L’articolo è in parte anche un’interessante e motivata risposta alle osservazioni di Francesco Terreri:
http://www.carta.org/campagne/globalizzazione/decrescita/051108conseguenze.htm
Al termine di un dibattito contro la costruzione di un inceneritore, un giovane impegnato politicamente a sinistra, che aveva fatto un intervento lucido e documentato, mi ha consegnato due fogli dove aveva scritto alcune riflessioni critiche sul Manifesto del Movimento per la decrescita felice, dicendomi che gli sarebbe piaciuto conoscere la mia opinione. Poiché le perplessità espresse in quel testo scaturiscono dalla corretta applicazione di alcuni elementi della teoria economica e si fondano sull’analisi di modelli di comportamento così generalizzati da sembrare inerenti alla natura umana, mentre sono storicamente determinati, la risposta che mi è stata sollecitata mi offre l’opportunità di approfondire alcune riflessioni sul consumismo. La critica di fondo rivolta da quel documento al Manifesto è che la sostituzione dello yogurt comprato con yogurt autoprodotto, ovvero delle merci con beni, non comporta necessariamente una riduzione del prodotto interno lordo. Può comportare, si dice, un decremento, un incremento o nessuna variazione. Dipende da cosa si fa dei soldi che si risparmiano autoproducendo un bene invece di comprare una merce equivalente. A questo proposito vengono indicate tre possibilità: o si compra un’altra merce che prima non si riusciva a comprare, o si mettono sotto una mattonella, o si portano in banca. Nel primo caso il prodotto interno lordo non ha nessuna variazione, nel secondo diminuisce, nel terzo aumenta perché le banche utilizzano i depositi per finanziare investimenti produttivi.
Una precisazione iniziale. Se si sostituisce una merce con un bene, il prodotto interno lordo diminuisce, e non solo perché diminuisce la domanda di quella merce, ma anche perché diminuisce la domanda di imballaggi, diminuisce la domanda di carburanti e mezzi di trasporto, non si producono rifiuti. Se poi questa scelta comporta un risparmio di denaro e con questo denaro si fa un’altra scelta, per esempio si compra un’altra merce che prima non si riusciva ad acquistare, o si comprano azioni in Borsa, questa seconda scelta farà crescere il prodotto interno lordo, ma ciò non toglie che la prima, l’autoproduzione di un bene in sostituzione di una merce, lo abbia fatto diminuire e che quella diminuzione abbia portato miglioramento qualitativo. Anche se resta difficile da capire, perché siamo abituati a pensare il contrario, il prodotto interno lordo può decrescere, possiamo farlo decrescere con le nostre scelte, e la decrescita può non causarci dei guai. Anzi, può migliorare la vita e l’ambiente in cui si vive. Siamo talmente abituati a pensare che la crescita della produzione di merci sia un bene perché consente di far crescere i consumi e se si consuma di più si sta meglio, da non riuscire nemmeno a immaginare che se ci si ritrova con qualche soldo di più in tasca si possa far altro che spenderlo subito per consumare di più, o investirlo per avere in futuro la possibilità di consumare ancora più di oggi. Non si possa cioè far altro che contribuire con le nostre scelte alla crescita del prodotto interno lordo. La terza possibilità, l’unica che può farlo decrescere, è mettere i soldi risparmiati sotto la mattonella, ma è talmente stupida…
In realtà, se l’autoproduzione di un bene fa risparmiare dei soldi, apre un’altra possibilità oltre le tre prese in considerazione, una possibilità che il sistema fondato sulla crescita della produzione di merci ha cancellato dall’orizzonte culturale degli uomini: non aumentare i propri consumi, ma lavorare di meno per dedicare più tempo alle esigenze spirituali, alle relazioni umane, familiari, sociali, erotiche, culturali, religiose. A guardare le nuvole “Eh!, Ma allora che cosa ami, straordinario straniero? Amo le nuvole… le nuvole che passano… laggiù… laggiù… le nuvole meravigliose!”. . A dedicarsi allo studio disinteressato, per il solo gusto di sapere. A dipingere, ascoltare musica e suonare, contemplare, leggere e scrivere poesie, pregare. A fare esperienze di vita insieme ai propri figli invece di compensare con l’acquisto di cose i sensi di colpa che si provano quando si affidano tutto il giorno a estranei perché si passa tutto il giorno a lavorare per guadagnare i soldi necessari a comprare le cose che acquietano i sensi di colpa. Con l’esito di farne dei consumisti nella profondità dell’essere, instillando in loro sin dall’infanzia l’idea che l’affetto si manifesta attraverso il dono di oggetti acquistati. Invece di donarti il mio tempo e la mia attenzione, ti dimostro che ti voglio bene spendendo i miei soldi per te. “Papà ti vuole proprio bene – diceva una nonna al nipotino sulla corriera che ci portava da Cupra Marittima a Roma qualche anno fa – ti dà sempre soldi”. Un sistema economico fondato sulla crescita ha bisogno di esseri umani appiattiti sul consumismo, che nell’atto di acquistare acquietano le proprie esigenze affettive e trovano la propria realizzazione esistenziale, altrimenti non susciterebbe la domanda crescente necessaria ad assorbire l’offerta crescente di merci e il meccanismo della crescita si incepperebbe. Se hai qualche soldo in più l’unica cosa che puoi pensare è che il tuo potere d’acquisto si è accresciuto. Che puoi consumare di più. Invece, chi decide di autoprodurre qualche bene, con la sua scelta sfugge a questa logica. Non la fa per risparmiare e avere più soldi da spendere in altre merci, ma per ritagliarsi uno spazio autonomo dalla mercificazione assoluta, per sostituire in misura sempre più ampia le merci con beni. Per sottrarsi al meccanismo della crescita che obbliga a consumare sempre di più per produrre sempre di più e a produrre sempre di più per consumare sempre di più. Chi desidera comprare più merci di quelle che riesce a comprare col suo reddito non sceglie questa strada, ma vende in misura maggiore il suo tempo, fa gli straordinari o il doppio lavoro per acquisire il diritto di inserirsi con automobili sempre più grandi in code sempre più lunghe.
