Secondo molto ambientalisti, studiosi, urbanisti e amministratori è il bene comune per eccellenza. Del resto, acqua, suolo, città, paesaggi, campagna, foreste, spazi pubblici e molto altro sono ciò che costituiscono questo bene comune, essenziale per la riproduzione materiale della vita umana e per la tutela delle relazioni sociali. Per questo, l’esasperata cementificazione dei territori imposta dagli attuali politiche di sviluppo è ciò che mette più violentemente in discussione quel bene comune: in Italia almeno il 7 per cento del territorio è stato edificato o sigillato, un’area corrispondente a circa 21 mila chilometri quadrati, pari alla superficie dell’Emilia Romagna.
Una cosa è ormai certa per ambientalisti e ricercatori: non è possibile mantenere a lungo l’attuale tasso di consumo di suolo, è fondamentale porre limiti invalicabili al suo sfruttamento indiscriminato spesso non dovuto a reali necessità ma e vere e proprie speculazioni. Attualmente ogni italiano ha a disposizione circa 5000 metri quadrati di territorio, meno di un campo da calcio, ma tale quota scende a circa 2000 metri quadrati se si considera il suolo agrario.
Secondo le elaborazioni dei dati Istat compiute dal Wwf, ogni anno viene spalmata sull’Italia una superficie di 50 mila ettari. Dal dopoguerra si sono costruiti sui suoli privati, solo nell’edilizia residenziale, più di 10 miliardi di metri cubi. L’Italia, per altro, ha il rapporto più altro d’Europa quanto a chilometri di rete autostradale rispetto alla rete stradale: 22,8 chilometri di autostrada ogni mille di rete stradale, contro una media europea del 13,2 per cento.
Gli ambientalisti spiegano che occorrono circa centocinquanta anni perché da un suolo minerale si formi un primo sottile strato di materiale organico stabilizzato da vegetali; da qui allo sviluppo di un suolo maturo dovrà passare ancora circa un millennio. Per questo, chi distrugge suolo fertile e lo copre di cemento in nome dello sviluppo compie un danno irreversibile per molti millenni, privando di fatto le generazioni future della base del sostentamento. Non solo: pochi sanno che la produzione del cemento è responsabile di imponenti emissioni di Co2 [il 5-7 per cento a livello mondiale]. Infatti nella reazione chimica che la roccia calcarea subisce quando viene sottoposta a cottura a circa 1500 °C si liberano 525 chilogrammi di Co2 per tonnellata di materia prima. Aggiungendo il combustibile per alimentare il forno e l’energia elettrica necessaria per la preparazione del cemento, si arriva in media a una tonnellata di Co2 per tonnellata di cemento.
I suoli, inoltre, hanno un’importanza fondamentale nei confronti del clima. A seconda della loro copertura [vegetale, minerale o artificiale] la loro capacità di riflettere o immagazzinare energia solare cambia notevolmente e con essa la temperatura superficiale e il bilancio radiativo della superficie terrestre.
Per questo, la tutela dei territori, e particolare dei suoli, può passare per mobilitazioni importanti come quella della Val di Susa. Difendersi dall’impatto dell’alta velocità significa davvero salvaguardare territori.
Del resto, l’Italia è un paese di superficie limitata [301.277 chilometri quadrati] e in gran parte montuoso, con molte città a breve distanza l’una dall’altra. Come ricorda Luca Mercalli, clomatologo, “il territorio italiano non è affatto un contesto geografico adeguato all’alta velocità come invece accade nella vicina Francia di superficie quasi doppia [543.964 chilometri quadrati] e in gran parte pianeggiante con poche grandi città molto distanti tra loro”. Per questo gli elevatissimi investimenti e i conseguenti impatti ambientali [consumo di suoli, imponenti emissioni di Co2] della rete ferroviaria ad alta velocità “sono del tutto ingiustificati, a fronte dei vantaggi che si sarebbero ottenuti migliorando tecnologicamente la rete esistente e soprattutto l’efficienza nelle tratte brevi, quelle usate ogni giorno da milioni di pendolari, che mai saliranno su un treno ad alta velocità a lunga percorrenza, necessario a una minoranza degli utenti”.






