Sperimentazione ed innovazione sociale:
democrazia oltre l’economia.
La rete dell’Economia Solidale e la Rete del Nuovo Municipio.
di Osvaldo Pieroni, Università della Calabria BOZZA-DRAFT
“Come molti studiosi sostengono, ma come Hannah Arendt più di altri è in grado di argomentare, la storia occidentale è una storia di spoliticizzazione. Sostituita dal governo di alcuni uomini su molti altri, ossia sostituita dai vari modelli di dominio, in questa storia bimillenaria la politica come spazio condiviso dell’azione sparisce, oppure ricompare saltuariamente in occasione di esperienze rivoluzionarie”.
Adriana Cavarero, cit. in La nonviolenza è in cammino (bollettino telematico), Numero 1045 del 6 settembre 2005.
“Rimettere radicalmente in questione il concetto di sviluppo significa fare della sovversione cognitiva, e la sovversione cognitiva è la premessa e la condizione di qualsiasi cambiamento politico, sociale e culturale.
Il momento sembra favorevole per far uscire queste analisi dalla semiclandestinità in cui sono state relegate finora”.
Serge Latouche
" Il ne s’agit pas de préparer un avenir meilleur mais de vivre autrement le présent."
François Partant
Uragano Katrina
Insegno in una facoltà d’economia. Presiedo, da anni, un corso di laurea che si chiama “Discipline Economiche e Sociali per la cooperazione, lo sviluppo e la pace”. Tengo un corso specialistico intitolato “Sviluppo Sostenibile”. Dunque, economia, sviluppo e sviluppo sostenibile dovrebbero essere, per me che comunico “sapere” agli studenti, concetti chiari e forti. Pilastri che reggono l’impalcatura della teoria e del metodo. Ed invece è il contrario. Spendo il mio tempo ed adopero i ferri del mio mestiere per mettere in discussione, aprire dubbi, criticare questi pilastri–evidentemente scricchiolanti–ed aprire un qualche varco verso una comprensione di quel presente che muta, produce innovazione sociale e verso un’immaginazione capace di vedere un futuro diverso. Di fronte ad un pensiero dominante che accetta la “fine della storia” (che, detto in altri termini, vuol dire che dopo il fallimento del socialismo reale non c’è futuro possibile diverso dal modello di sviluppo occidentale appiattito sul presente), la difficoltà ad immaginare un domani sostenibile e giusto risiede proprio nella interiorizzazione di immagini, simboli, schemi teorici impliciti e–in pratica–di modalità e stili di vita basati sulla crescita dei consumi materiali (cos’è l’ideologia della crescita se non la copertura teorica della riproduzione allargata del capitale?), sulla omologazione e sulla rinuncia a quella “vita activa”, che–per citare Hannah Arendt–costituisce il presupposto sociale e politico della trasformazione.
Vi è–in questi giorni–chi per la prima volta comincia a riflettere sulle sorti del mondo….
Tsunami, cicloni, inondazioni, catastrofi così poco naturali attraversano gli ultimi anni con una intensità senza precedenti e l’uragano Katrina mostra l’impotenza del disarmato apprendista stregone combattente che non intende recedere dal sacro livello di vita . American way of life. Non esiste una natura che si ribella: sarebbe una giustificazione teologica che nasconde gli effetti direttamente prodotti–non più collaterali o secondari–da una società che dal “rischio” si avvia alla “catastrofe”. Non esiste una natura esterna alla nostra umana costituzione biologica e sociale ed al nostro linguaggio che attraverso una percezione peculiare e in buona parte socialmente costruita la definisce. Al disastro ecologico, all’ingiustizia, alla tragedia si somma il declino della volontà baconiana e della struttura economica e sociale. La potenza imperiale d’occidente in guerra perde colpi e la costosa rabbia armata rivolta all’esterno si tramuta in crisi interna. Ad oriente emerge, ma non è il sorgere del sol levante, la nuova minaccia per il pianeta ed il nuovo centro. Re-Orient. Il grande Fiume Giallo non arriva più al mare, mentre sotto l’inondazione del PIL affoga nello sfruttamento la campagna cinese. Disastri dell’economia provocati dalla economia del disastro che si riversano sulla società, dal globale al villaggio. Si può parlare, senza riflettere, di “economia sociale”?
Economia sociale economia solidale
L’espressione economia sociale è ambigua e rischia di tradursi in un vero e proprio ossimóro, formula retorica che esprime un contrasto logico. Vi è anche chi aggiunge alla espressione la qualificazione “di mercato” e centra in pieno la contraddizione. Non è un caso che la formula “economia sociale di mercato”, già vecchia di oltre un secolo e per alcuni versi anche nota come “capitalismo renano”, venga riesumata–come programma politico economico–dalle destre e dal sig. Berlusconi e che, con più ben altra dignità, sia parte della prospettiva della Chiesa cattolica rilanciata da Giovanni Paolo II con l’enciclica “Centesimus Annus” . Il guaio è che la stessa cultura di sinistra si trova a coniare simili ossimóri–come appunto “economia sociale di mercato” o “socialismo liberale”–i quali rivelano un grande disorientamento di fronte alla presa della ideologia economica o del “pensiero unico”.
Alla espressione “economia sociale” è stata contrapposta (ma più spesso giustapposta) anche quella di “economia solidale”, che pone l’accento sugli aspetti relativi alla giustizia ed implicitamente svela il prodotto di ingiustizia e disuguaglianza crescenti messo in campo dall’azione economica. Anche in questo caso–tuttavia–il termine economia resta tabù.
Esso è restato tabù anche nell’analisi e nella teoria–che ha fatto scuola nelle correnti ufficiali ed ipocrite dell’economia–di Karl Polanyi e che ha ispirato forti critiche nei confronti del mercato autoregolato. Ed in fin dei conti–a ben veder–anche il mostro sacro Keynes criticava l’economia. Questo mondo–riferisce ad esempio Giorgio Lunghini , citando Lord John Maynard–“il capitalismo decadente, internazionale ma individualistico”, a Keynes non piace: “Non è intelligente, né bello, né giusto, né virtuoso, né si comporta come dovrebbe. In breve non ci piace e anzi stiamo cominciando a detestarlo. Ma quando ci domandiamo che cosa mettere al suo posto, siamo estremamente perplessi”. E qui vediamo come–a mio avviso giustamente–i concetti di economia e capitalismo–dopo la breve e catastrofica parentesi della economia socialista–siano indissociabili.
Il problema, infatti, è cosa mettere al suo posto. Ed anche io sono estremamente perplesso. Ciò però non impedisce di approfondire la critica, da un lato, e di osservare e possibilmente connettere, dall’altro, in quadro sensato esperienze che con l’economia ed il capitalismo hanno poco a che fare e che–nel medesimo tempo–si attengano a principi di giustizia, di bellezza e di virtù e stimolino l’immaginazione del futuro.
Dissentire
Il guaio è che il mercato “vede corto”, che non ha progettualità.
Il che lo rende inidoneo, e controproducente, nel fronteggiare il futuro.
Il mercato ha anche altri limiti. Ma, restando al tema, l’idea di affidare le nostre speranze–il “sogno” degli scemotti che citavo–a un’analisi (di mercato) di costi-benefici è davvero peregrina. Perché il mercato non calcola e non sa calcolare il danno ecologico. Se abbatto alberi, il mercato contabilizza soltanto il costo di tagliarli, non il danno prodotto dall’abbattimento delle foreste. Se surriscaldiamo l’atmosfera, il mercato registra, tutto giulivo, solo un boom di condizionatori d’aria. Per questo rispetto, Dio ci liberi da San Mercato. Il nostro pianeta non sarà salvato “a costi di mercato”; dovrà essere salvato costi quel che costi.
Giovanni Sartori, liberal conservatore : “Il mercato non ci salverà”,
Da il Corriere della sera del 3 settembre 2005
Sul primo versante, quello della critica, mi paiono stimolanti i contributi di Serge Latouche che non teme il tabù e definisce l’economia come una invenzione moderna, che riguarda una brevissima parte della storia della umanità, e che–divenuta pensiero unico–ci sta conducendo alle soglie di quella che senza esitazione definisco, con Richard Leakey, Roger Lewin e Niles Eldredge. , la sesta estinzione di massa.
