Da Vannes, a Parigi, al mondo: storia di un'inquietudine

Un berretto blu di panno, da marinaio bretone, un sorriso di spigolo, solare ma ironico, un’aria da monello che la barba grigia non riesce a invecchiare. Incontro Serge Latouche, economista francese, uno dei referenti teorici più solidi del movimento no-global, a Roma, in uno studio spoglio dell’Università La Sapienza dove è “visiting professor”. Latouche sta tenendo lezioni e incontri, affollati da centinaia di studenti, sui meccanismi perversi della mondializzazione dell’economia. Per Latouche, che denuncia i pericoli della globalizzazione e del primato dell’economia sull’uomo, il nuovo movimento di base è un luogo finalmente “amichevole’, dopo anni di isolamento culturale e di accuse di catastrofismo: "mi sento come un pesce nell’acqua”, confessa soddisfatto.

Fin dall’infanzia Serge Latouche è un borghese atipico. Vannes, la sua piccola città nel cuore della Bretagna, era molto vicina alla campagna. Anche in tempo di guerra, tutte le persone con una certa disponibilità economica, racconta “riuscivano, grazie alla borsa nera, a mettere in tavola qualcosa in più rispetto a quanto assicurato dal razionamento. Eppure i miei primi ricordi sono tutti legati alla mancanza di cibo. La mia famiglia era di estrazione borghese, mio padre era un avvocato ma versava in gravi difficoltà economiche. I miei genitori, inoltre, presi dai loro problemi, non si accorgevano che noi ragazzini avevamo fame. Mi ricordo che mio padre, che nonostante le quantità fossero razionate mangiava molto pane, a noi sembrava quasi un orco”.

Latouche comincia ad andare a scuola molto presto: “Come famiglia bretone, per l’epoca, in realtà, noi eravamo in pochi, ma, con cinque bambini da badare, uno più piccolo dell’altro, mia madre pensò bene di sbarazzarsi di me, che ero molto vivace, mandandomi direttamente a scuola, visto che non esistevano asili per la prima infanzia”. E l’esperienza è molto dura. “Le suore erano terribili, i miei compagni tutti figli di buona famiglia, beneducati, studiavano a casa con dei precettori. Io invece ero malvestito, mi comportavo come un monello perché passavo le giornate a giocare con i ragazzi per strada: finii per essere l’ultimo della classe in tutte le materie. E mio padre, che disperava di poter fare qualcosa di buono di me, prese una decisione energica. C’era nella mia stessa città l’Istituto dei Frati della Scuola Cristiana, chiamati "frati della quattro braccia” perché la loro tunica aveva quattro maniche". I frati gestivano un collegio per i figli degli operai, una scuola dove si imparava esclusivamente a leggere, a scrivere e a far di conto, “a colpi di righello sulle dita e di punizioni corporali–sottolinea. Io avevo 7 anni, ero il più giovane, c’erano nella mia classe ragazzini del proletariato più misero, figli di alcolisti, di ladri, i più grandi avevano già 15 anni. C’era un solo ragazzo quindicenne che, nel dettato di preparazione alla licenza elementare, faceva più errori degli altri, prima del mio arrivo. Mi ricordo che, durante il mio primo compito in classe, lui ha fatto 25 errori, beccandosi 25 colpi di righello sulle dita, mentre io ne ho commessi ben 64. Siccome ero il più piccolo, ho beneficiato di una "tariffa speciale” e sono stato dispensato dalle bacchettate che mi spettavano. Ne ho preso una quantità simbolica. Il risultato fu tuttavia molto positivo: in breve tempo sono diventato il primo in matematica, il primo in storia, l’ortografia mi è rimasta invece un po’ ostica e anche oggi faccio più di qualche errore".

