Circa 643 milioni di persone che vivono in aree costiere, il 10 per cento della popolazione mondiale, sono in grave pericolo per l’impatto dei cambiamenti climatici negli oceani, hanno avvertito un gruppo di scienziati. Si tratta della prima indagine che identifica le popolazioni che corrono rischi per l’elevazione del livello del mare e per le l’aumento del numero di uragani.
I ricercatori provengono dal Centro internazionale di informazione scientifica [Ciesin] dell’università della Columbia e dall’istituto internazonale dell’Ambiente e sviluppo [Ieed nella sua sigla in inglese] di Londra. “Il 70 per cento dei paesi hanno il loro maggiori agglomerati urbani nelle aree costiere”, ha detto Bridget Andersen, del Ciesin. “Per di più, le città più grandi del mondo, quelle che contano più i cinque mlioni di abitanti, hanno in media un quinto della loro popolazione e un sesto del loro territorio nelle zone costiere”, ha aggiunto.
La ricerca verrà pubblicata tra qualche settimana nella rivista Environment e urbanisation. I dieci paesi con maggiori quantità di persone nelle zone a rischio sono Cina, India Bangladesh, Vietnam, Indonesia, Giappone, Egitto, Usa, Thailandia e Filippine. Città come Shangai [Cina orientale], Mumbai [India occidentale] o Dhaka, capitale del Bangladesh, sono le più esposte ai pericoli che si abbattono sulla costa, come inondazioni, tormente e cicloni.
“Le città costiere crescono in media il 20 per cento più rapidamente che le altre e hanno tra il 10 per cento e il 15 per cento di maggiore densità”, ha detto all’agenzia Ips Sharad Shankardass, portavoce del programma delle Nazioni unite per gli Insediamneti umani “Habitat”.
La maggior parte degli scienziati concordano sul fatto che il riscaldamento del pianeta è causato dalle attività umane, soprattutto dall’effetto dei gas liberati dalla combustone di petrolio, gas e carbone.
Il Protocollo di Kyoto è entrato in vigore a febbraio e impone ai paesi industriali che lo hanno firmato e ratificato l’obbligo di ridurre del 5,2 per cento le loro emissioni di gas rispetto al 1990. Il termine per operare le riduzioni è il 2012.
Anche Habitat ha elaborato una ricerca dimostrando che il 14 per cento della popolazione del Sud del mondo si trova nelle zone a rischio, contro il 10 per cento delle Nazioni ricche. Allo stesso modo, il 21 per cento della popolazione urbana nei paesi poveri si colloca in queste aree. Pertanto, gli insediamenti umani nei paesi poveri sono significativamente più vulnerabili ai pericoli che conseguono il cambio climatico. Bahams, Olanda e Suriname hanno il 70 per cento della popolazione in arre a rischio; seguono Vietnam [55 per cento], Bangladesh 46 ed Egitto 38.
Il gruppo di esperti ha calcolato anche che il livello del mare potrebbe crescere tra i 22 e i 34 centimetri tra il 1990 e il il 2080. Però l’aumento potrebbe essere maggiore nel veloce scioglimento dei ghiacci della Groenlandia e delle calotte polari. I piccoli paesi insulari hanno grandi porzioni delle loro terre nelle zone di bassa altitudine e si vedranno per tanto più toccati dai pericoli della crescita del livello del mare.
Tuttavia, hanno una percentuale minore di polazione in queste aree. Secondo Balk questo è dovuto al fatto che le polazioni isolane sono abituate a questi pericoli e sono solite insediarsi lontane della costa.
“Lo studio dimostra che si tratta di una questione critica dal punto di vista globale e non solo per gli stati isolani”, ha detto a Ips Gordon Mc Granahan, capo del gruppo di insediamento umano dello Ieed.
Secondo Tanya Imola, dell’associaione Intrnazionale dei governi locali, molte città hanno cominciato a sviluppare i loro programmi per far fronte al cambio climatico. Queste iniziative includono miglioramenti nel sistema di trasporto, programmi di riciclaggio e di efficenza energetica. Però solo poche città hanno cominciato a pensare come affrontare l’aumento del livello del mare.






