La scorsa estate è stato mio ospite un caro amico che si è trasferito da dieci anni in Nuova Zelanda. La mattina dopo il suo arrivo, verso le 11,30 siamo usciti da casa per fare delle commissioni e siamo saliti sulla mia macchina.
“Posso guidare io?”, mi ha chiesto. Poiché a me non piace farlo, ho accettato con gratitudine. Come si è seduto al volante ha allacciato la cintura di sicurezza, ha guardato nello specchietto retrovisore, ha girato la chiavetta dell’accensione, ha messo la freccia ed è partito. “Hai dimenticato di accendere i fari”, gli ho detto. C’erano quaranta gradi all’ombra, una visibilità che rendeva nitidi i minimi particolari fino alla linea dell’orizzonte, una luce solare abbagliante che si riverberava sull’asfalto facendolo baluginare in mille rifrazioni. L’amico si è girato lentamente verso di me e guardandomi con aria interrogativa mi ha detto: “Ma sei diventato crazy?” (ormai parla uno strano miscuglio di italiano infarcito di parole inglesi).
“No – gli ho risposto con aria contrita, come chi conosce le conseguenze di una cattiva azione che sta commettendo, ma non può esimersi dal farla – è la legge. Lo prevede il codice della strada. Pare che nei paesi del Nord Europa, dove questa misura è in vigore da tempo, ci siano meno incidenti stradali che da noi”.
“Non dipenderà mica dal fatto che in quei paesi guidano con più prudenza, rispettano i limiti di velocità e gli stop, non passano col semaforo rosso anche se non vedono nessuno all’incrocio, si fermano se c’è una persona che accenna ad attraversare la strada sulle strisce pedonali, bevono solo acqua minerale prima di mettersi alla guida?”, ha osservato il mio amico guardandomi di sguincio. E ha aggiunto: “Quanto all’obbligo di accendere i fari, non dipenderà invece dal fatto che in Scandinavia ci sono condizioni di visibilità atmosferica molto diverse dai paesi mediterranei? Hai provato a pensare quanta benzina in più si consuma con i fari accesi in pieno giorno e che incremento si dà inutilmente all’effetto serra?”.
“È per questo che ti guardo con aria contrita”, gli ho risposto.
Quando si accendono i fari, una parte dell’energia meccanica sviluppata dal motore per far muovere l’autoveicolo, viene utilizzata per far girare l’alternatore che carica la batteria. Mediamente il rendimento del motore automobilistico è del 20 per cento (0,2). L’80 per cento dell’energia chimica contenuta nel combustibile si disperde sotto forma di calore nel motore stesso e in attriti nel sistema di trasmissione. Il rendimento dell’alternatore che carica la batteria è del 60 per cento (0,6). Pertanto il rendimento complessivo del sistema che consente di accendere le luci dell’auto è del 12 per cento (0,2 × 0,6 = 0,12). La potenza totale impegnata dalle lampadine dei due fari anabbaglianti, delle quattro luci di posizione, delle luci della targa e del cruscotto è di 150 Watt. Con un rendimento del 12 per cento, per accenderle occorrono 1.250 Watt termici (150/0,12). Ovvero 1,25 chilowatt. Poco meno dell’energia che occorre per scaldare una stanza con una stufa. Supponiamo che la percorrenza media delle automobili sia di 20.000 km all’anno a una velocità media di 70 km all’ora. Le ore di viaggio, e di accensione delle lampade, saranno pertanto 286 (20.000 / 70). Moltiplicate per 1,25 chilowatt danno un consumo complessivo di 357,5 chilowattora termici. Poiché un litro di benzina sviluppa 8,7 chilowattora termici, il consumo annuo di benzina in più sarà di 41 litri. Per percorrere 20.000 km all’anno occorrono da 1.000 a 1.500 litri di benzina. Pertanto l’incremento percentuale dei consumi di carburante oscilla tra il 4,1 e il 2,7 per cento.