A scuola d’economia

Serge Latouche nel 1956, dopo la scuola secondaria, andò a vivere a Parigi per studiare economia. Con in tasca un diploma di studi superiori in economia e un diploma in scienze politiche, Serge Latouche dopo l’anno di servizio militare assolto alla fine della guerra, decide di scrivere la sua tesi di dottorato sul Terzo mondo, raccogliendo materiale in un Paese in via di sviluppo. “Io ero marxista–spiega–ero iscritto alla gioventù comunista, Fidel Castro aveva appena fatto la rivoluzione a Cuba e nel nostro ambiente si cominciava a imporre l’idea che la rivoluzione si sarebbe diffusa in tutto il mondo, che il nostro avvenire sarebbe stata la rivoluzione, ma che essa non sarebbe partita dai Paesi industrializzati e sviluppati ma dai paesi del Terzo mondo. Un nostro slogan diceva: "La strada da Mosca a Parigi passa per Calcutta e Shangai”. E il titolo che avevo scelto per la mia tesi di dottorato era infatti: “La pauperizzazione su scala mondiale”. Volevo dimostrare che la pauperizzazione dei lavoratori francesi, osservata dai marxisti ortodossi, era ancor più vera su sala mondiale e che l’accumulazione di capitale dei Paesi ricchi portava alla pauperizzazione dei lavoratori agricoli del Terzo mondo. E che questo era il motivo per cui i movimenti rivoluzionari si sviluppavano nel Terzo mondo e non nei paesi occidentali, nei quali i partiti operai–dice ridendo–diventavano sempre più riformisti, per arrivare allo stadio attuale del social-liberalismo alla Blair o alla D’Alema".

In quegli anni, i giovani laureati destinati alla carriera accademica, rimediavano abbastanza facilmente dei posti da assistente, “quello che porta le valigie del professore–commenta Latouche. Io non ho mai amato portare le valigie, avevo voglia di partire, sia per la mia tesi sia per tagliare con l’ambiente universitario, ma anche per delle ragioni personali: stavo divorziando e avevo voglia di allontanarmi. Ho cercato, senza riuscirvi, di partire per l’India, poi per il Madagascar con una Ong per la quale avrei dovuto tenere la contabilità in un villaggio, per un soffio non sono riuscito a lavorare in Nuova Caledonia per un’impresa di alluminio, e in Africa con una grande società commerciale. Finalmente trovai nella cooperazione francese un posto in Zaire, che all’epoca era Congo belga, nella Scuola nazionale di diritto e di amministrazione dove dovevo tenere dei corsi di contabilità per i congolesi”.
Un vero laboratorio di neocolonialismo, lo Zaire di quell’epoca.

“Organizzavamo in quel Paese dei corsi-concorsi per formare dei funzionari "alla francese” e per fare dello Zaire un Paese moderno come la Francia. La scuola era stata fondata da belgi, una buona parte dei professori era belga, la Francia di De Gaulle voleva prendere il posto dei belgi in Congo perché quella terra era piena di risorse minerarie e per questo finanziava la scuola: inviava alcuni professori, pretendendo, in cambio, la direzione degli studi. Gli americani finanziavano anch’essi, attraverso la fondazione Ford, una parte della scuola e avevano piazzato un amministratore che si occupava della gestione materiale, un nero americano, mentre il direttore formale era un congolese. C’erano anche alcuni altri professori e tecnici che erano egiziani e libanesi francofoni, messi li per motivi di relazioni politiche con i loro paesi. C’era l’Onu, inoltre. Io tenevo un corso sulla pianificazione, sulla politica economica e spiegavo ai miei studenti africani che dovevano fare la rivoluzione, e, subito dopo sviluppare una economia pianificata con un sostenuto sviluppo industriale e tecnologico. I miei studenti mi parlavano dei valori africani, ma io li guardavo come se parlassero dell’oscurantismo, del Medioevo. Avevo ancora lo sguardo dell’esperto, di sinistra, marxista, ma sempre esperto, con i suoi modelli, le sue convinzioni sulla necessità dello sviluppo economico. Allo stesso tempo io m’interessavo, paradossalmente, all’antropologia, collezionavo maschere, mi interessavo al modo di vivere delle tribù, ma le due cose non si contaminavano. Poi sono partito per il Laos. È probabilmente li che in qualche modo ho compiuto la mia svolta".