Il riduzionismo di una visione del mondo che passa tutto al setaccio del solo calcolo economico non è né pertinente per capire la complessità del vissuto, né suscettibile di generare l’ordine sociale ideale che essa pretende di fondare–ha scritto Serge Latouche. In breve–aggiunge–non soltanto non è possibile ma è pericoloso basarsi sull’utilitarismo, che è implicito nella visione economica del mondo, per risolvere in modo umano i problemi contemporanei.
L’economia–come scienza economica, che finisce per plasmare non soltanto l’immagine, ma ben di più la conoscenza del mondo–è dunque una moderna creazione dell’intelletto umano. Sulla sua data di nascita si può discutere, ma questa non appare comunque slegata dal dominio che il mercato autoregolato esercita sulla vita economica, sostanzialmente intesa, fino a fagocitarla interamente.
Invenzione storica, teorica e semantica, l’economia, come sfera autonoma, si afferma quale dato falsamente “naturale” e con la legittimazione della nuova scienza economica ci conduce ad una totale revisione della storia delle attività e del pensiero umani. Basti pensare che nella nostra eredità greca, il pensiero di Aristotele condanna la crematistica, l’arte di accumulare denaro, come pratica inconfessabile ed esecrabile. In realtà, prima del XVIII secolo, gli uomini non avevano in testa il martello economico–se diamo retta alla metafora di un vecchio proverbio francese che dice: “chi ha un martello in testa, vede tutti i problemi sotto forma di chiodi.” Oggi l’economia non ha più confini. Tutto è economia e tutto è interpretato alla luce di un pensiero e di una scienza economica che tanto più paiono inconfutabili e “naturali”, quanto più invece sono costruzione che emerge da prassi storiche, poteri ed interessi recenti, rispetto all’attività propriamente umana del lavoro, della produzione e dello scambio, e consolidano un immaginario economico, che investe ed “economicizza” la nostra stessa vita e la rappresentazione della realtà.
Latouche su questi aspetti è fortemente radicale, anche se–nella pratica–sa bene che per dissentire, occorre resistere e che per resistere occorre a nostra volta sopravvivere.
Dunque si tratta di fare i conti anche con l’economia–con la sua “moderna” autonomia dalla società e con la sua intrinseca inconciliabilità con l’etica (ed in fin dei conti con un sano concetto di democrazia)–e nel medesimo tempo cominciare a pensare e possibilmente a lavorare non per una altra economia, quanto piuttosto per un’altra società. Occorre cambiare linguaggio. Ed in fin dei conti posta in gioco oggi sono quelli che Beck chiama “rapporti sociali di definizione” per analogia ai classici “rapporti sociali di produzione” delle lotte di classe.
Un primo punto riguarda lo sviluppo e, in particolare, l’altro terribile ossimóro contenuto nella formulazione e nella retorica dello “sviluppo sostenibile”. Sarò drastico : si tratta di un inganno, di una operazione di cosmesi.
E’ davvero la crescita economica la base dello sviluppo? Dobbiamo ancora credere che soltanto dopo la soddisfazione dei bisogni primari garantiti dalla crescita (a proposito: il telefonino nuovo è un bisogno primario?) sia possibile permettersi il lusso di pensare alla qualità dello sviluppo? Simili proposizioni non sono plausibili se ci riferiamo a sistemi locali che sono collocati nel quadro di nazioni–come l’Italia–o di comunità di nazioni–l’Europa–che hanno già attraversato più d’una rivoluzione industriale e che godono di livelli di benessere elevati. In questo quadro non si può affermare che vi sia stata e che vi sia ancora carenza di risorse per lo sviluppo, anzi–al contrario–si può ritenere che la stessa crescita, in una sorta di circolo vizioso, risulta frenata dalla carenza di beni consumati e non riprodotti: i legami sociali, la qualificazione del lavoro, l’ambiente (degradato), i commons. Le politiche di crescita, ed il Mezzogiorno è un caso esemplare, hanno sprecato e distrutto risorse per far avanzare l’economia e hanno invece prodotto mancato sviluppo. Saperi locali, culture e differenze–che sono la base per i processi innovativi–sono stati cancellati da una omologazione a modelli esogeni, con scelte appiattite su sentieri esogeni ed obbligati che hanno realizzato la “tragedia dei beni comuni”.
E’ in questo senso che occorre pensare in altri termini allo sviluppo, aprire piuttosto una prospettiva di “dopo-sviluppo” liberandosi dall’assioma che pone la crescita come condizione dello sviluppo. Rovesciando il rapporto tra i due termini, occorrerà pensare ad una visione condivisa, endogena e comunitaria, che scarti le troppo facili ed illusorie alternative promesse dalla crescita e che invece punti sulla cura di quei beni che sono “l’essenza di ogni sistema locale, ciò che lo rende diverso da un non-luogo o da un design artificiale.”
L’ambiguità ingannevole dello sviluppo sostenibile consiste in una contraddizione insormontabile e nella impossibilità logica, oltre che pratica, di conciliare tre imperativi : la crescita economica, la riduzione della povertà e la conservazione degli ecosistemi. In questo quadro la crescita economica è considerata come condizione necessaria per gli altri due obiettivi. Sennonché tanto la povertà che, in particolare, la catastrofe ambientale sono esse stesse il prodotto della crescita economica. Per far fronte a questa evidente aporia la cosiddetta “economia dello sviluppo” distingue crescita e sviluppo e inventa lo sviluppo sostenibile.
La crescita designerebbe l’aumento quantitativo dei beni prodotti, indipendentemente dal loro impatto sociale ed ambientale. Lo sviluppo, per contro, ingloba sì la crescita, ma la controlla qualitativamente avendo per obiettivo il benessere umano. La crescita, tuttavia, per riprodursi ha bisogno di alfabetizzazione, di miglioramento della salute, di cultura, ecc. Comporta in ogni caso quei mutamenti qualitativi che dovrebbero distinguerla dalla sviluppo. Da un punto di vista logico la distinzione è davvero debole e si torna all’assunto precedente : la crescita produce quei cambiamenti economici e sociali che dovrebbero essere le caratteristiche dello sviluppo. Da condizione necessaria, con il tempo, la crescita diviene condizione sufficiente ed in ogni caso lo sviluppo è assimilato alla crescita–che è sempre senza limiti–della produzione. Secondo la definizione della economia dello sviluppo sostenibile non si può negare che il Nord si sia sviluppato (istruzione di massa, accesso alle cure, aumento della speranza di vita, ecc.) e tuttavia questo sviluppo ha comportato proprio quei guasti che gli stessi economisti utilizzano per separare sviluppo e crescita. Lo sviluppo contiene ciò che vorrebbe negare nella sua stessa definizione. Ecco dunque che lo sviluppo non è la soluzione, ma piuttosto il problema, nella misura in cui vi è un solo tipo di sviluppo, nato in Occidente, e trainato dalla ricerca di profitto e dall’accumulazione di capitale.
Sopravvivere (la forma materiale)
Cancellare l’idea stessa di crescita da ogni ipotesi di modello economico alternativo,
espungerla dal tentativo di pensare un mondo diverso (…)
Se volete ottimizzare il vostro consumo, ottimizzare la vostra soddisfazione, dovete per forza limitare la soddisfazione esterna o, in altri termini, la sobrietà deve diventare un ingrediente necessario per il benessere. Paradossalmente, la capacità di dire di no, una certa austerità, diventano pre-condizioni per il benessere, altrimenti ci succede come a Horowat, che è un autore austro-ungherese che ha fatto una battuta–e con questo concludo–dicendo: “Ah! In fondo io sono una persona totalmente diversa,
ma non ho mai il tempo di esserlo”.
