Parlano di filiera corta, di rapporto diretto con il consumatore, di produzione locale, di rispetto per l’ambiente. Come i contadini che scelgono l’agricoltura biologica e i gruppi di acquisto solidale per la distribuzione, anche il Movimento degli artigiani liberi ha nei suoi linguaggi evidenti tracce di “decrescita felice”.
Ma la realtà quotidiana di chi sceglie il mestiere di artigiano manuale non sembra sempre felice. Racconta Michel Drouin, tra i promotori del Movimento: “Per il legislatore non esistiamo, sono riconosciute solo le ditte artigianali. Non è importante la persona che produce un oggetto, sa trasformare una materia e ha un rapporto diretto con chi userà il prodotto finale. Quello che conta è l’impresa, cioè gli operai e i macchinari pronti a produrre in serie. Anche per i sindacati degli artigiani siamo poco interessanti. Sarà forse perché i nostri fatturati e la nostra capacità di incidere sul Pil sono irrisori”.
Michel ha un laboratorio del rame a due passi da Todi, provincia di Perugia. La possibilità di avere un locale su strada è insostenibile per molti artigiani. La maggior parte di loro lavora in casa, all’interno di garage, cantine, locali situati nelle periferie delle metropoli. Nelle vie storiche delle città in cui prima c’erano gli artigiani, c’è ora la grande distribuzione, con i suoi oggetti inutili che saranno presto sostituiti da altri.
Per farsi conoscere e poter vendere, gli artigiani sono costretti a partecipare alle fiere e ai mercati nazionali, dove spendono dai 2 ai 9 mila euro per uno stand da 15 a 45 giorni. I mercatini pubblici che durano un giorno vengono invece appaltati ad associazioni che chiedono prezzi che variano dai 50 ai 150 euro al giorno. Aggiunge Maura, ceramista: “All’interno di questi spazi denominati Mercatini di Artigianato si trovano merci d’importazione, accessori di vario genere provenienti da cantine e magazzini, antiquariato e solo un 2 per cento di oggettistica realizzata a mano”.
Per un artigiano è difficile persino trovare gli strumenti di lavoro. Dice Michel: “Prova ad entrare in una ferramenta per chiedere un martello di cento grammi. Ti ridono dietro. Oggi si producono solo quelli da mezzo chilo, per non parlare di cesoie a mano, così necessarie nel mio mestiere. Ma il vero problema è che la scomparsa di antichi mestieri, significa perdere per sempre saperi e culture millenarie. Già adesso nessuno più immagina cosa è possibile fare con il rame, dalle pentole all’arradamento, tutto su misura. Eppure la richiesta non manca: chi continua a trascurare gli artigiani manuali sono il legislatore nazionale, chi gestisce i mercati e molte amministrazioni pubbliche”.
Se a queste difficoltà, si aggiungono quelle legate all’inizio dell’attività, quando è necessario un periodo lungo di avviamento che varia dai tre ai cinque anni, ma le spese sono le stesse di un’attività avviata, si capisce perché molti artigiani per sopravvivere sono costretti a lavorare in nero. Spiega Maura: “Finora abbiamo sopravissuto e sperato che questo mestiere potesse darci qualcosa. Sono stati anni di avviamento difficili, doppi lavori, autosfruttamento e l’incubo di arrivare a fine mese. Ancora oggi se l’assessore si sveglia male noi perdiamo la piazza o il mercatino di Natale, l’affitto chi lo paga? Siamo davvero ai limiti della precarietà”.
Insomma, per l’artigiano o l’artigiana che lavorano il legno, il vetro, i tessuti o il cuoio non sembrano proprio tempi felici. Del resto, si ostinano a non contribuire al progresso tecnologico, anzi le loro attività sono a basso contenuto di energia, non prevedono la divisione del lavoro e neanche anni di scolarizzazione teorica perché i loro saperi sono in gran parte culture orali. Saranno mica il doposviluppo?