Passaggio a Oriente

Il Laos, alla fine degli anni Sessanta, viveva una condizione paradossale. Ufficialmente era un Paese in pace, neutrale, con un re, alcuni ministri comunisti, guidati dal cosiddetto “principe rosso” che vivevano, per sicurezza, nelle province del nord controllate dai comunisti, e gli altri ministri di destra, guidati dal “principe americano”. Questa neutralità gli era valsa il riconoscimento ufficiale da parte di tutti i Paesi “forti”, che gli fornivano aiuti, “ma ci appoggiavano anche i loro servizi segreti–ironizza Latouche. C’era la guerra del Vietnam–racconta–io vivevo nella capitale e tutte le sere sentivamo i bombardamenti perché la pista Ho Chi Min passava a 50 km da noi. Eppure la vita era rimasta, nei secoli, immutata. I villaggi si sviluppavano intorno alla pagoda, i tempi erano scanditi dalla coltura del riso e, una volta che il riso era seminato, per il resto del tempo i contadini lo ascoltavano crescere, la pagoda diventava il centro della vita sociale, e, se non c’erano militari che venivano a saccheggiare i villaggi, violentare le ragazze e impossessarsi dei frutti del raccolto del riso, cose che succedevano spesso, si rivelavano dei veri paradisi”.

L’economista marxista Latouche era stato chiamato a organizzare la contabilità generale del Laos, per avviare una politica di sviluppo, “ma finalmente cominciai ad avere dei dubbi–afferma scegliendo con cura le parole, come per volerle pesare una ad una. Mi resi conto che la gente viveva bene a modo proprio, che tutte le politiche di sviluppo portavano essenzialmente a distruggere il loro modo di vivere e la felicità, in un certo senso. Mi rendevo conto per la prima volta che c’era una contraddizione tra lo sviluppo e il benessere delle persone. E poi sono rientrato in Francia”.

Il Sessantotto sorprese Latouche sulla porta di casa, ma lo lanciò nel panorama accademico come interprete unico d’un modo nuovo di fare economia. “Avevo fatto tutte le manifestazioni sulla guerra d’Algeria–ricorda–ma non avevo mai visto né volare un sanpietrino, né esplodere una bomba lacrimogena”.

Per mantenersi, in attesa di sostenere l’esame d’ingresso nel “corpo docente”, il giovane economista “in movimento” ottenne un incarico per un corso all’Università di Lille, malpagato. “Gli studenti dettavano legge allora–spiega–e per questo mi chiesero di sviluppare un corso critico, cosa che pochi sapevano fare. Cominciai con una classe di Filosofia economica. Mi basai su un’affermazione di San Paolo: "Temo l’uomo che sta tutto in un libro”. Allora noi ne usavamo due: Marx più Freud. Servivano per spiegare, innanzitutto a noi stessi, che l’economia non era un dato della vita reale, o della realtà naturale: l’economia era una creazione dell’immaginario. Bisognava che gli uomini divenissero rilevanti agli effetti economici perché la vita si economicizzava. Invece noi tentavamo il percorso opposto: una decolonizzazione dell’immaginario".

L’esperimento finì per appassionarlo, e Latouche cominciò allora un secondo corso, durato circa 10 anni, di Epistemologia economica, dal quale nacque, nel 1973, il suo primo saggio:
“Epistemologia ed economia. Saggio su un’antropologia sociale freudo-marxista”. Furono anni di grande sintonia intellettuale, nel mondo accademico. I vecchi baroni avevano paura dei loro studenti, molti studenti conquistati dalla causa mondialista finirono per diventare assistenti e Latouche, con la barba e i capelli lunghi, rischiò persino di diventare preside della sua facoltà.