Wolfgang Sachs, “Il tempo sostenibile” in: Il ponte della Lombardia–Numero speciale, La qualità della vita e la riduzione dell’orario di lavoro. n. 2, febbraio 1998
Se assumiamo che possa esser dato un principio di allocazione di risorse solidale, nel senso proprio del termine che significa “essere interessato e sollecito dei bisogni altrui”, un presupposto non utilitaristico in quanto non finalizzato all’esclusivo tornaconto individuale e non determinato da un autonomo, impersonale e invisibile regolatore di offerta e domanda, usciamo dal campo proprio della economia, quale oggi è definita. Lo scambio solidale comporta una relazione sociale ed individuale a monte con un certo tipo di produzione sostenibile (ecologicamente e socialmente) ed a valle con un consumo parimenti sostenibile, sobrio.
Lo scambio è un anello di una catena. Possiamo, a questo proposito, far riferimento al “principio delle sei R”, dall’iniziale di ogni azione che sembra opportuno intraprendere in una logica di sostenibilità, in cui l’azione economica è semplicemente un mezzo. Questo “paradigma” (in realtà si tratta piuttosto di una agenda, che raccoglie un insieme di obiettivi interdipendenti) deriva dalla dalla Carta dei consumi e stili di vita proposta al forum delle Ong a Rio nel 1992. Come vedremo alle “6 R” (rivalutare, ricostruire, ridistribuire, ridurre, riutilizzare e riciclare) in realtà se ne potrebbero aggiungere molte altre. Alla mia proposta iniziale , ad esempio, Serge Latouche acclude gli obiettivi del rieducare, riconvertire, ridefinire, rimodellare, ripensare, rilocalizzare, ma tutte queste “R” sono già più o meno incluse nelle prime sei. Un simile programma “integrato”, tuttavia, richiede un presupposto per la sua piena attuazione.
Esso consiste in una riduzione del tempo di lavoro, o meglio in una consistente crescita–in questo caso il termine assume valenza positiva–del tempo “liberato”, che sia a disposizione per lo sviluppo delle relazioni sociali ed interpersonali, per fare “cose” in piena autonomia dal mercato e–inoltre–per “non fare niente”, ovvero per quell’attività che un tempo aveva un altissimo valore e che oggi non è più nemmeno appannaggio dei ricchi, che si affannano a riempire i tempi “vuoti”: la contemplazione. E’ così che il vecchio slogan “lavorare meno, lavorare tutti” assume un senso paradossalmente non-lavoristico ed assume significato sociale più profondo con la nozione di “tempo contemplativo”, che contrasta la saturazione del tempo (intesa come la tendenza a riempire ogni momento della vita con qualcosa da fare e, sempre più frequentemente, a riempirlo con più di una cosa da fare allo stesso momento–come per esempio–guidare l’auto, telefonando e bevendo una bibita) e la coazione all’accelerazione, cioè la tendenza a fare tutto sempre più in fretta per avere la possibilità (o meglio, l’illusione) di poter fare di più.
E veniamo alle nostre 6 R. , che possiamo rappresentare lungo la forma di un uroburo, il serpente che si morde la coda, che richiama l’idea della rinascita dopo la morte, dell’inizio dopo ogni fine, ma anche del movimento, della trasformazione, del dinamismo. L’azione del rivalutare si riferisce ad un principio di base antiutilitaristico, il quale assume che la qualità della vita (e quindi la relazione tra questa ed il contesto ambientale) non dipende da un maggior consumo di beni materiali non essenziali, ovvero da ciò che generalmente chiamiamo sviluppo. Al contrario è lo sviluppo delle relazioni umane, della creatività, delle espressioni culturali ed artistiche, del rispetto per il mondo naturale e della celebrazione della vita che dovrebbe essere posto al centro per una durevole conversione ambientalista della società ed una ristrutturazione ecologica della produzione, che non sia una modernizzazione ancora una volta basata sul restauro della ideologia della crescita lineare.
La ristrutturazione del sistema economico dovrebbe essere centrata sul soddisfacimento delle necessità umane di base (acqua, cibo, educazione, etc. quali beni comuni) per tutti, piuttosto che sul consumo di beni materiali non essenziali per pochi. Nei prezzi dei beni e servizi dovrebbero essere inclusi i costi ecologici e sociali, che invece l’economia ha trascurato o considerato “esterni”. Le comunità locali dovrebbero partecipare ai processi decisionali e di controllo sulla gestione delle risorse naturali da cui dipendono. Il principio di precauzione dovrebbe guidare tanto la ricerca scientifica che l’applicazione di innovazioni tecnologiche. I paesi industrializzati, che consumano la stragrande maggioranza delle risorse e producono la più ampia quota dell’inquinamento globale, dovrebbero assumersi la responsabilità del ripristino degli equilibri naturali e della compensazione delle vittime del degrado.
Il concetto di redistribuzione è collegato a quelli di produzione e consumo equi e concerne il diritto di ciascuno ad una “giusta porzione” di acqua, cibo, aria (pulita) e terra, nei limiti della carring capacity della Terra. Si tratta, in altri termini, di commisurare alla popolazione ed alle risorse di tutti l’impronta ambientale di ciascuno.
L’obiettivo della riduzione concerne l’adeguamento del prelievo di risorse alla capacità della Terra di rigenerarsi. In particolare va ridotto l’uso di energia, specialmente derivante da combustibili fossili, promuovendo invece energie rinnovabili. Dovrebbero essere bloccati processi di produzione che creano rifiuti tossici, pericolosi e radioattivi. Dovrebbero essere ridotti la produzione ed il consumo di beni a rapida obsolescenza. Di oggetti “usa e getta” e quello di prodotti che vengono trasportati a lunga distanza.
Riutilizzare sta a significare che i beni dovrebbero essere prodotti all’interno di cicli chiusi, ovvero in processi in cui materie prime e sostanze vengono continuamente riutilizzate al massimo livello possibile. I beni prodotti, di conseguenza, dovrebbero avere il minimo impatto ambientale ed assumere le caratteristiche di lunga durata, alta efficienza e facile riparabilità. Il principio guida della stessa produzione dovrebbe essere improntato ad una cultura del limite, nella consapevolezza del rischio che non soltanto il prelievo di risorse (per di più non rinnovabili), ma l’alterazione dei processi di metabolismo tra ambiente fisico e società conducono al declino della specie che consuma di più ed accelerano parossisticamente i processi entropici.
Il riciclaggio riguarda il destino dei rifiuti, ovvero la possibilità di reintegrare gli stessi nel ciclo della produzione dei beni. I rifiuti, in tal senso, andrebbero trattati nei luoghi in cui vengono prodotti, minimizzando i costi di trasporto e l’uso di energia. Riciclaggio e riutilizzazione, in ogni caso, sono attività che dipendono dal grado di riduzione del consumo di materie prime, che–rispetto ad esse–assume un ruolo prioritario. E qui il serpente che si morde la coda–l’uroburo–disegna in un circolo virtuoso, che torna a ripercorrere il cammino delle “6 R”.
L’economia solidale, ma sarebbe meglio dire l’azione economica solidale, entra nel circuito dell’uroburo? JeanLous Laville, che ha appunto scritto un libro intitolato “L’economia solidale”, distingue tre tipi di economia :
–l’economia monetaria di mercato (il settore privato);
–l’economia monetaria non di mercato (l’economia pubblica ed il welfare);
–l’economia non monetaria (reti informali, economia domestica, autoproduzione, volontariato).
Ora, come ha dimostrato Karl Polanyi, i bisogni umani, prima di essere stati soddisfatti dal mercato, hanno trovato risposte in operazioni di produzione e ripartizione che obbedivano a tre principi: la reciprocità, la ridistribuzione e l’amministrazione domestica. In parte queste logiche governano tuttora i comportamenti della nostra vita quotidiana.
Basandosi su questa analisi, il sociologo Jean-Louis Laville ha sottolineato che l’attività economica si articola, in proporzioni variabili a seconda dell’epoca e del luogo, intorno ai tre poli del monetario mercantile (il mercato), del monetario non mercantile (la ridistribuzione da parte dello stato sociale) e del non monetario non mercantile (l’economia di prossimità, vale a dire il baratto di beni e servizi effettuato da individui nel loro vicinato, che possiamo designare come polanyiana reciprocità).
