La democrazia in tavola

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In sette mesi, in provincia di Ascoli Piceno, si è passati da un gruppo di acquisto a quattro. E la rete di produttori biologici che hanno deciso di aderire al progetto «Filiera corta» si estende giorno dopo giorno. I dati li fornisce Avelio Marini, assessore provinciale alle attività produttive: «Cerchiamo di tradurre in politiche concrete l’idea di sovranità alimentare–dice–e il successo che stiamo avendo ci conforta.

Produrre cibo in modo diverso è possibile ed è anche conveniente, dal punto di vista del gusto e del portafoglio, sia dei produttori che dei consumatori ». Il progetto di Marini, diessino, è un esempio di come le istituzioni locali possano lavorare per allargare le crepe di un mercato feroce e oligopolistico come quello alimentare. È anche un esempio di quanta strada abbia fatto la «parola d’ordine» lanciata dalle organizzazioni contadine di mezzo mondo qualche anno fa.

«È arrivato il momento di far pesare l’idea di sovranità alimentare anche dove si dovrebbero discutere le politiche agricole internazionali, cioè nella Fao», dice Luca Colombo, del Consiglio dei diritti genetici, una delle 260 e più organizzazioni che hanno aderito al Comitato italiano per la sovranità alimentare. È il loro autunno, quello appena iniziato.

Continua Luca: «Quattro anni dopo il Forum sull’alimentazione ci sarà in Italia l’occasione per discutere di politiche alimentari e agricole, in un momento, peraltro, molto delicato per la Fao e per milioni di contadini in tutto il mondo». In quell’universo separato che è l’agenzia dell’Onu che si occupa di alimentazione, si sta giocando una partita molto complicata.

Una fonte interna alla Fao la mette così: «Il negoziato della Wto è fallito proprio perché non è stato trovato un accordo sull’agricoltura e allora i paesi ricchi stanno cercando di far avanzare l’agenda delle liberalizzazioni del mercato agricolo con i trattati bilaterali e regionali. La Fao è un ostacolo, perché è l’unica arena multilaterale rimasta». Il direttore generale della Fao, Jacques Diouf, è stato riconfermato nel novembre 2005 a larghissima maggioranza. Il suo progetto di riforma dell’agenzia, però, è entrato in rotta di collisione con gli interessi e i progetti dei paesi esportatori di cibo, Stati uniti e Unione europea in testa e con il Giappone a rimorchio. Washington e Tokyo hanno deciso di sospendere i pagamenti alla Fao. Gli Usa contano per il 22 per cento del bilancio Fao e il Giappone per un ulteriore 18. È un ricatto economico che blocca quasi la metà delle risorse dell’agenzia. «Gli Stati uniti vorrebbero che la Fao diventasse una semplice agenzia di raccolta di dati, senza capacità di elaborare politiche–prosegue l’analisi ufficiosa della fonte–hanno anche l’appoggio nascosto dell’Unione europea, che non vuole rinunciare alla Politica agricola comune né soprattutto alle quote di mercato conquistate per la propria agroindustria a danno dei contadini del sud del mondo».

Diouf, per cercare di controbilanciare il peso dei governi, ha scelto di appoggiarsi ai movimenti contadini e sociali. È un caso unico nell’Onu, e non è privo di rischi: «Siamo in una situazione di stallo», osserva un’altra fonte che, come la prima, preferisce non comparire ufficialmente: «I paesi ricchi hanno la forza economica per paralizzare la Fao, ma non quella politica per imporre il ridimensionamento del ruolo dell’agenzia; Diouf sta cercando di guadagnare la forza politica per cercare di rompere il ricatto, ma ancora non ci riesce. I movimenti infine cercano di approfittare della debolezza degli uni e dell’altro per far avanzare le proprie rivendicazioni».

Lo scenario è complicato dal fatto che alcuni governi del sud, come il Brasile, l’Argentina, il Sudafrica e in parte anche l’India, stanno progressivamente adottando l’agenda dei paesi esportatori. Anche contro gli interessi e le indicazioni dei movimenti contadini nazionali, che non a caso protestano, innanzitutto, contro i propri governi.

L’esempio concreto di questo stallo è lo Special forum tripartito [governi, Fao e movimenti contadini] previsto nel quartier generale dell’agenzia, a Roma, dal 30 al 31 ottobre. La delegazione europea non vuole che si discuta di accesso alla terra e di riforma agraria, temi considerati fondamentali dai movimenti contadini, ma troppo «politici» per i burocrati europei. Le trattative sono ancora in corso, e se non si arriva a un accordo, il forum rischia di saltare. In pratica, i movimenti contadini dovrebbero prendere atto che è impossibile usare la Fao per trattare con i governi. «Questo potrebbe fare comodo ai governi, ma certo non a Diouf che sta cercando di limitare i danni. Il problema però è che c’è una tendenza generale a ridimensionare l’Onu in ogni aspetto, compresa la Fao. La questione va ben al di là dell’agricoltura », aggiunge ancora la fonte.

Il calendario ufficiale dei lavori della Fao si intreccia con quello delle iniziative organizzate fino all’inizio di novembre dal Comitato italiano per la sovranità alimentare [vedi scheda]. La coincidenza non è casuale. Il Comitato, assieme a molte organizzazioni contadine del sud del mondo, dal Mali all’Indonesia, sta cercando di tenere sotto pressione tanto i vertici dell’agenzia quanto i governi. L’obiettivo è provare a influenzare il Consiglio della Fao, che si riunisce a Roma dal 20 al 25 novembre. Il Consiglio è l’organo esecutivo della Fao, che determina l’indirizzo dell’agenzia tra un’assemblea generale e l’altra. La riunione di fine novembre, spiegano le fonti, «si annuncia molto, molto turbolenta», a causa dei profondi contrasti tra Diouf e i rappresentanti dei paesi ricchi.

«Non si tratta di sostenere un progetto al posto di un altro o di entrare nei meccanismi della Fao–dice Antonio Onorati, presidente della Ong Crocevia e tra i promotori del Comitato–ma di provare a spostare tutto il dibattito internazionale sull’agricoltura. Finora hanno deciso i governi e le istituzioni multilaterali non democratiche come la Wto. Questo meccanismo ha comportato disastri sia per l’agricoltura del sud del mondo che per quella del nord. È ora che a parlare di agricoltura sia chi effettivamente produce il cibo».

L’obiettivo dei movimenti e delle organizzazioni sociali e contadine, però, si scontra con la brutalità dei numeri. Mastodontica, piramidale e burocratica, la Fao è tuttavia uno degli anelli più deboli del sistema Onu, perché non si occupa di emergenze politicamente spendibili e soprattutto perché l’agricoltura pesa sempre meno sul «Pil mondiale». Dice, di nuovo riservatamente, un altro funzionario: «Anche se la Ue e gli Stati uniti spendono miliardi di euro e di dollari per sostenere il proprio export agricolo, ai governi dei paesi ricchi l’agricoltura in quanto tale non interessa. Gli interessa come i prodotti circolano, non come si fa a produrli. Qualsiasi questione agricola viene ridotta o trasformata in qualcosa di diverso, in un problema commerciale o magari ambientale. Governi e movimenti contadini, sia del sud che del nord, parlano lingue completamente diverse. Per ora fingono di credere di potersi capire, ma temo che non durerà a lungo. Non solo i punti di vista, ma i valori sono differenti: quando i governi dicono Pil, i movimenti rispondono persone».

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