Pianeta caldo

IL SESTO RAPPORTO «LIVING PLANET» 2006 del Wwf riporta il calcolo dell’impronta ecologia con un indicatore nuovo: l’«indice del pianeta vivente », che cerca di dare conto dei trend di popolazione più significative delle oltre 1.300 specie di vertebrati in tutto il mondo. Dal 1961 al 2002 l’«indice del pianeta vivente» mostra una caduta del 30 per cento, emblematica dello stato di salute della biodiversità. L’altro indicatore è quello dell’«impronta ecologica», che ha un grande valore didattico, perché riesce immediatamente a dare la sensazione di quanto noi pesiamo sulla terra: un tentativo molto interessante, anche se per difetto, perché consente di tradurre in ettari procapite la capacità bioproduttiva dei sistemi naturali di darci le risorse che ci servono.

Nel caso dell’anidride carbonica, l’incremento di questo indicatore ci fa capire come la situazione di fatto sia già particolarmente importante, nella sua negatività, perché dal 1961 al 2003 abbiamo superato del 25 per cento la capacità bioproduttiva dei sistemi naturali utilizzati per il nostro sostentamento. Questo significa che, di fatto, stiamo utilizzando risorse naturali in una quantità superiore a quella che è la capacità rigenerativa del pianeta. Questo ci comporta una situazione di debito, di deficit ambientale.

L’impronta ecologica italiana è di 4,2 ettari globali procapite. È un dato interessante perché, oltre a farci sapere quale sia la nostra impronta ecologica, vediamo anche quale sia la biocapacità del paese che viene analizzato. Per l’Italia, la biocapacità è di un ettaro globale pro capite. Questo vuol dire che il nostro deficit ecologico è di 3,2 ettari globali, e cioè che il resto delle risorse naturali che ci servono per il nostro sostentamento lo troviamo altrove, non sul territorio nazionale. E questo è un dato comune a molti paesi, basta vedere il dato relativo ai paesi industrializzati, che è largamente superiore a quello dei paesi poveri.
Il «Living Planet Report» fa anche delle analisi di scenario, valutando in particolare tre scenari futuri. Il cosiddetto «Bau», ossia il «Businnes as usual», vale a dire il «come se niente fosse»; lo scenario di «strong utility », che dipinge un forte abbassamento dell’impronta ecologica; infine c’è lo scenario di abbassamento «slow» dell’impronta ecologica.

Il Bau ci porta al collasso: nel 2050 ci troveremmo ad avere un livello di cattura di biocapacità produttiva dei sistemi naturali che equivale a un paio di pianeti. Questo significa che dovremmo avere un secondo pianeta a disposizione, per consentire di disporre di queste risorse a favore dell’uso e consumo della popolazione esistente. Cosa che, ovviamente, non sarebbe possibile. Se andiamo a prendere tutti gli ultimi studi più avanzati sull’argomento, ad esempio il «Millennium Ecosystem Assessment» [la Valutazione dell’ecosistema del millennio, commissionato dall’Onu ndr.], uno straordinario studio planetario dei più grandi scienziati al mondo per l’analisi die sistemi naturali, quel che ne emerge è che nei prossimi cinquant’anni, ove vengano mantenuti i trend attualmente seguiti, sarà impossibile garantire i servizi fondamentali che gli ecosistemi offrono al benessere umano: dal cibo, all’acqua, alla rigenerazione del suolo, alla composizione chimica dell’atmosfera, alla produttività primaria netta che consente la fotosintesi clorofilliana che, a sua volta, consente la vita sul pianeta, ecc.

Prendiamo anche il famoso «Limit to Growth» [vedi intervista nelle pagine precedenti, ndr.], il rapporto sui limiti della crescita, il cui aggiornamento dice sostanzialmente che in questi trentaquattro anni e mezzo abbiamo solo perso tempo: quello che si poteva fare non è stato fatto e quello che non è stato fatto ovviamente oggi pesa perché il costo dell’inazione è talmente elevato che ogni giorno che passa la reazione e l’intervento è superiore nella fatica complessiva, compresa quella economica.

Ancora, la ricerca dell’Hadley Centre for climate change and prediction britannico, che ha elaborato lo studio «Avoiding dangerous climate change» [evitare il cambiamento climatico dannoso], che indica in maniera molto chiara come i due gradi centigradi di crescita della temperatura media del pianeta oltre quelli dell’era preindustriale possono diventare molto critici perché affiancabili a quello che viene chiamato l’«effetto soglia», oltre il quale non sappiamo quale capacità avremmo per governarlo.
L’incrocio di tutte conoscenze scientifiche, di tutti i rapporti più autorevoli ci danno la conferma che il 2050 è una data critica.

Ora Nairobi si è aperto con un obiettivo gigantesco, quello di ragionare in maniera molto seria su quello che era l’«ad hoc working group» e cioè un gruppo di lavoro creato appositamente per ragionare sul cosiddetto «Kyoto Plus» [un accordo che dovrebbe portare, dopo il 2012, ad una maggiore riduzione delle emissioni di anidride carbonica ndr.].

Dal punto di vista della trattativa di Nairobi, il fatto che l’Italia si presenti con la cifra drammatica del 13,5 per cento [mentre Kyoto fissa all’8 per cento] per quanto riguarda le emissioni di gas serra, come molti altri paesi, è un dato di fatto.

A Nairobi il nocciolo sarà quello di non aprire falle su quello che è il prosieguo dello straordinario lavoro che deve essere fatto e che, ovviamente, Kyoto copre in maniera molto simbolica. È evidente che questa è una situazione già delicata, ed è quella in cui gli Stati uniti non aderiscono al Protocollo ma possono sempre giocare dall’esterno per condizionare quello il possibile passaggio ad un «Kyoto plus» molto più duro e più significativo. Questo è in assoluto il tema fondamentale di Nairobi: come funzionerà il «Kyoto plus».

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