Ma questa aria nuova venne presto ingabbiata: “entrarono in massa nel mondo accademico giovani economisti molto più aggiornati–commenta Latouche non nascondendo un certo disagio–avevano subito una matematizzazione del loro sapere, avevano assorbito modelli americani, e dunque, pur essendo giovani, erano molto più dogmatici dei vecchi baroni, molto più ortodossi, molto più ultraliberalisti e la mia situazione accademica ha cominciato ad essere molto più difficile”. Dopo la pubblicazione del volume “Bisogna rifiutare lo sviluppo?”, conosciuto in Italia con il titolo “I profeti sconfessati”, Latouche radicalizza la sua critica all’economicismo e comincia a diventare molto noto, anche fuori dalla Francia, come conferenziere e come punto di riferimento teorico per un movimento di contestazione all’imperialismo dell’economia globale che muoveva, alla fine degli anni Ottanta, i primi passi.

La sinistra e il movimento

La Sinistra nei Paesi occidentali sconta, secondo Serge Latouche, un “peccato originale”. E certamente il fatto di essere rimasta ancorata a una lettura “classica” dell’economia e della realtà, sta, secondo l’economista, alla base del suo ritardo nella lotta agli effetti perversi della globalizzazione economica e nella comprensione dei nuovi movimenti politici e di contestazione. “Anche se Marx aveva chiarito che il capitale aveva una dimensione internazionale–sostiene Latouche–le sinistre europee hanno teorizzato una dimensione essenzialmente nazionale dell’economia. Capitalismo monopolista di Stato in Francia, capitalismo nazionale in Italia: mentre l’internazionale del capitale era già in atto, era la globalizzazione, le classi operaie non sono mai diventate internazionali e gli analisti di tutta la sinistra sono rimasti fermi, inchiodati alla dimensione nazionale. Ora si sono svegliati, ma molto tardi”.

Oggi il movimento, al contrario che negli anni Sessanta, appare molto eterogeneo, culturalmente quasi disorientato. “Questo movimento combina delle resistenze e delle dissidenze–nota Latouche–la resistenza a questa omogeneizzazione culturale ed economica, questa specie di disastro culturale provocato da un modello che riduce la cultura all’industria, a McDonald, alla musica angloamericana e alla Coca Cola. Poi si riaffacciano le dissidenze di alcuni giovani intellettuali che, ad esempio, in Francia negli anni Sessanta, lasciarono le città per ritornare alla terra e allevare montoni: è il percorso di José Bové. La resistenza alla globalizzazione si connette con le dissidenze per aprire delle strade alternative. Sono strade confuse, e non possono che essere tali perché stiamo affrontando "a spanna” una vera decolonizzazione dell’immaginario. Anche se dobbiamo credere con convinzione nella riuscita di questo percorso di liberazione, dobbiamo essere consapevoli che il nostro immaginario è condizionato dall’economia, dalla tecnica, non si può sfuggire, non siamo pronti ancora, non siamo maturi né intellettualmente, né praticamente. Con il nostro modo di vivere, quello occidentale, la nostra non può che essere un’aspirazione alla dissidenza, a vivere in un altro modo, a lavorare a produrre, a consumare, a pensare e vivere, superando questa idea di produrre, lavorare, consumare come pretende il demone dell’economia. Sperimentiamo, però, insieme l’apertura sull’infinito possibile", ribadisce con forza.

Ma se non fossi stato l’ultimo della classe, chiedo infine a Serge, che continua a sorridere, sprofondato nella poltrona malconcia del piccolo studio che ci accoglie, ti saresti schierato con la stessa passione dalla parte degli ultimi della terra? "Non mi hanno mai fatto questa domanda–sponde un po’ perplesso. Sartre, che si interrogava sul perché tanti piccoli borghesi, da Marx a lui stesso, si fossero appassionati alle sorti dei più poveri, si era risposto che l’universale è la patria dell’intellettuale. Sartre è stato un idolo della mia giovinezza, mi riconosco molto in questa riflessione, non sono indifferente alle ingiustizie, mi colpiscono. Ma sì, forse, proprio le ingiustizie che ho subito da bambino, quelle che ho visto colpire i miei

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