Quella che pubblichiamo in queste pagine è una anticipazione [per gentile concessione dell’editore Bollati Boringhieri] dal nuovo libro di Serge Latouche, in uscita a fine giugno: “La sfida di Minerva. Razionalità occidentale e ragione mediterranea”. In particolare, questo brano è tratto dal capitolo “Atena nera. Le lezioni dell’esperienza africana”. Nel libro, Latouche conduce una critica alla razionalità occidentale, anche nelle sue varianti “altre”, in nome di un ritorno al “ragionevole”, di cui l’economia informale africana, nella sua “irrazionalità”, è un esempio di successo.
La razionalità africana che crediamo di scoprire basandoci sui successi dell’informale e dalla quale taluni pensano di ricavare manuali di gestione specifici a uso dei candidati imprenditori locali e degli investitori stranieri mi sembra una illusione. Innanzi tutto perché in questa volontà di attribuire ogni successo alla razionalità traspare il segno di una certa arroganza e di una grande incoscienza. Col pretesto che le imprese informali funzionano si deduce che devono essere necessariamente razionali, dunque obbedire al grande mito occidentale della razionalità. La razionalizzazione delle pratiche, nel senso attribuitole da Max Weber nella sua magistrale analisi, è proprio il tratto centrale della modernità. L’economia dell’affetto, secondo il nome dato da alcuni alle pratiche informali, non è propriamente un’economia. I beni simbolici quali il potere, il prestigio, la fiducia, l’amicizia ecc., che hanno un peso notevole, non sono quantificabili. Se essi danno luogo ad approfondite valutazioni, rimangono tuttavia dei calcoli solo in senso metaforico. Non vi è una stima in cifre concepibile. Per contro, nelle strategie di sopravvivenza interviene un elemento fondamentale, praticamente scomparso in Occidente: la memoria. La capacità di memorizzazione dell’identità delle persone è sorprendente. Ognuno deve conoscere l’insieme dei propri reliés [collegati], cioè in concreto parecchie centinaia di persone, e saperne il nome, la situazione, la posizione etnica, familiare e sociale. Deve inoltre conoscerne la storia e le storie, oltre a quelle della loro famiglia. Non esiste scambio in mancanza di tale conoscenza e di tale preliminare riconoscimento. Il virtuosismo di quei protagonisti nel maneggiare questa banca dati, degna di un computer, è per l’osservatore esterno un motivo inesauribile di stupore e di ammirazione. Si tratta di un capitale vero e proprio che entra nel commercio sociale, ne è il primo substrato. Il ricorso a metafore economiche, come parlare d’investimenti relazionali, del fattore culturale ecc., è reversibile. È forse un modo per far capire come la società funzioni senza economia oppure tentare di reinventare una economia là dove essa non esiste.
Così, vediamo svilupparsi teorie di un management all’africana e del pari farsi strada una presa di coscienza delle tradizioni francesi, americane o altre nella “cultura d’impresa”. E inoltre, con il moltiplicarsi dei flussi migratori e in particolare con la presenza nel Nord di forti contingenti di lavoratori de Sud, fioriscono i manuali di management interculturale.
In una Guide mondial des cultures à l’usage des enterpries, dove sono repertoriate le diverse civiltà con i loro valori peculiari, viene schernita la cecità dell’Occidente, convinto del proprio universalismo. Naturalmente, anche gli intellettuali africani hanno da dire la loro. Emmanuel Okamba, che ha conseguito un dottorato in gestione, vuole mettere la palabre locale “al servizio dell’impresa”. L’idea è certamente seducente, ma il meno che si possa dire è che il risultato non è all’altezza dell’ambizione. Ci si ferma ad una petizione di principio. “È giunto il momento – afferma Okamba – di aprire le porte all’impresa africana al modello della palabre locale”. D’accordo, ma in cosa consiste tutto ciò? L’autore non lo spiega. In un testo, Culture d’enterprise et management de l’enterprise moderne, un impresario installatosi in Costa d’Avorio con successo pone chiaramente il problema della compatibilità della gestione moderna con il contesto africano. In che modo ottenere da un salariato che anteponga l’interesse dell’impresa a quello del clan? Come neutralizzare le interferenze dei marabutti e della stregoneria nel lavoro quotidiano? Come trarre vantaggio dallo statuto della donna africana nei rapporti di lavoro? Dato che le specificità culturali vengono considerate come ostacoli alla razionalità occidentale, occorre imparare ad aggirarle, a fare i conti con esse, o a trarne il miglior beneficio possibile. “La visione vaga del tempo e della natura, visione che deriva dalla pazienza leggendaria degli africani – osserva l’autore – mal si adegua all’esattezza e alla logica dell’impresa moderna”. Per fronteggiare tutti questi handicap egli propone le ricette ispirategli dalla sua lunga e positiva esperienza ad Abidjan. In particolar modo, per tutto ciò che riguarda i rapporti personali, è opportuno servirsi dei quadri africani preferendoli agli europei espatriati e costosi: “Alle risorse umane – sentenzia – giova assai più il peggiore degli africani che il migliore degli europei”.
