Tre giorni a Marghera per riaprire la storia

Oltre mille persone, provenienti da tutt’Italia, si sono ritrovate lo scorso week end a Venezia, per discutere di «crisi della globalizzazione e nuovo spazio politico». Oltre quaranta centri sociali, collettivi, gruppi informali si sono confrontati sulle parole chiavi utili per uscire da quello che è stato definito da tanti «l’anno zero» della più grave crisi economica e finanziaria conosciuta dai tempi della grande depressione: libertà, indipendenza, comunità territoriali. Un programma serrato ha segnato le tre giornate veneziane, a partire dalle relazioni introduttive di Sandro Mezzadra, docente all’università di Bologna e tra gli animatori di UniNomade, e Beppe Caccia, ricercatore ed esponente dei Verdi veneziani, che hanno analizzato la crisi smontando il leit motiv degli analisti liberali che discettano della «distorsione speculativa del mercato finanziario a fronte di improbabili virtù dell’economia reale». Una dicotomia immaginaria nel capitalismo globale, che fa dell’investimento sul futuro, sul debito e sulla precarietà esistenziale la sua forma principale di valorizzazione. «Chi prova, come Tremonti e la Lega, a fondare un’economia localistica e identitaria, basata sul presunto ‘valore del lavoro’ e dei territori in contrapposizione ideologica alla finanza propone una soluzione regressiva, che ripropone in un contesto nuovo alcuni aspetti del nazismo», è stato detto.
Mezzadra, in particolare, ha sottolineato l’intrecciarsi della crisi finanziaria con quelle energetica e ambientale, sottolineando la necessità di «critica dello sviluppo». La crisi, secondo Mezzadra, è frutto dell’impossibilità capitalistica di imbrigliare le vite messe a valore. Caccia, invece, ha ricordato come il ciclo del movimento contro la globalizzazione neoliberista abbia sedimentato pratiche e legami. Soprattutto, quel ciclo è riuscito nell’ardua impresa di ridare significato a una parola ormai esausta come «democrazia». «Adesso dovremmo fare lo stesso con un’altra parola altrettanto importante e altrettanto abusata: libertà», ha detto Caccia, che per differenziarsi dalla vulgata liberale ha usato la definizione di Cicerone: «È libero non chi ha un padrone buono, ma chi non ha padroni».
Ma non è stato solo un confronto teorico. Dalla mattina del sabato fino a notte fonda, si sono tenute assemblee partecipate da centinaia di persone su tre temi: scuola e università, migranti e centri sociali. L’assemblea dei centri sociali, lunga e molto intensa, ha provato ad analizzare il ruolo degli spazi oltre il confine angusto della «resistenza e della separazione», nella sfida di ridefinire «comunità territoriali» che costruiscono reti, servizi, economie alternative ai meccanismi di mercato.
Un «territorio» pienamente globale, lontano dall’accezione organicista e localista de facto reazionaria,continuamente inventato e ridefinito dalle lotte sociali, distante da qualsiasi lettura naturalistica o identitaria cara alle destre e alla Lega. È stato un racconto a più voci che ha fornito una lettura complessa delle esperienze autogestite, alla luce del protagonismo degli spazi sociali dentro le lotte «comunitarie» di Vicenza e Chiaiano, nella produzione culturale metropolitana, nelle esperienze di nuovo welfare dei movimenti di lotta per la casa, nel protagonismo delle reti femministe e del nuovo movimento delle donne. Un confronto più attento alla connessione progettuale che alla definizione identitaria, consapevole che la crisi della rappresentanza politica parla a tutti, non solo a quella istituzionale o di partito, ma anche ai meccanismi di partecipazione e di attivazione dei movimenti.
Alla fine, niente agenda politica o calendari di campagne nazionali decise dall’alto, ma la «tensione comune a definire se stessi dentro i tempi dei conflitti sociali, autonomi e distanti dai tempi dettati dalla politica». Perché, come ha spiegato Francesco Raparelli dello spazio sociale romano Esc, «con la crisi la storia si riapre».

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