Sviluppo carnivoro

La voracità carnivora dell’occidentale moderno è in aumento. Mangiava due chili di carne all’anno nel 1850 e dieci chili negli anni 1960, cinque volte di più in un secolo. Da allora il ritmo si è accelerato. Il consumo di carne, 26 chili nel 1997, dovrebbe stabilirsi a 37 chili a persona all’anno nel 2030. Questa bulimia che accompagna la crescita economica, illustrata dal feroce film di Marco Ferreri «La grande abbuffata» 1973 ha modificato la nostra concezione del cibo. Stiamo pertanto meglio? Sembra di no, a giudicare dall’estensione veloce dell’obesità nei paesi ricchi.

Il passaggio da un’alimentazione basata sui vegetali bolliti, grazie al calore del fuoco – zuppe, verdure, radici – alle grigliate, di solito di carne, ha scompaginato il mondo agricolo. Questo cambiamento è stato quasi invisibile: si è svolto lontano dagli occhi cittadini, nella semi-clandestinità delle campagne. Eppure è stato brutale.

Fino al dicianovesimo secolo, i ruminanti si nutrivano all’esterno del cerchio agricolo, su pascoli, paludi e lande. Mentre i porci e i pollami ripulivano la fattoria dei suoi rifiuti. Bovini ed equini invece servivano al lavoro agricolo e alla produzione di concime naturale. Nel 1860 c’erano 2,3 milioni di cavalli e 7 milioni di mucche aggiogate in Francia. Oggi il bestiame bovino francese conta 20 milioni di capi, di cui più di 55 per cento per la carne, gli altri si dividono tra il latte di consumo umano o animale [per i vitelli]. Anche la mucche da latte finiscono al mattatoio a un’età compresa tra 6 e 15 anni. Quanto ai 16 milioni di maiali, sono destinati solo all’ingrassamento. Questa crescita continua e riguarda soprattutto le popolazioni già saturate di calorie. I dati domostrano che, oltre la crescita economica, o con essa, il cambiamento di attitudine rispetto all’animale di fattoria è lampante. Da compagno di sventura dell’uomo nel lavoro e, in via secondaria, da risorsa nutritiva, è diventato una merce come un’altra.

Secondo la Fao, il contributo dell’allevamento al riscaldamento climatico è più elevato, in equivalente Co2, di quello del settore dei trasporti. I gas a effetti serra rigettati nell’atmosfera dal settore, l’emiossidio di azoto e il metano, sono 20 a 300 volte più nocivi nell’atmosfera del Co2. Il settore della carne riguarda più degli altri l’aspetto culturale del riscaldamento e può essere modificato senza provocare un senso di regressione. Quello che proverebbe il cittadino medio di fronte, ad esempio, all’impossibilità di usare la sua macchina o alla necessità di riscaldarsi meno l’inverno.

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