Sia le politiche liberali che quelle keynesiane, ciascuna a suo modo, hanno sistematicamente privilegiato l’asse monetario. Hanno ignorato, se non distrutto, il terzo polo, anche se–più di recente–l’attenzione posta al volontariato (su cui esiste una letteratura assai vasta e fortemente contraddittoria) è notevolmente cresciuta, soprattutto in funzione di supplenza alla crisi dello stato sociale e quindi strumentalmente a supporto della carenza di liquidità pubblica ed a sostegno dell’accumulazione privata.
Per Laville si tratterebbe di sviluppare, esplicitamente attraverso un riconoscimento giuridico, quel complesso di pratiche innovatrici che definisce con il termine di “economia solidale”. Questa espressione, a ben vedere, designa la molteplicità delle esperienze–in genere non monetarie–portate avanti in varie parti del mondo, che mirano non a massimizzare i profitti, bensì a rispondere ad esigenze non soddisfatte, prestando aiuto agli anziani, ai bambini, alla difesa dell’ambiente, ecc. Per dare continuità a queste esperienze che riguardano già milioni di persone è necessaria una equilibrata combinazione di varie risorse: commerciali (attraverso il prodotto della vendita dei servizi forniti), non commerciali (ridistribuzione), non monetarie (contributi volontari). Si può citare ad esempio il caso di alcuni nidi d’infanzia dove il personale si compone di volontari e di professionisti stipendiati, grazie ai contributi finanziari dei genitori e a sovvenzioni dello stato.
Al fine di dare coerenza e stabilire regole per questo “terzo settore” economico (espressione più ampia di economia solidale), Jean-Louis Laville e Bernard Eme propongono misure che vanno dalla costituzione di una sfera di attività delegate contrattualmente dallo stato al riconoscimento sociale del volontariato (attraverso l’ottenimento di diritti quali la pensione o l’assistenza sanitaria gratuita per un lavoro non remunerato, che però rappresenta un apporto alla collettività), passando per la garanzia (grazie a diritti e procedure) dell’autonomia dei progetti di economia solidale. Ciò al fine di evitare qualsiasi confusione con i dispositivi che riguardano la disoccupazione.
Lo sviluppo di questo complesso di attività, che consentono al tempo stesso una collocazione economica e un inserimento sociale, esige un nuovo tipo di articolazione tra società civile e intervento statale: si tratta di definire non tanto le iniziative degli attori privati, quanto le modalità di sostegno della collettività alle dinamiche dei progetti. L’intervento pubblico è contrapposto al volontarismo privato cui si appella la corrente liberale, che incentivando il lavoro di prossimità ripropone ed incentiva il lavoro domestico e finisce per produrre maggiori disuguaglianze tra i redditi.
I criteri di distinzione adottati da Laville qui paiono da un lato il mercato e la moneta, contrapposti alle pratiche non monetarie e, dall’altro, il sostegno statale contrapposto al volontariato “libero” (ovvero “liberista”, immerso totalmente nel privato). Ne deriva uno schema interpretativo in cui tuttavia l’economia solidale è inglobata nel cosiddetto terzo settore ed in cui lo stato si presenta come attore della redistribuzione (à la Polanyi) e come finanziatore-patrono del volontariato. Lasciando per il momento da parte quest’ultimo aspetto (ma si veda in proposito la nota 1), possiamo concentrarci brevemente sul primo.
“Economie non monetarie”
Come definire l’economia non monetaria? Maurizio Pittau, economista specializzato in relazioni internazionali, nel libro “Economie senza Denaro. I Sistemi di Scambio non Monetario nell’Economia di Mercato”, definisce economie senza denaro tutte quelle esperienze in cui gli aderenti, su base volontaria, si scambiano beni e servizi senza l’intermediazione del denaro, secondo un rapporto di reciprocità. Generalmente il denaro istituzionale è sostituito con monete particolari o con il tempo. Ma–al di là della forma (lo scambio senza denaro) che costituisce il mezzo–ciò che occorre sottolineare è il fine: “il fine ultimo–sostiene Pittau–è cercare il benessere sociale e individuale attraverso le relazioni interpersonali, piuttosto che con il consumo di beni”.
Anche qui troviamo una biforcazione: benessere come consumo (che implica una precedente acquisizione di beni, “benessere basato sui prodotti”) vs. benessere come relazione. E’ ovvio che come organismi viventi siamo consumatori e ciò garantisce sopravvivenza e riproduzione della sopravvivenza e tuttavia è altrettanto evidente il benessere basato sui prodotti, soprattutto ma non solo nel quadro dei “nostri” stili di consumo, è del tutto insostenibile sia in termini ambientali che in termini sociali . E questo per la semplice ragione che, se tutti gli abitanti del Pianeta ricercassero davvero, ed in ugual modo, questo stesso tipo di benessere, sarebbe un’immane catastrofe: una catastrofe ecologica nel caso tutti ci riuscissero o una catastrofe sociale, se alcuni, pochi, ci riuscissero e gli altri, la grande maggioranza, no (oppure un misto tra le due catastrofi, come purtroppo presto potrebbe avvenire). Per completezza, occorre segnalare che al benessere consumistico (possedere, esibire e consumare individualmente dei prodotti) Amartya Sen contrappone il “benessere basato sull’accesso”. Secondo Sen, ciò che determina il benessere non è la merce, né le sue caratteristiche, ma è “la possibilità di fare varie cose servendosi di quella merce o di quelle caratteristiche…”
Da questo punto di vista per Sen benessere coincide con libertà, che non è solo mancanza di coercizioni, ma messa in opera di risorse e apporti istituzionali per dare a tutti e a ciascuno le stesse “capacità”. Ed è proprio questa possibilità ciò che, nel migliore dei casi, permette al soggetto di approssimare la propria idea di benessere, dandogli più possibilità di “essere” (ciò che vuole essere) e di “fare” (ciò che vuole fare). Martha C. Nausbaum, pur restando nell’ambito di un “liberalismo femminista”, radicalizza l’idea di Sen di capacità integrandola con i diritti-capacità di ridere, di amare, di godere della natura, che emergono nell’ambito di almeno dieci funzioni che rendono l’essere umano tale: vita degna di essere vissuta “normalmente”; salute fisica; integrità fisica; sensi, immaginazione e pensiero; sentimenti; ragione pratica; appartenenza; relazione con altre specie; gioco; controllo del proprio ambiente (per una descrizione più analitica delle capacità si veda la nota 17). Nussbaum, riprendendo uno dei temi della filosofia aristotelica, chiama la realizzazione di queste capacità “la buona vita” (che oppone alla incompleta definizione usuale di benessere).
La questione centrale dunque non riguarda tanto la moneta in sé (che peraltro può essere sostituita da altri mezzi di scambio localmente coniati e comunque convertibili), quanto piuttosto l’uso che se ne fa, ovvero la caratteristica e la finalità della produzione, del bene o del servizio erogato nell’ambito dello scambio (e quindi il “benessere” che se ne trae). In altre parole possiamo prendere l’avvio da quelli che Polanyi definiva come principi di allocazione delle risorse in polemica con la distruzione creata dalle “merci fittizie” (mercato autoregolato): la reciprocità e la redistribuzione.
Nell’un caso e nell’altro il valore dei beni allocati assume la forma di una sorta di “prezzo” che non è stabilito dall’anonima mano del mercato, ma implica invece rapporti personali e rapporti politici. Il problema allora, in una appropriata definizione di economia non monetaria (se vogliamo continuare ad usare il termine), è dunque il prezzo: in che cosa consiste (la forma) , quando si paga (subito, dopo, oppure se non si paga), ma–soprattutto–chi stabilisce il prezzo (il mercato, l’autorità, l’accordo tra partner dello scambio, la solidarietà… ) e di conseguenza i criteri in base ai quali si stabilisce il prezzo (status, politica, solidarietà, riconoscimento …). Si consideri poi che lo scambio può assumere la forma del dono (senza apparente contropartita, almeno materiale).