Approcci di tal genere di solito sono esenti da stereotipi, si rivelano ambigui e possono sfociare in una rimessa in questione di alcuni presupposti della razionalità economica. Per esempio: il razionale non è più identificato con la sola cultura protestante e anglossassone. Tuttavia, nella maggioranza dei casi, non vengono contestate l’esistenza di princìpi universali né l’applicabilità generale del calcolo economico, ma ci si limita a difendere le modalità specifiche. Gli accomodamenti così portati alla razionalità sboccano su una razionalità che si potrebbe definire plurale piuttosto che sulla riscoperta del ragionevole. A dire il vero, si è usciti assai provvisoriamente da una concezione ristretta del razionale, soltanto per meglio rientrarvi. La riconciliazione del razionale con se stesso è programmata a termine. Con lo sviluppo economico e la mondializzazione de mercati, avanza l’uniformizzazione del mondo e le specificità scompaiono. “La stessa civiltà occidentale – osserva Paul Feyerabend – perde la propria diversità”. Olandesi, francesi e americani ma anche giapponesi e giavanesi tenderebbero così a perdere ciò che giustifica menagements differenti. Certo è noto che il termine managements rimanda originariamente alla gestione domestica [ménagement], che è precisamente quella dell’informale africano, estesa a una larga parentela, reale o simbolica. Passando però al mondo anglosassone l’espressione ménagement ha perso molto il sapore della dimora familiare [l’oìkos dei greci da cui deriva etimologicamente la nostra economia…] per insabbiarsi nelle fredde acque del calcolo economico dell’impresa anonima e impersonale.
Un’ulteriore ambiguità colpisce la razionalità plurale quando essa viene rivendicata dalle stesse vittime della razionalità occidentale. Proprio dall’esperienza del fallimento della razionalità occidentale e dello sviluppo mimetico, così come dal successo relativo dell’informale, molti africani rivendicano il riconoscimento di una razionalità africana che sarebbe altrettanto scientifica, nobile e rigorosa di quella occidentale. L’ambiguità insita in tali rivendicazioni è del tutto paragonabile a quella che pesa sulle rivendicazioni analoghe di un altro sviluppo, di un’altra modernità, di un’altra tecnica, di un’altra scienza o di un’altra economia. Si tratta di posizioni perfettamente legittime ma paradossali. Legittime perché fondate sull’aspirazione a recuperare quell’onore e quella dignità sbeffeggiati dall’imperialismo culturale [e non solo culturale…]; contraddittorie perché pretendono un riconoscimento della differenza nelle forme dell’identità con l’altro. Soltanto il ristabilimento del ragionevole nei suoi diritti e il ridimensionamento del razionale possono rendere loro giustizia. È necessario lasciare il razionale confinato nell’ambito dove si è storicamente manifestato e non cercare di farvi entrare a ogni costo il ragionevole. Il tentativo dei filosofi e degli antropologi di unificare, in una Ragione superiore, i due figli, complementari ma diventati nemici, di Minerva è una tentazione alla quale ci sembra importante resistere anche se il ragionevole resta l’orizzonte insuperabile del razionale.
