Lettera ad Alfonso Gianni

Carissimo Alfonso, non ci siamo incrociati, alla manifestazione contro il lavoro precario, ma ho visto molti tuoi colleghi sottosegretari, e dirò incidentalmente che la polemica sulla vostra presenza, o se quella manifestazione fosse a favore o contro il governo, a me è sembrata il solito, sciocco modo di parlar d’altro. Mi pare – credo sarai d’accordo – che una buona dose di autonomia di reti e movimenti sociali, o di sindacati [come la Fiom], non possa che giovare al governo dell’Unione. Non nel senso che gliene viene un supporto, ma perché introduce un principio di realtà in un dibattito spesso futile e quasi sempre ignaro della condizione sociale.

Ma non è di questo che ti scrivo, bensì dello «sviluppo», dato che tu sei appunto sottosegretario al ministero «per lo sviluppo», il cui titolare, Pierluigi Bersani, ripete come un mantra tibetano [ancora all’indomani della manifestazione dei precari in una intervista al solito Corriere della Sera] che quel che può mettere d’accordo la «sinistra radicale» e quella «riformista» è il «mettere al centro l’economia e la crescita». Ohmm ohmm. E d’altra parte il tuo partito, Rifondazione, concorda. Ricordo che una importante riunione del partito sulla legge finanziaria si concluse con Franco Giordano, il segretario, che dichiarava ai giornalisti: «Primo, la crescita». So anche che tu consideri me e quelli della «decrescita» come degli strani, simpatici animaletti: e sei generoso [solo perché ti sto abbastanza simpatico], perché ci sono tuoi compagni di partito che ci giudicano amici dei nazisti o giù di lì. Quindi proporrei di lasciar stare, per comodità di ragionamento, le etichette. Badiamo alla sostanza.

La copertina di questo numero di Carta è allarmante ma non originale. Da mesi, se non da anni, tutti i giornali pubblicano mappe d’Italia in cui sono evidenziate le zone che saranno, nei prossimi decenni, sommerse dal mare, e quelle che diventeranno simili al Sahara. Forse hai letto che l’Australia è in preda a una siccità senza precedenti che sta uccidendo l’agricoltura e assetando le città, e tutti sono concordi nell’indicare la causa nell’effetto serra: l’Australia infatti non aderisce a Kyoto. Il Rapporto annuale del Wwf dice che tra qualche decennio il pianeta Terra avrà esaurito le possibilità di rinnovare le sue risorse. In Emilia Romagna si fanno degustazioni di olio d’oliva regionale, da ulivi la cui crescita a quella latitudine è frutto del cambiamento climatico. Insomma, leggi le pagine successive: i motivi di allarme sono molti e molto fondati. E allora i casi sono due [magari sono quattordici, ma si fa per discutere]: o le mappe sui giornali appartengono al genere giornalistico noto come «colore» [e in effetti per i grandi giornali è così], oppure il vostro governo sta sbagliando politica economica.

Perché, lo sai bene, cominciano perfino ad esserci studi di parte liberista secondo i quali il disastro climatico invece che essere una festa per l’economia, come suggerisce la campagna pubblicitaria di Banca Fideuram [investite sulla scarsità dell’acqua, il «petrolio del futuro», un mercato bello grasso], provocherà un disastro anche nel circolo chiuso dei mercati, della finanza, della produzione, cioè quella cosa che – secondo gli economisti di ogni colore – assicura il benessere generale solo «crescendo». Ma ti pare ragionevole che a crescere in Italia possano essere la automobili, il consumo di suolo, e la produzione energetica basata sul fossile, gas o carbone o petrolio che sia? Eppure, è proprio quel che il governo, e specialmente Bersani, stanno facendo, relegando le misure per l’energia rinnovabile nella categoria degli strani animaletti buffi a cui gettare qualche briciola [il ministro Pecoraro Scanio, che intervistiamo, non parfe d’accordo con questo giudizio, ma si può capire]. Ossia: la crescita che si sta stimolando, anche rubacchiando il Tfr di noi lavoratori per finanziare le grandi opere, a tutti gli effetti è un atto suicida anche dal punto di vista strettamente economico.

A me pare che il radicalismo o il riformismo, oltre che sul lavoro precario, dovrebbero esercitarsi urgentemente anche sul disastro climatico e ambientale, che non è una minaccia del futuro ma sta avvenendo ora, sotto i nostri occhi. Mi sembra talmente evidente, che devo essere scemo. Che ne pensi?

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