Se in qualche modo il possesso sostiene comunque queste forme di scambio o di allocazione di beni e servizi, il risultato–e qui sta un’altra differenza–non conduce alla accumulazione finalizzata alla conservazione ed alla sua riproduzione su scala crescente. In altri termini, si tratta di forme, che non soltanto non sono monetarie, ma che non implicano la capitalizzazione economica e–nello specifico, per usare la terminologia marxiana–la riproduzione allargata e senza fine del capitale.
E’ interessante notare come Umberto Galimberti, dalle pagine del quotidiano “La Repubblica” , riprenda il tema della critica alla crescita e proponga una produzione ed un consumo centrati sulla persona e sulle relazioni tra persone: “Perché allora non passare–si domanda poi–gradatamente dal "lavoro come produzione” (che ha in vista solo la sua crescita esponenziale senza ragione e senza perché) al “lavoro come servizio” dove la produzione non ha in vista solo beni e merci (di cui al limite non sappiamo neanche cosa farcene, se non fosse per i bisogni e i desideri indotti, cioè a loro volta prodotti), ma anche erogazione di tempo, di cura, di relazione." Siamo nel campo della “buona vita”. Ed anche egli riconosce che l’intervento sul terreno del consumo alternativo–come avviene nelle reti solidali–apre un importante spazio alla riflessione sulla relazione, sul senso del “vivere bene” e, in fin dei conti è esso stesso intervento sul “modo di produzione”: “In una società che visualizza se stessa solo in termini di sviluppo e di crescita, il consumo non deve essere più considerato, come avveniva per le generazioni precedenti, esclusivamente come soddisfazione di un bisogno, ma anche, e oggi soprattutto, come mezzo di produzione. Là infatti dove la produzione non tollera interruzioni, le merci "hanno bisogno” di essere consumate, e se il bisogno non è spontaneo, se di queste merci non si sente il bisogno, occorrerà che questo bisogno sia “prodotto”.
Il ragionamento ci rinvia alla “classica” formula della trasformazione dell’accumulazione, nella quale peraltro possiamo anche riconoscere l’essenza della economia moderna e del processo di crescita senza fine. M-D-M (il circuito merce-denaro-merce) non implica riproduzione allargata di D, che può essere commisurato alle necessità di consumo (se si vuole anche smisurato): il fine è comunque M. La trasformazione ha luogo quando si passa a D-M-D’ in cui M (produzione, consumo, benessere materiale genericamente inteso) diviene il mezzo ed il fine è l’accumulazione (senza fine) di D, D’, D’’, D’’’…D8. Ciclo di riproduzione del capitale, riproduzione allargata, accumulazione di capitale all’infinito.
Le varie forme di economie che fanno a meno del denaro tuttavia non necessariamente sono un’alternativa alle economie di mercato. Le economie senza denaro sono, infatti, spesso complementari ai sistemi monetari tradizionali e non necessariamente alternative. Possono addirittura essere funzionali all’economia monetaria di mercato. Ciò che a noi interessa, in questa sede, è che in molte di queste pratiche–soprattutto laddove esse assumano consapevolezza e vadano oltre lo stato di pura necessità–l’attività, che pur continuiamo a definire economica, è concepita non solo in una logica non individualistica, ma anche di reciprocità al fine di favorire dinamiche di socializzazione. Non si tratta dell’abbandono dell’economia mercantile e del ritorno ad un’economia pre-moderna, ma organizzando “nuove” (ma per molti aspetti anche antiche e tradizionali) forme di scambio, le attività economiche senza denaro ricreano legami sociali attraverso sistemi di scambio non monetari. Esse permettono a soggetti della stessa comunità di incontrarsi, scambiare e formare così contatti e reti di convivialità. “Malgrado la presenza di strumenti simili a quelli del mercato (moneta complementare, catalogo, offerta, domanda, etc.), le economie senza denaro sono lontane dall’introdurre una logica commerciale nel tessuto delle relazioni di aiuto. Esse mettono piuttosto in gioco una forma di scambio, che crea legame con il dono e che si inserisce in una volontà da parte dei membri di creare un modo più umano di consumare, di scambiare e di produrre”.
Così ad esempio, nella forma tipica delle “Banche del tempo” , tutte le attività sono valutate in tempo e non circola denaro se non quello a copertura delle spese vive (materiali per effettuare una piccola riparazione, materie prime per un dolce, etc.). Però bisogna ricordare che esiste una differenza fondamentale con le tradizionali banche, le quali applicano un interesse positivo, mentre nelle economie senza denaro accade proprio l’opposto con il “demurrage”. Cosa è il demurrage? Il “demurrage” consiste in una percentuale di interesse negativo che aiuta a sostenere i costi che possono nascere nel sistema non monetario. L’idea fu elaborata da Silvio Gesell, con l’obbiettivo di limitare o impedire l’accumulazione improduttiva di danaro e fu molto apprezzata negli anni ‘30 da Keynes ed applicata sotto forma di monete locali “a scadenza” con grande successo, benefici immediati per l’occupazione e l’ambiente. Secondo Gesell bisogna liberalizzare l’economia per rimediare all’insufficiente disponibilità di denaro e agli squilibri legati alla eccessiva tesaurizzazione. L’idea di Gesell era che i soldi sono un bene pubblico, come il telefono o gli autobus, e che noi dovremmo addebitare una piccola tassa per usarli. In altre parole, si crea un interesse negativo piuttosto che una percentuale di interesse positivo e con ciò si stimola la circolazione del denaro o di un suo complementare. E’ come se si applicasse il detto di Francis Bacon “I soldi sono come il letame. Se lo spargete in giro fa bene. Se ne fate un mucchio in un posto solo, puzza.” Oppure, come effettivamente avvenne in molte comunità negli anni ’30, se si investisse il danaro per piantare alberi (e guadagnarne in seguito dalla crescita) piuttosto che accumularlo e tenerlo da parte in vista di tassi di interesse crescenti (inibiti invece dal "demurrage").
“Economia solidale”, reti e distretti
I distretti di economia solidale rappresentano una forma di organizzazione territoriale capace di attivare un processo politico e culturale che mette in discussione il ruolo trainante degli “attori forti”, orienta gli investimenti e le politiche verso progetti di sostenibilità e dimostra che i tradizionali parametri di misurazione della ricchezza possono essere concretamente superati e sostituiti con criteri più appropriati, basati sulla valorizzazione del patrimonio locale e sullo “sviluppo” endogeno (dal benessere genericamente inteso alla “vita buona”, al “vivere bene”).
Secondo Laville, che prima abbiamo citato, l’ economia solidale rappresenta un ibrido tra i tre poli economici, in quanto mette insieme aspetti di reciprocità e valoriali tipici dell’economia non monetaria, la vendita di servizi e di prodotti sul mercato che sono una caratteristica dell’economia di mercato, ed infine si occupa delle necessità di base e spesso ha rapporti stabili con il settore pubblico.
La questione tuttavia non riguarda l’ibridazione come stato ottimale, quanto piuttosto l’emergenza di scambi in un ambito che possiamo definire non utilitaristico in senso economico e che contiene la possibilità di immaginare una alternativa al mercato capitalistico ed alla pura economia.
Un contributo fondamentale in questo senso viene dalla prospettiva presentata dal brasiliano Euclides A. Mance nella " rivoluzione delle reti" e che emerge in relazione alla esperienza della “Rede Brasileira de Socioeconomia Solidaria” . Mance propone infatti di favorire la transizione verso un sistema economico sostenibile attraverso la creazione di circuiti economici tra le diverse realtà dell’economia solidale: produttori, fornitori di servizi, distributori, gruppi di consumo organizzato. E’ quello che, già altri, come ad esempio Wolfgang Sachs, hanno definito “catene corte” o meglio “circuiti corti” delle merci e che corrisponde al nostro circuito delle “6 R”.
Se queste reti economiche sono progettate in modo da attirare le risorse dall’esterno senza lasciarle scappare, possono essere in grado di autosostenersi e di autoorganizzarsi per fare fronte alle diverse necessità dei loro partecipanti.
