Per una tv della decrescita

In questa estate di guerra e di presunti attacchi terroristici (adesso se hai un momento di panico o soffri di claustrofobia rischi la galera… non a caso quello è il Paese delle Libertà), di ingorghi balneari e serate in discoteca, capisco che la nuova maggioranza abbia avuto davvero poco tempo per pensare alla televisione.

E non parlo solo dell’ormai famigerato e mitico conflitto di interessi, già una volta finito sotto l’uscio dell’agenda politica con tutti i danni che a causa di quella scelta folle ancora oggi stiamo pagando. Non penso nemmeno al digitale terrestre e agli affari dei parenti berluschini.

Non mi sfiora neanche la mente di considerare che questo è ancora il Cda nominato dal “Secondo Impero del Male”, con un presidente diesse [sarà mica anche per questo che lasciano tutto così com’è?!] e una sfilza di personaggini poco raccomandabili.

Penso all’orrore del palinsesto Rai e, in generale, alla spazzatura che ad ogni ora del giorno e della notte e a reti unificate i sette canali generalisti sparano in dosi massicce sulla discarica che è diventata la nostra società.

Penso a tutto il male che ha prodotto la tv del biscione, che da vent’anni a questa parte cresce giovani generazioni di rammolliti, convinti che per avere successo nella vita sia sufficiente essere belli, comparsare in un qualche reality show, e arricchirsi alle spalle del vicino di banco, pianerottolo, strada!
Penso allo strapotere e all’arroganza di un modello di sviluppo e di consumi che ha costruito grazie alla televisione un impero basato sullo spreco, la rincorsa ad avere sempre di più e sempre un pò di più di qualcun altro.

La sinistra ha urlato al regime per anni e anni, lamentandosi dei cinque minuti [o trenta, non fa alcuna differenza] in più al telegiornale dei politici-comparsa del centro destra rispetto a quelli del centro sinistra, senza capire che per le restanti 23 ore e 55 minuti il mostro a pollici variabili plasmava a sua immagine e somiglianza intere famiglie e comunità.

La smettano quindi di perdere tempo. Evitino di occupare la Rai, lottizzandola come è sempre accaduto ad ogni cambio di stagione, e cerchino persone capaci, tecnici e manager per la gestione dell’azienda e donne e uomini di cultura per rivoluzionare il palinsesto dei tre canali.

Smetta la Rai di scimmiottare la tv commerciale, ricominci ad assolvere al suo ruolo di servizio pubblico, evitando di preoccuparsi di cosa penseranno gli inserzionisti pubblicitari, l’auditel [che è una colossale bufala], gli opinionisti al soldo del Berlusca.

Dallo schermo a pollici variabili passa inevitabilmente la ricostruzione sobria del nostro Paese, tutto il resto, a mio avviso, viene dopo. Molto dopo!

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