Per ragionare delle alternative alla crescita, o meglio alla società della crescita, la domanda centrale non è “Che cosa?”, ma piuttosto “In che modo?”. Le categorie economiche della crescita e dello sviluppo hanno messo radici nel nostro immaginario in maniera molto più profonda di quanto crediamo. Per cui è molto difficile riuscire veramente ad uscire dalle cornici in cui siamo rinchiusi.
Una fiducia mal riposta
Alcuni fautori della decrescita, insistono ingenuamente sulla “semplicità volontaria”. Il nostro rapporto con il consumo ha radici profonde che abbiamo ereditato e interiorizzato, dunque non si tratta semplicemente di educare il comportamento o di colpevolizzare la corsa all’acquisto. Noi dipendiamo dal consumo in termini materiali, politici, psicologici e identitari. L’eccessiva fiducia nell’autocontrollo è un elemento del problema – della nostra patologia culturale – piuttosto che un aspetto della sua soluzione. Più ci si illude di controllare il consumo e la dipendenza dai prodotti della nostra società di mercato e più si ricade nella dipendenza. Ogni volta che mettiamo avanti una mentalità o un modo di ragionare che insiste sulla nostra capacità di porci razionalmente dei limiti, finiamo in realtà per riconfermare un dualismo tra una mente pensante buona, innocente ed ecologica, ed un’abitudine del nostro corpo o della nostra società a sfruttare, a produrre, a consumare qualcosa.
La strada verso un rapporto più equilibrato con le cose e il consumo è molto più simile ad un processo di disapprendimento e di disintossicazione. Il cambiamento di cui abbiamo bisogno non è semplicemente soggettivo, nel senso che non avviene semplicemente nella mente del singolo individuo. È piuttosto qualcosa che avviene nelle relazioni e nelle interazioni tra più persone o soggetti. Il problema mi sembra dunque quello di ricreare forme di socialità che indeboliscano la coazione del consumo, rafforzando altre fonti d’identità e di sicurezza. Dobbiamo costruire un senso del limite e della misura incorporato, intrinseco nel nostro modo di vivere, di relazionarci, di definirci socialmente e culturalmente. Come ha giustamente sottolineato Wolfgang Sachs, “Una "rivoluzione della sufficienza” non può essere programmata né pianificata; per realizzarla abbiamo bisogno di cambiamenti rapidi e sottili nel pensiero culturale e nell’organizzazione istituzionale della società". Dunque la nostra riflessione sulla sostenibilità deve concentrarsi sui valori e sugli schermi istituzionali e, quindi, sull’universo simbolico della società, più che sui processi energetico-materiali e sul mondo delle quantità materiali.
La logica dell’austerità
La seconda questione richiama il tema dell’austerità e della riduzione dei consumi all’essenziale. Ma che cosa è superfluo e che cosa è essenziale per delle persone e per una società umana? Molte delle società tradizionali hanno proibito o limitato l’accumulazione individuale, ma hanno favorito le forme di dispendio sociale dei beni. Non esiste società tradizionale per quanto “povera” che si sia privata di forme di dono e controdono, di momenti di festa e di ostentazione sontuosa. Il consumo legato alla vita sociale per le società tradizionali è l’essenziale, mentre l’utile e il tornaconto individuale sono secondari. Le nuove forme di austerità e di semplicità volontaria proposte dalla cultura alternativa sembrano riportarci alla direzione contraria: il calcolo dell’essenziale per l’individuo e la singola unità famigliare e il discredito di ogni forma di consumo e dispendio sociale. Coloro, tra gli stessi fautori della decrescita, che invitano per esempio a non regalarsi nulla per Natale per contrastare il consumismo, senza rendersene conto fanno un’operazione di riduzionismo economico utilitarista. Stabiliscono che quello che basta alla loro sopravvivenza individuale e famigliare è l’essenziale, mentre ciò che appartiene allo sperpero, al consumo sontuoso è superfluo.
Così essi gettano discredito su uno dei pochi riti sociali rimasti di dono e controdono che, per quanto sfruttato commercialmente, rappresenta ancora un modo per creare, rinnovare, rinsaldare legami familiari, d’amicizia e d’amore. Rinunciare alla logica sontuosa del dispendio, che si accompagna ai rituali di dono, senz’altro ci fa risparmiare e ridurre gli sprechi ma ci rinchiude in un’austerità e in un’autosufficienza beata e in fondo deprimente. La logica antiutilitaria del dono si oppone alla valutazione ponderata dei filosofi dell’austerità. Anziché attaccare il dispendio irrazionale tipico del dono si dovrebbe piuttosto attaccare la razionalità, apparentemente inscalfibile, del quotidiano calcolo individuale. L’ideologia dei bisogni essenziali è in fondo asociale: così notava lucidamente Ivan Illich già molti anni fa: “Incitando la gente ad accettare una limitazione volontaria della produzione senza mettere in questione la struttura-base della società industriale, non si farebbe che conferire maggior potere ai burocrati che ottimizzano lo sviluppo, e ci consegnerebbe come ostaggi nelle loro mani. La produzione stabilizzata di beni e servizi ultra-razionalizzati e standardizzati allontanerebbe dalla produzione conviviale ancor più, se possibile, di quanto non faccia la società industriale di sviluppo”.