“L’economia solidale si definisce come economia delle reti e delle relazioni orizzontali e non gerarchiche tra operatori, basate sulla condivisione delle conoscenze, dei mercati, delle informazioni, delle risorse, ecc. Le reti integrano diversi settori e realtà territoriali che si arricchiscono reciprocamente valorizzando le specificità locali e la diversità: maggiore diversità significa maggiore forza della rete, della sua tessitura, della qualità dei legami tra i componenti”.
In Italia questa prospettiva è esemplarmente praticata dal 2002, a partire da un seminario sulle “strategie di rete per l’economia solidale” organizzato dall’attuale RES (Rete delle economie solidali) a Verona nell’ottobre del 2002. Ciò ha rappresentato l’ avvio di un percorso di sperimentazione su questa ipotesi e la costituzione di un gruppo di lavoro. Il gruppo ha così realizzato una “Carta per la rete italiana di economia solidale” in cui si identificano le caratteristiche dell’economia solidale ed ha elaborato la proposta del distretto solidale (in evidente analogia e tuttavia in contrasto con il concetto marshalliano di “distretto industriale” sostanzialmente centrato su pratiche di impresa e di mercato).
Le principali caratteristiche dell’economia solidale che sono state individuate e, per così dire, codificate dalla “Rete delle economie solidali” sono sette:
1. Le relazioni tra soggetti economici, basate su principi di reciprocità e cooperazione;
2. Giustizia e rispetto delle persone (condizioni di lavoro, salute, formazione, inclusione sociale, garanzia dei beni essenziali);
3. Rispetto dell’ambiente (sostenibilità ecologica);
4. Partecipazione democratica;
5. Disponibilità ad entrare in rapporto con il territorio (partecipazione al “progetto locale”);
6. Disponibilità ad entrare in relazione con le altre realtà dell’economia solidale, condividendo un percorso comune;
7. Impiego degli utili per scopi di utilità sociale.
Il distretto di economia solidale viene definito come “una rete locale in cui i diversi soggetti presenti sul territorio stabiliscono delle relazioni economiche che li portano a rifornirsi il più possibile gli uni dagli altri. Partendo dalle realtà presenti (gruppi di acquisto, bilanci di giustizia, botteghe del mondo, realtà di finanza etica e di turismo responsabile, piccoli produttori biologici, artigiani, commercianti, cooperative sociali, cooperative di produzione, etc.) si cerca così di attivare dei circuiti locali che portino a chiudere i cicli e ad instaurare relazioni di fiducia sul territorio”.
Si tratta di un processo di attivazione dei soggetti sul territorio, che insieme ragionano sul tipo di sviluppo che desiderano e su come valorizzare le risorse durevoli nella prospettiva del progetto locale.
L’idea di fondo del distretto è quella di collegare le realtà locali già attive creando dei circuiti economici, in cui per quanto possibile le esigenze dei vari nodi della rete (consumatori, commercianti, produttori) vengono soddisfatte rivolgendosi gli uni agli altri. In questo modo si crea un circuito in cui le diverse realtà si sostengono l’una con l’altra attirando le preferenze dei consumatori “critici” o “consapevoli”.
Si intende in questo modo fare sì che le diverse realtà di “economia solidale” si trovino avvantaggiate nel partecipare al distretto, in quanto trovano un bacino di clienti più vasto e degli strumenti che permettono di raggiungerli più facilmente. Inoltre, la creazione del distretto consente di diffondere l’ idea di partecipare alla realizzazione di un sistema socioeconomico diverso, maggiormente rispettoso delle persone e dell’ambiente, immaginato però non tanto al livello della singola realtà quanto piuttosto al livello del sistema rete.
In Italia in diversi luoghi si stanno attuando sperimentazioni di distretti di economia solidale (Milano, a Roma, a Torino, nelle Marche ed in Toscana, a Lucca, in Trentino, a Verona ecc.). L’obiettivo è quello di eseguire degli esperimenti, anche con modalità diverse tra loro, per poter imparare dalle esperienze e vedere praticamente quali forme possono funzionare meglio. Un vantaggio di questo approccio di tipo auto-organizzato è quello di poter essere avviato “dal basso”, senza la necessità di un sostegno di tipo pubblico o politico, anche se ovviamente questo tipo di appoggio può avere un ruolo importante per l’avvio di simili progetti. Trattandosi di esperienze su scala locale, esse possono essere gestite più facilmente. La scommessa, che si basa sulla capacità di sopravvivenza e di resistenza di queste esperienze di innovazione sociale, riguarda la possibilità di connettere ed articolare le “reti di economia solidale” a livelli più ampi (regionale, nazionale ed internazionale) volti a favorire un processo che–se inizialmente viene pensato come intervento di “democratizzazione dell’economia”–miri più ambiziosamente a liberare il nostro immaginario dalla morsa dell’economia stessa.
In particolare, gli obiettivi di lavoro attualmente identificati dalla Rete sono:
–favorire la comunicazione delle esperienze di economia solidale;
–promuovere la riflessione sull’economia solidale a partire da esperienze concrete;
–facilitare e sostenere la diffusione di reti locali ed esperienze di economia solidale.
La Rete delle Economie Solidali promuove dunque la creazione di “Distretti di Economia Solidale” nei quali si attivano modelli locali di sviluppo attraverso la messa sistema–a livello locale–di competenze locali nei campi del microcredito, della finanza etica, del commercio equo, ecc.. Queste pratiche producono–di fatto–politiche pubbliche (economiche, sociali, di valorizzazione territoriale e ambientale, ecc.) riflessive che rimettono in discussione il senso e le nozioni di bene comune, oltre che le relative politiche “tradizionali”.
Nella Carta della Rete Nazionale dell’Economia Solidale (maggio 2003) “i soggetti dei distretti” vengono, a titolo esemplificativo, identificati con:
–le imprese, i lavoratori dell’economia solidale e le loro associazioni (cooperative e microimprese di produzione di beni e servizi, consorzi di produttori, piccoli agricoltori biologici, artigiani, commercianti, ecc.);
–i consumatori e le loro associazioni (gruppi di acquisto solidale, associazioni del consumo critico e del commercio equo);
–i risparmiatori-finanziatori delle imprese e delle iniziative dell’economia solidale e le loro associazioni o imprese (Mag, Banca Etica, associazioni per il microcredito, assicurazioni etiche);
–le istituzioni (in particolare gli enti locali, non soltanto municipali) che intendono favorire sul proprio territorio la nascita e lo sviluppo di esperienze di economia solidale.
La dimensione locale è centrale. Essa non consiste semplicemente in un ambito spaziale amministrativamente delimitato, ma è una dimensione ecologico-cognitiva su cui si riflette e si rinnova la storia degli abitanti. Essa è propriamente un luogo dotato di senso a partire dalla esperienza del quale prende forma quella costruzione narrativa–individuale e collettiva–che possiamo chiamare identità (distinguendola puntigliosamente dalle forme attributive e sostanzialistiche di identità, volte alla chiusura nei confronti delle differenze ed appiattite sulla logica beduina dell’appartenenza amico/nemico). In questo ambito le esperienze di scambio e di produzione di prossimità sono gestibili direttamente dalla comunità locale; le attività produttive localizzate permettono ai lavoratori di abitare in prossimità dei luoghi di lavoro, di ridurre al minimo la circolazione delle merci e di massimizzare la circolazione delle informazioni e delle conoscenze.
La localizzazione diffusa permette l’uso ottimale, attraverso tecnologie appropriate e a basso impatto ambientale, delle risorse naturali e delle fonti energetiche rinnovabili (sole, vento, biomasse, salti idrici, geotermia), il cui uso tiene conto delle loro caratteristiche e qualità peculiari, riducendo e rendendo più facilmente controllabili e riciclabili le emissioni e gli scarti derivanti dalle attività produttive. La piccola scala permette inoltre alla produzione di adattarsi all’ambiente locale, traendo vantaggio dai diversi microclimi senza alterarli. La chiusura tendenziale dei cicli di produzione e consumo a scala locale riduce i costi ambientali dovuti al pendolarismo, al trasporto delle merci, e permette il controllo delle diverse fasi del ciclo produttivo attraverso “Bilanci Ecologici Territoriali” finalizzati alla riduzione dei consumi di materia ed energia e permette la chiusura dei cicli delle sostanze nutritive, il risparmio energetico, il mantenimento della complessità dell’ecosistema agricolo.
