi. La decrescita non è immobilismo conservatore. La maggior parte dei saperi tradizionali ritiene che la felicità risieda nel soddisfacimento di un numero ragionevolmente limitato di bisogni. L’evoluzione e la crescita lenta delle società antiche si integravano in una riproduzione allargata ben equilibrata, sempre adattata ai vincoli naturali.
Preparare la decrescita significa, in altre parole, rinunciare all’immaginario economico, vale a dire alla credenza che il più equivale al meglio. Il bene e la felicità possono essere ottenute a minor prezzo. Riscoprire la vera ricchezza di relazioni sociali conviviali in un mondo sano può essere ottenuto con serenità, se si pratica la frugalità, la sobrietà e una certa austerità nei consumi materiali. La parola d’ordine della decrescita si propone di sottolineare l’abbandono dell’obiettivo insensato della crescita fine se stessa, il cui unico motore è la ricerca esasperata del profitto da parte dei detentori di capitale. Non si prefigge invece il rovesciamento caricaturale della crescita, e cioè la decrescita fine a se stessa.
In particolare, la decrescita non va intesa come “crescita negativa”. Si sa che persino il rallentamento della crescita getta le nostre società nel caos a causa della disoccupazione e del taglio dei programmi sociali, culturali e ambientali, dai quali dipende un livello minimo di qualità della vita. Immaginiamo quale catastrofe produrrebbe la crescita negativa. Come non c’è niente di male in una società laborista senza lavoratori, così si può avere una società in crescita senza crescita. La decrescita non è del resto immaginabile se non in una società in crescita, che si dia un’organizzazione totalmente diversa, dove è valorizzato l’ozio al posto del lavoro, e dove i rapporti sociali sono più importanti della produzione e del consumo di prodotti usa-e-getta, inutili e spesso nocivi. Una riduzione drastica del tempo di lavoro, per assicurare a tutti un posto di lavoro, ne è la condizione di partenza.
Il programma delle “6 R”
Ispirandosi alla carta “Consumi e stili di vita” proposta dal Forum delle ong a Rio de Janeiro nel 1992, si può riassumere il significato della decrescita nel programma delle 6 R: rivalutare, ricostruire, redistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Sono sei obiettivi interdipendenti, che insieme innescano il circuito virtuoso della decrescita conviviale e sostenibile. Rivalutare vuol dire rivedere i valori nei quali crediamo e sui quali organizziamo la nostra vita, cambiando quelli che vanno cambiati. Ristrutturare vuol dire adattare l’apparato produttivo e i rapporti sociali in funzione del cambiamento dei valori. Redistribuire si riferisce alla redistribuzione della ricchezza e dell’accesso alle risorse o patrimonio naturale. Ridurre vuol dire diminuire l’impatto sulla biosfera dei nostri modi di produrre e consumare. Riutilizzare le apparecchiature e i beni d’uso, anziché gettarli in discarica, significa riciclare gli scarti non decomponibili derivanti dalle nostre attività. Tutto questo non è necessariamente anti-progressista o anti-scientifico. Si potrebbe definire anche crescita altra, in vista del bene comune, se l’espressione non fosse già troppo abusata.
Noi non rinneghiamo la nostra appartenenza all’Occidente, il cui sogno progressista tuttavia ci perseguita. Aspiriamo ad un miglioramento della qualità della vita, non alla crescita illimitata del Pil. Reclamiamo il progresso della bellezza delle città e dei paesaggi, la purezza delle falde freatiche che ci forniscono acqua potabile, la trasparenza dei corsi d’acqua e la salute degli oceani. Esigiamo un miglioramento dell’aria che respiriamo e degli alimenti che mangiamo. C’è ancora molta strada da fare contro l’invasione del rumore, per ampliare gli spazi verdi, preservare la fauna e la flora selvatica, salvare il patrimonio naturale e culturale, senza parlare dei progressi per assicurare la democrazia. La realizzazione di questo programma è parte integrante dell’ideologia del progresso e presuppone il ricorso a tecniche sofisticate, alcune delle quali non sono ancora state inventate. Sarebbe ingiusto essere tacciati come tecnofobi e anti-progressisti, solo perché rivendichiamo il “diritto di inventario” del progresso e della tecnica. Questa rivendicazione è il minimo, per l’esercizio della cittadinanza.
Nel Nord, ridurre la pressione sulla biosfera è un’esigenza di buon senso, e insieme una condizione di giustizia sociale ed ecologica. Per quanto riguarda i paesi del Sud, indeboliti dalle conseguenze negative della crescita del Nord, non si tratta tanto di decrescere [o di crescere], ma di riannodare i fili spezzati dalla colonizzazione, dall’imperialismo e dal neo-imperialismo militare, politico, economico e culturale, per riappropriarsi della propria storia e identità. Questo è preliminare, per dare una soluzione appropriata ai problemi. Può essere sensato, ad esempio, ridurre la produzione di certe colture destinate all’esportazione [caffé, cacao, arachidi, cotone, ecc.] ed aumentare invece la produzione delle colture alimentari per il consumo interno. Si potrebbe anche rinunciare all’agricoltura produttivista del Nord, per ricostituire i suoli e le sue qualità nutrizionali, ma anche fare la riforma agraria, riabilitare l’artigianato e farlo uscire dall’informale. Spetta ai nostri amici del Sud, del resto, precisare in quale direzione vogliono indirizzare il loro dopo-sviluppo.
In nessun caso, la rimessa in causa dello sviluppo può o deve apparire come un’impresa paternalista e universalista, come una nuova forma di colonizzazione [ecologista, umanitaria …].