“Buy something”. Con questo messaggio pubblicitario natalizio una casa automobilistica inglese, nel mese di dicembre del 1991, invitava i consumatori americani a comprare qualcosa. “Naturalmente -precisava – saremmo più contenti se la vostra scelta cadesse su una delle nostre automobili. Ma se non avete nessuna intenzione di comprare una Range Rover, pazienza. Comprate un forno a microonde. O un cane bassotto. O biglietti per il teatro. Basta che compriate qualcosa. Perché, se per tornare a spendere aspettiamo tutti che la recessione sia dichiarata ufficialmente sconfitta, allora non finirà mai”. In Italia, dove le cose che succedono negli Stati Uniti si ripetono qualche anno dopo, nel mese di dicembre del 1993 i giovani imprenditori dell’Unione industriale di Torino rivolgevano questo appello natalizio ai consumatori: “Per Natale un gesto di solidarietà. Regalatevi qualcosa. Magari italiano. Può sembrare strano” – premettevano – “abbinare la solidarietà all’invito di ricominciare a consumare in occasione degli acquisti per i regali di Natale. Eppure… – aggiungevano – chiediamo di farsi, o di fare un regalo in più, meglio se Made in Italy; di compiere un investimento nei consumi a favore di se stessi o dei propri cari, con la consapevolezza di contribuire così anche agli altri. Gli altri che non conosciamo, ma che lavorano per produrre e per vendere ciò che abbiamo deciso di acquistare”.
Quando indosso le camicie con cui lavoro nell’orto o spacco la legna, quando indosso i maglioni di lana con cui d’inverno mi metto davanti al computer, penso che la parola consumatore mi calzi a pennello. Mi dà soddisfazione constatare che questi indumenti mi sono serviti per anni nelle relazioni sociali prima di essere lisi, che dopo essere stati consunti dall’uso mi servono in casa per anni prima di diventare stracci, che mi serviranno a pulire la casa e gli attrezzi di lavoro prima che in qualche industria tessile di Prato siano suddivisi per rifarne tessuti. Più lungo è il tempo in cui li uso, minore è il peso della mia impronta ecologica, più leggero sarà stato il passo con cui ho attraversato il mondo negli anni della mia vita. Ma quando penso all’uso della stessa parola per indicare i soggetti che esprimono la domanda in un sistema economico che, per continuare a crescere, deve sostituire le merci quando ancora possono essere usate per anni e le trasforma in rifiuti in tempi sempre più brevi, allora penso che indichi una mutazione antropologica degradante sia dal punto di vista dell’intelligenza, sia dal punto di vista della morale. Lavorare per produrre sempre più cose e per avere i soldi necessari a comprarle, buttarle via sempre più in fretta per poterne produrre e comprare altre da buttare via ancora più in fretta. Uscire di casa al mattino tutti alla stessa ora e incolonnarsi per andare a produrle. Impacchettare i bambini ancora assonnati e scaricarli tutto il giorno all’asilo per poter andare a lavorare. Riversarsi il sabato pomeriggio tutti alle stesse ore negli stessi centri commerciali a comprare le cose prodotte lavorando. Formare tutti insieme la domenica alle stesse ore code di decine di chilometri sulle autostrade. Il prodotto interno lordo è aumentato dello 0,2 per cento sul trimestre precedente. Stiamo uscendo dal tunnel. No, su base annua è ancora sotto dello 0,5 per cento. Siamo nel baratro della recessione. Per uscirne dobbiamo produrre e consumare ancora di più.
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