“Più lento, più profondo, più dolce”: riecheggia il rovesciamento del motto latino che Alex Langer poneva ad epigrafe di un programma di riconversione ecologica centrato sulla prospettiva della “vita buona” (bilancio ecologico, riduzione della crescita economica, rigenerazione delle economie locali, tariffe e tasse ecologiche, generalizzazione della valutazione di impatto ambientale, redistribuzione del lavoro, riduzione della economia finanziaria e sviluppo della fruizione in natura).
Enti pubblici locali
L’ambito locale e il “distretto solidale e sostenibile” non si inventano, né si costruiscono a tavolino o per decisione statutaria. Si tratta di processi che emergono a partire anche da piccoli gruppi di attori che adottano pratiche solidaristiche, ma che–soprattutto–possono acquisire consistenza prendendo l’avvio da conflitti sociali e–sempre più spesso–ambientali: dalla difesa/reclamo di beni comuni, dall’opposizione a insediamenti inquinanti, discariche, inceneritori, ecc., alla speculazione edilizia ed alla cementificazione del territorio, contro il saccheggio ed il degrado delle risorse locali, dei beni culturali, degli spazi pubblici, alle lotte per la salute, fino alla pretesa del rispetto dei diritti dei soggetti “deboli” ed emarginati, dei bambini, degli anziani, dei migranti. Il ruolo che il soggetto pubblico locale può rivestire nel sostenere questo tipo di progetti è comunque importante. Esso dipende non soltanto dal grado di apertura ovvero dalla capacità di accettare e favorire proposte che emergono “dal basso”, ma spesso dalla stessa capacità del soggetto istituzionale di farsi promotore, sperimentatore e/o facilitatore di iniziative sui terreni che caratterizzano l’azione solidale. Lo stesso ente locale è un potenziale “consumatore critico” e quindi attore della rete. Si consideri che la Pubblica Amministrazione è il principale consumatore-utente italiano, visto che contribuisce con l’acquisto di beni e l’affidamento di servizi alla formazione del 17-18% del Prodotto Interno Lordo nazionale. Gli Enti Locali, introducendo criteri di “preferibilità” ambientali e sociali, ad esempio, negli appalti pubblici possono spingere il sistema locale a competere per produzioni più eco-efficienti e più attente alle condizioni di lavoro e al rispetto dei diritti umani lungo tutta la filiera produttiva, e possono influenzare il cittadino verso scelte di consumo eco-sufficienti.
La crescente attenzione della Pubblica Amministrazione verso gli aspetti ambientali (gli “appalti verdi”, Green Public Procurement) ed etico-sociali degli approvvigionamenti è infatti assimilabile al concetto del “consumo critico”, cioè al comportamento orientato alla sobrietà degli stili di vita, attento al comportamento responsabile delle imprese, all’acquisto di prodotti ecologici e del commercio equo e solidale, alla finanza etica, al turismo responsabile, ai boicottaggi, agli acquisti di gruppo direttamente da produttori agricoli locali (Gruppi d’Acquisto Solidali–GAS), fenomeni che, come abbiamo visto, costituiscono la rete delle “economie solidali”.
Il rapporto tra iniziative dei cittadini ed amministrazioni locali–tuttavia–non sempre è facile, soprattutto laddove gli habits degli amministratori sono caratterizzati–e non è il peggiore dei casi–da economicismo in relazione alla gestione delle risorse del territorio, considerano i cittadini utenti (sostanzialmente passivi) e rispondono principalmente, da un lato, a stakeholders, portatori e gruppi di interesse “forti” imprenditoriali, professionali e immobiliari, e dall’altro a domande che provengono dall’ambito dei partiti politici presenti nell’amministrazione stessa e chiusi in una logica autopoietica. Qui si apre il tema–fondamentale non solo nella strutturazione e nella resistenza delle attività solidali, ma più in generale in relazione alle nuove possibili forme di democrazia–della partecipazione e della problematica dell’empowerment, ovvero di quel processo di costruzione delle capacità dei cittadini di intervenire sulla scena pubblica e di esercitare potere decisionale.
L’ empowerment–un concetto che compare negli studi di sociologia e politologia sin dagli anni ‘60 e che entra a far parte della letteratura relativa alle teorie della democrazia e dei movimenti per i diritti civili, delle donne e delle minoranze–si connota come “processo” e “prodotto”, risultato cioè di un’evoluzione di esperienze di apprendimento che portano un soggetto a superare una condizione di impotenza. Un “saper fare” e “saper essere” caratterizzati da una condizione di fiducia in sé, capacità di sperimentare, di confrontarsi attivamente con la realtà circostante.
Le azioni e gli interventi centrati sull’empowerment mirano, dunque, a rafforzare il potere di scelta degli individui e dei gruppi, migliorandone le competenze e le conoscenze in un’ottica di emancipazione politica, ma spesso anche “terapeutica”.
Su una estesa varietà di temi che riguardano il territorio, l’ambiente e la vivibilità locale, lo scenario di riferimento e di azione dei soggetti solidali ( ad esempio la viabilità, la casa, il verde, i servizi, l’inquinamento, il traffico, il depuratore, ecc.) le amministrazioni spesso mostrano una sudditanza ai poteri “forti”, limitando la partecipazione a temi di dettaglio “trattabili” con i cittadini, soprattutto in funzione di costruzione e mantenimento del consenso. Come ha scritto Alberto Magnaghi: “l’incontro fra municipalità, disponibili a rafforzare la società locale nei processi decisionali, con i nuovi movimenti può costituire l’elemento decisivo per il superamento di questa debolezza attraverso l’aiuto reciproco per la liberazione dai poteri sovradeterminati, costruendo nuovi istituti di democrazia, nuovi spazi pubblici nelle città, nuove forme di autogoverno delle comunità locali.” Sono in atto, da tempo, molteplici esperienze generalmente definite di partecipazione a carattere consultivo, concertativo e pattizio su temi specifici, con pochi attori (generalmente forti ed istituzionalizzati), e sovente su progetti predeterminati, talvolta esogeni (dai “contratti di quartiere”, agli accordi di programma, protocolli d’intesa, patti territoriali, progetti integrati di sviluppo locale, ai vari progetti Leader, ai GAL sino ad Agende 21 locali).
Tuttavia alcune di queste esperienze (in particolare nel caso di Agenda 21) mostrano caratteri fortemente innovativi e si muovono verso forme di democrazia partecipativa, più aperta anche alle esperienze dei soggetti solidali. Su questo terreno l’incontro tra amministrazioni locali e soggetti e reti dell’economia solidale può essere l’occasione per discutere di progetti di futuro dei luoghi, ovvero di “scenari strategici” socialmente condivisi da molti attori, che concorrano intrecciando energie economiche, culturali, sociali, tecniche, ad attuare i progetti stessi. “L’occasione della attivazione dello scenario strategico–cito ancora Magnaghi–per una visione di futuro condivisa può essere, volta a volta, un piano regolatore, un piano locale di sviluppo economico, un piano strategico, un’agenda XXI, l’attivazione di un bilancio partecipativo, un patto territoriale; sovente la riflessione collettiva sul futuro di un luogo promana da una mobilitazione contro un evento specifico (una fabbrica nociva, un inceneritore, un elettrodotto…) per evolversi spontaneamente verso la critica generale del modello di sviluppo e dei suoi attori forti, procedendo verso l’identificazione del patrimonio locale e verso l’obiettivo della sua cura collettiva”.