Le automobili circolanti in Italia a fine 2002 erano 33.779.000 milioni; gli autocarri per trasporto merci 3.283.700, 456.000 gli altri tipi di automezzi, per un totale di circa 37,5 milioni. Senza tener conto che gli automezzi diversi dalle automobili hanno più luci di posizione, e che gli autocarri per trasporto merci percorrono mediamente ogni anno un numero di chilometri almeno 10 volte superiore, moltiplicando con un calcolo per difetto 37,5 milioni di autoveicoli x 41 litri di carburante, l’incremento complessivo dei consumi derivanti dall’accensione delle luci anche di giorno oscilla intorno a 1 miliardo e 500 milioni di litri di carburante. L’aumento delle emissioni di CO2 che ne consegue è di 2,9 milioni di tonnellate.
“Per riprendere un’immagine che hai usato in un tuo articolo – mi ha detto l’amico – invece di chiudere i buchi del secchio, in questo modo se ne aprono altri.”
“Forse non se ne rendono nemmeno conto”, ho obbiettato con amarezza, anche se in fondo la scoperta di avere lettori in Nuova Zelanda lusingava la mia vanità. “Può darsi – ha replicato il mio amico – ma io sono più maligno di te e non posso non pensare che sul costo di un litro di benzina incidono 718 centesimi di tasse e sul costo di un litro di gasolio per autotrazione 546 centesimi. Moltiplicando 1 miliardo e 500 milioni di litri di carburante per una cifra calcolata grossolanamente per difetto di 600 centesimi di euro, si ha un incremento di incassi per l’erario di 900 milioni di euro all’anno. Diciamo un miliardo per fare cifra tonda.”
“Non mi vorrai mica dire che pur d’incassare più soldi non ci si preoccupi di aggravare l’effetto serra”, ho replicato indignato. “Sarà pure una misura sbagliata, ma è stata dettata da una buona intenzione. L’accensione delle luci di giorno si pensa che possa contribuire a ridurre il numero degli incidenti automobilistici”.
Mentre dicevo queste parole una brusca frenata mi ha fatto sobbalzare dal sedile. Non avessi allacciato la cintura di sicurezza avrei battuto la testa contro il parabrezza. “Per un pelo non hai tamponato la macchina che ci precede!”, ho detto spaventato al mio amico. “Non ho visto che stava frenando – mi ha risposto – perché con questo sole abbagliante il rosso delle luci posteriori accese riduce la visibilità degli stop. Altro che più sicurezza!”. In quel momento una inspiegabile associazione di idee mi ha fatto venire in mente che il Comune di Brescia nel bando di gara per la progettazione delle case del nuovo quartiere di edilizia economica e popolare di San Polino ha “escluso la fornitura del gas metano per la cottura”. Se non si ha il gas per cuocere, o si va al ristorante tutti i giorni, o non resta altra possibilità che usare le piastre elettriche. Per produrre l’energia termoelettrica si butta via sotto forma di calore inutilizzato il 65 per cento dell’energia chimica contenuta nel combustibile. Poi col residuo 35 per cento trasformato in energia elettrica si costringe a fare il calore necessario a cuocere.
Qui c’è qualcosa che non torna. Potevo non pensare che questa scelta avesse qualche attinenza col fatto che il Comune di Brescia è il maggiore azionista dell’ASM, l’ex azienda municipalizzata multiservizi trasformata in SpA, che produce anche energia elettrica e ha presentato domanda al Ministero dell’Industria per ottenere l’autorizzazione a costruire una nuova centrale termoelettrica, da 800 megawatt, nel comune di Offlaga? Potevo non pensare che questo uso improprio dell’energia aprisse altri buchi nel secchio invece di chiudere quelli che già ci sono? E che comportando un incremento della domanda di energia elettrica portasse acqua al mulino di chi sostiene che per evitare i rischi di black out occorre potenziare l’offerta, realizzando le nuove centrali bloccate dall’opposizione delle popolazioni abitanti nei pressi dei siti in cui si vogliono costruire? Confesso, anche se non mi fa onore, di averlo pensato e di avere già espresso le mie perplessità ad alta voce. “Ti hanno risposto?”, mi ha domandato l’amico emigrato in Nuova Zelanda. “Sì, mi hanno detto che è una scelta dettata da motivi umanitari. L’hanno fatta per ridurre i rischi delle esplosioni accidentali che possono essere causate da fughe di gas”.
Speriamo soltanto che sulla base di altri nobili motivi umanitari, che so la riduzione degli incidenti domestici, non ci obblighino anche a tenere accese di giorno le luci in casa.
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