L’ipotesi del comportamento razionale costituisce l’essenza stessa dell’homo œconomicus: è un postulato metafisico e, in quanto tale, inconfutabile. Secondo tale dogma, l’uomo, ogni uomo, di qualsiasi razza, religione, sesso, età, obbedisce al calcolo dei propri interessi. Fosse pure altruista, l’abnegazione e il sacrificio gli procurerebbero dei godimenti preferibili ai suoi propri. Anzi, è interessante essere disinteressato! Nel quadro di tale postulato, gli africani, al pari degli asiatici o degli aborigeni australiani, nascono, vivono e muoiono liberi ed eguali in diritto. L’influenza e l’imperio della razionalità sono totali. Nessuno vi sfugge. L’homo œconomicus è un idiota razionale [rational fool, Sen dixit]. Taluni [per esempio gli esperti della Banca mondiale…] forse si credono più razionali di altri, in realtà sono soltanto più “idioti”.
Prendendo in parola gli economisti, Jacques Austruy ha costruito tutto il suo sistema dimostrando che il sottosviluppo era perfettamente razionale. Ha avuto buon gioco nel provare che il “rifiuto” dello sviluppo poteva essere interpretato in questa logica e che esso rispondeva a un calcolo d’interessi, bene inteso irreprensibile; da qui il titolo della sua opera più importante: Le Scandale du développement.I buoni samaritani del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale e i loro sostenitori economisti provano un certo sadico piacere nel denunciare l’etnocentrismo e addirittura il razzismo degli antropologi sempre più o meno relativisti. Costoro in effetti vedono pretesi comportamenti irrazionali dovunque fuori dall’Occidente. Percepire irrazionalità economica nell’informale o nel sottosviluppo, assecondando l’idea di questi integralisti dell’economia, equivale a rifiutare ai nostri fratelli neri, gialli o verdi una pari dignità. Al contempo però si ritengono quegli stessi fratelli assolutamente degni d’indebitarsi fino al collo, di subire dei Pas [piani di aggiustamento strutturali] l’uno più umiliante dell’altro, di sacrificare il proprio patrimonio naturale e di lavorare in subappalto per delle ditte transnazionali in condizioni ben peggiori della schiavitù. Naturalmente ci sono molti africani pronti a rivendicare a gran voce, facendo eco, tale diritto alla razionalità. Se gli occidentali fossero tutti ciechi, sarebbe possibile trovare qualche africano pronto a rivendicare il proprio imprescrittibile e inalienabile diritto a cavarsi gli occhi!
Questa razionalità universale è del tutto logica e vuota. Poiché la natura ha comunque orrore del vuoto, quest’ultimo si trova naturalmente e furtivamente colmato dal senso comune, vale a dire dalle pratiche e dai pregiudizi del Wasp [white anglo-saxon protestant]. L’arrogante trionfo della razionalità dell’uomo bianco genera frustrazioni e così di rimando vengono nutrite rivendicazioni per una razionalità africana, papuana o jivaro.
Il comportamento razionale ha dunque, in modo ineluttabile ma insidioso, un secondo senso, più sostanziale accanto al suo significato puramente formale. È economicamente razionale ciò che è conforme al calcolo degli interessi del bianco anglosassone e puritano. Costui è d’altronde l’unico ad avere praticamente ridotto tutto a un oggetto di calcolo. È il solo a poter veramente quantificare i propri interessi, il solo a non avere altro interesse se non il denaro e il solo a essere stato sottoposto fin dall’infanzia all’insegnamento di una business school e dunque il solo a potersi presentare come un autentico homo œconomicus.
Si viene dunque a creare nel mito occidentale il paradosso che se per definizione ogni uomo è razionale, alcuni lo sono infinitamente più di altri. Quel medesimo esperto in sviluppo che invocherà l’universalità della razionalità non troverà scorretto burlarsi dei comportamenti irrazionali delle sue popolazioni-bersaglio che sperperano in feste risparmi che sarebbe stato assai meglio destinare a investimenti produttivi. E non esiterà a esortare ancora e sempre a scelte razionali, al calcolo razionale, a imitare cioè il modello occidentale.
Diventando razionale, la ragione si è dunque svuotata di ogni sostanza. Essa si è trasformata in qualcosa di totalmente astratto e inafferrabile, ma lo spirito di geometria che ha occupato il posto vuoto la oppone vieppiù al ragionevole.