Reti dei Nuovi Municipi
Le esperienze cui abbiamo fatto riferimento, pur nella loro varietà e parzialità, sono accomunate dal tentativo di ri-costruire le regole locali dello sviluppo, ridefinendo al contempo il ruolo degli attori locali (istituzionali, economici e sociali) all’interno di progetti locali caratterizzati da scelte sostenibili, eque, solidali e partecipative.
I progetti locali nascono infatti per realizzare “futuri sostenibili” fondati sulla crescita delle società locali e sulla valorizzazione dei patrimoni ambientali, territoriali e culturali propri a ciascun luogo. Si tratta di processi in cui "gli enti pubblici territoriali ripensano le proprie modalità di azione, assumendo anche funzioni dirette nel governo dell’economia a partire dalle proprie specificità e attivando nuove forme di esercizio della democrazia. Solo il rafforzamento delle società locali e dei loro sistemi democratici di decisione consente da un lato di resistere agli effetti omologanti e di dominio della globalizzazione economica e politica, dall’altro di aprirsi e promuovere reti non gerarchiche e solidali.
Il “nuovo municipio” si costruisce attraverso questo percorso, finalizzato a trasformare gli enti locali da luoghi di amministrazione burocratica in laboratori di autogoverno […] in cui sia attiva e determinante la figura del produttore-abitante che prende cura di un luogo attraverso la propria attività produttiva, attraverso la crescita del lavoro autonomo, della microimpresa, del volontariato, del lavoro sociale, delle imprese a finalità etica, solidale, ambientale, ecc. (dalla “Carta del Nuovo Municipio”).
Il movimento dei Nuovi Municipi nasce all’inizio del 2002, sull’onda perdurante dei movimenti sociali emersi a livello globale da Seattle (nel 1999) a Genova (2001) e dei “Social Forum, avendo come riferimento "processi partecipativi strutturati” che hanno la loro base nella Carta di Alborg ed in Agenda 21 (nata con la Conferenza di Rio del 1992). Alle spalle vi è l’esperienza (seppur breve) della “stagione dei nuovi sindaci”, eletti a suffragio dal ‘93, che sembrava aver avvicinato amministrazioni e cittadini, il dibattito sul federalismo e la nuova centralità dei comuni, l’affermarsi dell’ambito locale nei processi di decisione e sviluppo ed una profonda conoscenza delle ricerche, degli studi e della letteratura sociologica, politologia, urbanistica e della pianificazione, che a partire dagli anni ’70, hanno affrontato i temi delle trasformazioni socio-territoriali, dei “distretti”, delle relazioni tra centri e periferie ( i cosiddetti studi sulla “Terza Italia” ed i sistemi regionali), della “città diffusa”, ecc.
La “Carta del Nuovo Municipio”, il documento fondativo, scritto da Alberto Magnaghi ed approvato nell’incontro costituente di Empoli l’8 Novembre 2003, trova così una pronta accoglienza da parte di un discreto numero di accademici, centri di ricerca, gruppi e associazioni e amministratori pubblici di enti locali soprattutto comunali. La “Carta”–come nota Alessandro Mengozzi–“può essere considerata una buona sintesi delle attività di ricerca e di azione finalizzate alla trasformazione politica, economica e culturale, già in essere da almeno vent’anni, sviluppate sui temi complessi del territorio, della partecipazione dei cittadini alla politica, sui temi ambientali, della pace e interculturali.” L’impronta è marcatamente territorialista e riconosce nel locale l’ambito privilegiato “d’interazione di attori sociali, ambienti fisici e umani specifici, la cellula omeostatica di rinascita di un territorio ormai sfinito, non più in grado di sostenere forme esogene e impraticabili di alimentazione, lavoro, (non)relazione, ricreazione, mobilità, consumo, conflitto e diplomazia.” Il progetto intende–non senza ambizioni–formalizzare un’alleanza tra ricercatori, nuovi movimenti sociali e amministrazioni locali, su diversi piani di lavoro comune.
Il Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre e il Social Forum Europeo di Firenze del 2002, oltre ad altri eventi successivi, sono occasioni che forniscono approvazione e ampio riconoscimento a questa proposta, che si concretizza nella costituzione di una Rete di “Nuovi Municipi”, che si impegnano statutariamente ad attuare pratiche partecipative–tra le quali assume particolare rilevanza la forma del bilancio partecipativo, “non come riferimento ad un modello dato ma come sperimentazioni che tengono conto delle peculiarità locali, sociali, ambientali, di tradizione civica e di esperienze partecipative appartenenti a ciascun contesto. In questa direzione assume come elementi fondamentali: la statuizione della partecipazione, la reiterazione sistematica e stabile del processo partecipativo in forme decisionali, l’impegno al passaggio necessario delle politiche attraverso la produzione sociale delle stesse nei nuovi istituti partecipativi. In ogni caso il processo partecipativo non dovrebbe limitarsi alla redistribuzione delle risorse pubbliche disponibili, ma deve riguardare le scelte che producono nuova ricchezza per renderla socialmente disponibile”.
La rete è ispirata, avviata e sostanzialmente coordinata da un gruppo di accademici “militanti” con diverse provenienze disciplinari e una cultura politica relativamente comune, caratterizzata–almeno per i più “anziani”–da una formazione politica nell’ambito della “nuova sinistra extraparlamentare” degli anni ‘70 e, in parte, dell’allora filone “operaista”. Le sedi più rappresentative della riflessione sono, in ordine quantitativo (come numero di associati alla Rete Nuovo Municipio): Firenze (urbanistica), Milano (urbanistica), Venezia (urbanistica), Bologna (geografia, scienze politiche), Roma (urbanistica), Modena (Economia), Macerata (economia) e Padova (sociologia); non mancano sottoscrizioni di organizzazioni accademiche come dipartimenti, laboratori di ricerca e master. Significative sono le 50 iscrizioni di amministrazioni locali, tra le quali vi sono la Provincia di Milano, il comune di Venezia, due quartieri di Firenze e uno di Roma, il circondario Empolese-Valdelsa, i comuni di Rimini, Pistoia, Piacenza, Pescara, Ragusa, Cosenza, numerosi piccoli comuni del centro, del Mezzogiorno continentale e della Sicilia, l’Ente del Parco Nazionale dell’Aspromonte. Completano le 170 iscrizioni (formalizzate al novembre 2004), numerosi assessori e consiglieri comunali, diverse associazioni ambientaliste, culturali, politiche, circoli e federazioni locali di partito, parrocchie e singoli.
I riferimenti peculiari che caratterizzano la relazione tra la Rete del Nuovo Municipio e le pratiche sociali, economiche ed ambientaliste degli attori locali sono, ad esempio:
–la creazione di reti di scambio economico locale–es. gruppi di acquisto solidali che operano indirizzando in senso bio-etico le produzioni food e non-food di un territorio;
–le monete locali (l’esempio è quello dell’EcoAspromonte ) e le economie di scambio;
–la gestione partecipata delle risorse economiche locali (economie della natura, ecc.);
–la finanza e le assicurazioni etiche ; le reti di microcredito (MAG) legate a progetti locali;
–le esperienze di tutela e gestione del territorio e dell’ambiente mediante produzioni agricole esplicitamente orientate in questa direzione;
–la gestione partecipata di servizi pubblici;
–il “consumo critico” ed il turismo responsabile ;
–la logistica e la distribuzione “alternativa”, ecc. ecc.
Come si noterà la relazione tra “reti di economia solidale” e “reti dei nuovi municipi” è molto stretta, sostanzialmente sinergica. Benché si tratti di azioni che sono promosse da soggetti fra loro molto differenziati, essi in genere operano utilizzando modalità di relazione di tipo reticolare e non gerarchica e ridefiniscono le nozioni di valore all’interno di quadri di senso slegati dalle pure logiche del mercato. Come è evidente, si tratta di esperienze anche molto differenti per scala, modalità di azione, campo di applicazione e incisività, ma tutte ugualmente indirizzate a modificare i fattori economici di base dello sviluppo all’interno di pratiche solidali, reticolari, partecipative, di resistenza all’omologazione, di riproduzione delle risorse ambientali e di rafforzamento della funzione centrale della relazione nei processi di attribuzione d
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