Il rischio maggiore è che i colonizzati abbiano interiorizzato i valori del colonizzatore. L’immaginario economico, in particolare l’immaginario sviluppista, è addirittura più esteso al Sud che al Nord. Le vittime dello sviluppo hanno la tendenza a non vedere altro rimedio alle loro disgrazie che il peggioramento del male. Pensano che l’economia sia il solo mezzo per risolvere la povertà, nonostante essa ne sia la causa. Lo sviluppo e l’economia sono il problema, non la sua soluzione. Continuare a pretendere il contrario, fa parte del problema. Una decrescita condivisa e ben meditata non impone del resto alcuna limitazione nell’espressione dei sentimenti e nella realizzazione di una vita allegra [anzi, dionisiaca].
Sopravvivere localmente
Occorre essere capaci di dar vita ad innovazioni alternative, quali aziende cooperative in autogestione, nuove comunità rurali, Lets [Local exchange trade systems] e Sel [Systèmes d’éxchanges locaux], banche del tempo, forme di auto-organizzazione degli esclusi nel Sud. Esperienze come queste, da sostenere o promuovere, ci interessano sia in se stesse, che come forme di resistenza e dissidenza alla crescita di potenza della omnimercificazione del mondo. Noi non proponiamo un modello unico, ma ci sforziamo di dare una coerenza globale all’insieme di queste iniziative in teoria e in pratica.
Il pericolo della maggior parte delle iniziative alternative è, in effetti, quello di restare relegate in una nicchia, invece di contribuire alla costruzione e al rafforzamento del contesto generale che è–e deve essere–diverso dal mercato globale. È questo contesto o ambiente, latore di dissidenza, che bisogna definire, proteggere, conservare, rafforzare e sviluppare attraverso la resistenza. Anziché battersi disperatamente per conservare il proprio piccolo spazio in seno al mercato mondiale, bisogna estendere e rafforzare una società veramente autonoma, ai margini dell’economia dominante.
Il mercato mondiale, con la sua concorrenza accanita e spesso sleale, non è l’universo dove può crescere l’organizzazione alternativa, che ha invece bisogno di una vera democrazia associativa per contribuire alla costruzione di una società diversa ed autonoma. Una rete di complicità deve legare tutte le parti in causa: come nell’informale africano, alla base del successo c’è il sostegno reciproco tra tutti quelli che fanno parte della Rete. L’allargamento e l’approfondimento del tessuto di base è il segreto della riuscita, e deve essere il primo obiettivo di tutte le iniziative. È questa coerenza che rappresenta una vera alternativa al sistema.
Al Nord, si pensa prima di tutto ai progetti volontari [e volontaristici] per la costruzione dei mondi alternativi. Alcune persone rifiutano totalmente o parzialmente il mondo in cui vivono, e tentano di costruire qualcos’altro, di vivere diversamente, di lavorare o di produrre diversamente all’interno delle imprese esistenti, di riappropriarsi della moneta per farne un uso diverso, secondo una logica differente da quella dell’accumulazione illimitata e dell’esclusione in massa dei perdenti.
Al Sud, dove l’economia mondiale, con l’aiuto delle istituzioni di Bretton Woods, ha estromesso dalle campagne milioni e milioni di persone, distruggendo il loro modo di vita ancestrale e i loro mezzi di sussistenza, costringendoli così a vivere nelle baracche alla periferia delle grandi metropoli del Terzo mondo, l’alternativa è spesso una condizione di sopravvivenza. I “naufraghi dello sviluppo”, respinti al mittente e condannati nella logica dominante a scomparire, non hanno altra scelta per galleggiare se non quella di organizzarsi secondo un’altra logica. Devono inventarsi un altro sistema, un’altra vita.
Questa seconda forma di altra società non è totalmente separata dalla prima, per due ragioni. Innanzitutto, perché l’auto-organizzazione spontanea degli esclusi del Sud non è–non è mai stata–totalmente spontanea, nonostante le aspirazioni, i progetti, i modelli, e cioè le utopie che caratterizzano tutti i bricolage della sopravvivenza informale. Simmetricamente, gli alternativi del Nord non sempre hanno la possibilità di scegliere: spesso sono anche loro degli esclusi respinti al mittente, disoccupati o candidati potenziali alla disoccupazione, oppure hanno scelto l’esclusione come forma di rifiuto della propria società … Ci sono molti “passaggi comuni” tra le due forme di esclusione, che possono e devono fecondarsi reciprocamente.
Questa coerenza d’insieme esprime sotto molti aspetti il progetto di François Partant, di organizzare le esperienze alternative all’interno di un mondo centralizzato: “Dare ai disoccupati, ai contadini caduti in rovina e a tutti coloro che lo desiderano, la possibilità di vivere del proprio lavoro, producendo al di fuori dell’economia di mercato e nelle condizioni da loro scelte, quello di cui loro ritengono di aver bisogno” [La Ligne d’horizon, La Découverte, Paris 1988, p. 206].
Rafforzare la costruzione degli altri mondi possibili richiede di prendere coscienza del significato storico di queste iniziative. Le forze sviluppiste hanno già riconquistato molte imprese alternative isolate, ed è pertanto pericoloso sottostimare le capacità di recupero da parte del sistema. Per contrastare la manipolazione e il lavaggio dei cervelli permanente cui siamo sottoposti, sembra utile–anzi, essenziale–costituire una rete, capace di condurre una campagna e una battaglia di “buon senso”.






