Consentire ai cittadini di respirare aria meno inquinata, di muoversi e di interagire in modo meno nevrotico e irrazionale, significherebbe dover intervenire nel nucleo del pasticcio liberista. Perciò si preferisce sorvolare e perpetuare la grande rimozione che alimenta la macchina economica e i suoi effetti collaterali di malattia e morte. Un modello macabro e inumano, frutto di politiche decennali asservite agli impulsi violenti del mercato che, tra l’altro, ha trasformato l’Italia in uno smisurato cantiere/centro commerciale percorso da scie di vetture e di autotreni. Si stravolge senza pietà l’esistenza di milioni di persone, si tenta di imporre una vera e propria mutazione antropologica, di sospingere la vita umana oltre i suoi limiti. Nel nome del mercato e del “benessere”.
Non stupirà, dunque, che il “sistema auto” esca ben corroborato dalla Finanziaria 2007, che tende a perpetuare, anzi, a peggiorare il quadro clinico.
Il fenomeno, per avere un’idea, nelle città principali del Paese causa ogni anno circa 3500 decessi per patologie correlate alla contaminazione dell’aria e oltre 300 mila ricoveri ospedalieri (stime dell’Oms).
Oltre 6 mila sono invece le vittime degli incidenti stradali (per il 20% si tratta di utenti deboli, pedoni e ciclisti) e 300 mila gli infortunati (parte dei quali restano invalidi). I costi sociali di queste stragi sono enormi: si stimano in 33,7 miliardi di euro per la sola incidentalità e in un’altra sessantina per il resto.
Tutti coperti solo marginalmente dai soggetti che li producono. In primis, le imprese, responsabili anche dell’impazzimento crescente del trasporto pesante su gomma, favorito da un regime che mortifica i mercati territoriali e omette di addebitare correttamente i costi sociali dei caroselli transnazionali di merci (l’impatto ambientale di un Tir è pari a 500-mille volte quello di una vettura). Politiche insensate, poi, hanno reso spesso l’automobile una scelta obbligata, anche per via di un’urbanistica che decentra commercio, lavoro, servizi. L’Italia è primatista per diffusione dei veicoli (uno ogni due abitanti) e in media chi li possiede ci spende 4400 euro l’anno. Ormai è normale, per molti, dover lavorare in buona parte per pagarsi una vettura che spesso è necessaria per recarsi al lavoro o almeno viene percepita come tale, dopo anni di bombardamenti mediatici, di complicità politiche, di sprechi di denaro pubblico per aggredire il territorio con strade, svincoli, tangenziali, parcheggi. Piccole e grandi opere che avrebbero dovuto “risolvere” il problema del traffico e invece, ovviamente, fungono da catalizzatori.
Simili effetti avranno le novità fiscali introdotte dalla finanziaria, riassumibili (salvo qualche impegno per i mezzi dei pendolari, il gpl, i biocarburanti, l’elettrico) in un aggravio della tassa di circolazione per le auto più vecchie (quelle che spesso subiscono anche lo stop da polveri sottili) e per le Suv più grasse (i carri armati da città che pesano oltre due tonnellate), mentre ne sono esentate per cinque anni le vetture di ultima gerazione, “quelle che non inquinano”, ha blaterato uno di quei Tg che di solito ci rassicurano con entusiasmo – fra uno spot motoristico e l’altro – circa “la ripresa delle vendite d’auto”. Le novità sono così traducibili: incentivati dal governo o costretti dai divieti, molti italiani più o meno poveri si indebiteranno di nuovo per cambiare la macchina; i ricchi possessori di Suv rinunceranno a una cena di pesce per pagare il superbollo. Il parco circolante si espanderà e tutti staranno in coda, felici di produrre e respirare cocktail mortali. E pensare che all’estero non mancano tentativi di buone pratiche locali, come le agevolazioni fiscali a chi usa la bicicletta per raggiungere il posto di lavoro. In Italia la finanziaria ignora priorità pressanti quali la moderazione del traffico o la ciclabilità urbana (attività motoria che tra l’altro ha effetti positivi sulla salute e sulle spese sanitarie).
Altro che diffondere la consapevolezza sociale del disastro, altro che introdurre correttivi seri e costruire un’alternativa, socialmente desiderabile, basata sui mezzi collettivi e sull’energia metabolica di pedoni e ciclisti: le Suv, per esempio, pericolose, inquinanti e ingombranti, andrebbero escluse da gran parte delle strade, così come i Tir. Un salto di paradigma che obbligherebbe la politica a ragionare anche di relazioni economiche e sociali, bisogni, orario di lavoro, produzione, consumo, mutualismo. Cioè a cominciare a mettere in discussione un modello economico che schiaccia molti e allieta pochi. Ma pare davvero troppo per la maglia rosa Prodi e gran parte dei suoi gregari.
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