Per mostrare i limiti dell’etica dell’austerità suggerisco di tornare al lavoro di Max Weber sulle origini del capitalismo. La lezione di Weber è che il capitalismo, lungi dal nascere da una brama smodata di guadagno, dal punto di vista dei valori morali trae origine al contrario dallo spirito di ascesi tipico dell’etica puritana. Almeno alle sue origini, sottolinea Weber, “l’avidità smodata di guadagno non si identifica minimamente col capitalismo e meno ancora con il suo "spirito”. Il capitalismo può addirittura identificarsi con l’inibizione di questo impulso irrazionale, o almeno con la sua attenuazione razionale. Piuttosto il capitalismo si identifica con la ricerca continua, razionale, nell’impresa capitalistica, di un guadagno sempre rinnovato: ossia della "redditività"". Questo non significa sostenere che tra i capitalisti odierni non abbia un ruolo anche l’avidità, ma ricordare che la spinta originaria e ancor oggi fondamentale del capitalismo non è la brama ma il calcolo, ovvero nelle parole di Weber “l’uso pianificatorio di prestazioni reali o personali al fine di conseguire un profitto”. Anche di fronte al capitalismo speculativo di oggi ci si può chiedere come uscire da questa folle danza di una ricerca della ricchezza virtuale. Ma dubito che si possa andar lontano semplicemente con un richiamo moralistico ad un’economia più sobria e concreta, anche quando sia ancorata ai territori e ai reali bisogni della gente. Il punto non può essere quello di contrapporre ad un’economia speculativa, basata sulla moltiplicazione infinita dei desideri, un’economia più giudiziosa e un’immagine di essere umano più ascetica e distaccata; ridando nuovo fiato a quella coscienza “enormemente buona” o “farisaicamente buona” che, secondo Weber, accompagnava l’attività lucrativa alle origini del capitalismo. La questione centrale rimane invece quella del senso, della vita che desideriamo.
Nuovi scenari sociali
In questa prospettiva appare più chiaro quindi il rischio che la proposta della decrescita, come quella dell’economia alternativa, finiscano col concentrarsi ancora sulle dimensioni economiche e materiali della nostra condizione, anziché liberare nuovi immaginari sociali. “Paradossalmente – notava Ivan Illich – la dimostrazione economica della controproduttività della crescita conferma la credenza che, per gli esseri umani, ciò che conta possa essere espresso in termini economici”.
Se lottiamo per uscire dalla società di crescita non è principalmente perché la crescita è dannosa o perché abbiamo paura delle conseguenze ecologiche del nostro sistema di vita. Al contrario se ha un qualche senso parlare di antiutilitarismo, di decrescita, di convivialità, è perché vogliamo ricollocare il conflitto sul piano dei sistemi simbolici, sul piano della lettura antropologica della società e dell’essere umano, dei suoi valori e desideri. Perché vogliamo contrapporre al desiderio illimitato di una ricchezza economica e di status, un desiderio altrettanto forte di una ricchezza della propria esistenza, delle nostre relazioni, dei nostri affetti, del piacere di vivere assieme e non in competizione con gli altri.
Da questo punto di vista, lo stesso termine “decrescita”, costruito aggiungendo un “de” privativo al concetto di crescita, rischia di prestarsi ad un fraintendimento continuo. Costringe a chiarire ogni volta che la decrescita non è la crescita stazionaria o negativa, ovvero non è il suo semplice opposto ma allude ad un’altra società possibile. A chiarire che la decrescita non è privazione o depressione, ma convivialità o addirittura una vita festiva e dionisiaca. Che non è una questione puramente di quantità ma di qualità della vita. E soprattutto che non è l’ultima ricetta dell’Occidente per il sud del mondo. Insomma ci sono molti malintesi, molte ambiguità per un concetto che aspira niente meno che a fondare un altro immaginario. Per questo motivo, dunque, sarebbe probabilmente un errore ridurre il dibattito solo a fautori o critici della decrescita: non siamo ancora approdati ad un altro paradigma, anzi a dir la verità temo che non siamo ancora nemmeno usciti da quello vecchio.
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