Ivan Illich non si definirebbe mai un ecologo o un verde

Eppure la sua visione delle cose un forte punto di riferimento per molti verdi, e parecchie sue speranze sono legate ai movimenti verdi. Nei confronti dei quali, per, sa anche essere molto scettico, soprattutto per quella loro tendenza a voler costruire a tavolino il nuovo mondo, guardando solo al futuro e non tenendo conto dl passato. E forse anche perché attingono troppo dai libri e troppo poco dagli usi e costumi e dalle saggezze popolari. E per certe tentazioni di ritorno alla natura che saltano a più pari cultura e civiltà. Ma, infine, parla di “ecologia politica” in tutto il mondo, dal Messico al Giappone, dagli Stati uniti all’Europa, ed insite su quel “politico” con fermezza, tacciando di ingenuità molti verdi. Perché che non sa vedere la storia, non capisce la dimensione politica dei rapporti tra gli uomini, e neanche con la natura, par di capire.

L’uomo di cui si parla è Ivan Illich, prete–anzi, col grado di “monsignore”–cattolico, ex-rettore (a meno di 30 anni) dell’Università di Porto Rico, attualmente professore di non so quante discipline (tra cui “Storia del sistema fognario”) in non so quante Università, animatore del Centro di documentazione inter-culturale di Cuernavaca (in Messico), autore di numerosissimi libri e saggi, in varie lingue, ed uno dei più radicali critici della civiltà tecnologica, cui oppone una visone di convivialità non elaborata nel quadro di alcuna utopia, bensì ricavata da una attenta esplorazione storica di quanto nelle diverse civiltà si è sviluppato prima che il mercato tutto mangiasse e tutto omologasse. Illich non vive in una caverna, non disdegna la macchina o l’aereo per spostarsi (anche se preferisce il treno), non sembra praticare nessun genere di salutismo nella sua alimentazione o nel suo stile di vita.

Ma da anni non legge i giornali: si vede che l’attualità quotidiana gli appare fatua ed inconsistente, mentre dalla ricerca–che so–sulla formazione del vincolo coniugale nel diritto canonico del XII secolo riesce ad illuminare più aspetti della vita (della considerazione del corpo, dei rapporti interpersonali, del governo delle coscienze, ecc.) che non dalla quotidianità politica. Quando Illich si trova a contatto con il suo pubblico, preferisce in genere una forma seminariale. Abborrisce e rifiuta i mass-media (persino un fotografo non-avvoltoio può farne le spese..), non rilascia interviste, e non accetta il ruolo del conferenziere che “dà la linea”. Piuttosto cerca un dialogo che sarà tanto più ricco quanto più i diversi partecipanti interverranno con domande o proprie osservazioni, basate però su precise conoscenze (indagini, letture, riferimenti precisi), non su opinioni ed idee.

Insomma: un maestro che svolge con gusto una funzione didascalica, ma che pretende che si intervenga in maniera fondata e documentata e che non accetta di trasformarsi in “tuttologo”, per quanto ampi e vari siano i suoi campi di indagine (dalla scuola alla salute, dall’acqua al computer, dai diritti civili alla percezione del corpo…). Qualcuno ne rimane deluso e lo trova “poco organico”, altri ne ricavano spunti decisivi per orientare la propria visione del mondo. L’incontro con Ivan Illich a Bolzano, avvenuto in pubblico qualche mese fa, conferma le caratteristiche del protagonista. Dovunque egli trovi pane per i suoi denti, si sveglia subito una sua lucida curiosità. Ed invece che parlare di ambiente, di risorse, di tecnologia o di salute–come una parte dei convenuti magari si aspettava–Illich percepisce subito l’importanza fondamentale che nel Sudtirolo riveste il problema della lingua, dei confini tra lingue e culture, del confronto tra loro, delle reciproche pretese di superiorità o di esclusività.

E così comincia a raccontare di un aspetto particolare di se stesso, che diventa poi anche il centro della discussione: si parla del multilinguismo. “Ivan, come mai non sei pazzo, come mai non risenti della schizofrenia tipica dei plurilingui? Così mi sento domandare sempre più spesso, da quando sono in voga certe teorie secondo le quali il possesso di più lingue porta alla scissione della personalità. Ed io ci ho pensato e voglio formulare proprio qui un’ipotesi che vorrei approfondire: che cioè l’uomo non sia naturalmente destinato ad apprendere una sola lingua, ma sia–per così dire–"naturaliter” plurilingue. Come in tanti altri campi, si tratta di rovesciare una presunta verità lapalissiana, dimostrando che essa viene smentita dalla storia. Ed infatti l’idea dell’uomo “naturalmente monolingue” è un’idea moderna, europea e colonialista.

E così come l’uomo solo molto tardi finisce, termina, con i confini della sua pelle, perdendo via via tutta quell’aura intorno fatta di odori personali, di specifiche forme di apparenza e così via, anche il confine tra le lingue è diventato cartesianamente netto ed artificioso. Come in tanti altri : per esempio con la recinzione ed appropriazione privata dei pascoli o di altri usi civici". Ivan Illich sviluppa una sua idea-forza: la maggiore ricchezza, complessità e varietà delle società più conviviali contrapposte alla forzosa riduzione a linearità , ad univocità, a fungibilità, a risorsa mercificata che si ritrova nelle società dominate dal mercato.

lo stesso discorso che vale sui rapporti tra uomo e natura: finchè gli uomini si trovano inseriti in un contesto ambientale di dimensioni conviviali (pre-industriali, sostanzialmente), non esiste la “scarsità”, se non in occasione di particolari eventi clamorosi; ma per il resto i bisogni umani sono commisurati a ciò che la terra può offrire, quantitativamente e qualitativamente, con una grande ed irripetibile varietà da luogo a luogo. Lo spazio “vernacolare”–nella lingua, negli usi e costumi, nell’accesso comunitario ai beni comuni come aria, acqua, bosco, pascolo, ecc., nei rapporti umani, nel perimetro delle amicizie, e così via–è per Illich la dimensione “naturale” dell’uomo. Dove “naturale” non è una nozione biologica,ma eminentemente storica.

La “scarsità”, la necessità di scavalcare tempo e spazio con le tecnologie della velocità e della comunicazione, gli squilibri… tutto questo è il frutto velenoso di un processo di un processo di rotture, di separazioni, di definizione di confini nitidi tra “proprio” ed “alieno”, tra lingua e dialetto, tra bene d’uso e bene di scambio, tra ambiente e risorsa, tra norma e devianza, tra salute e malattia, tra comunità ed istituzione. "Ricreare un’aura di convivenza, di tolleranza dell’alterità (anche linguistica) è il presupposto per la riscoperta del plurilinguismo: questo conta molto di più che non i corsi di lingua o le invenzioni scolastiche.

Pensate quante caratteristiche del parlare si sono cancellate ed uniformate: dall’intonazione agli accenti, dal tono alla voce, dalla melodia alla frequenza dei vocaboli.. le lingue sono molto di più di quante non ne segni la linguistica, le cui pretese ideologiche devono essere smascherate come tutte le altre pretese di delimitazioni scientifiche fatte in realtà in nome dell’economia, per rendere più misurabile, amministrabile e dominabile il mondo “, dice Illich. Ecco un esempio–particolarmente inconsueto–di un’opera di "ecologia politica”, come Ivan Illich la definisce: ripristinare, nelle nostre menti, prima di tutto, e con una solida base storica, di quel che è stato, non di quel che potrebbe essere,–la multiforme varietà del mondo, senza cedere al ricatto della semplificazione distruttiva in nome di imperativi economici.

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