FAREMO RIPRENDERE la crescita dei consumi, il Paese deve ricominciare a crescere, il Prodotto lordo deve ricominciare a crescere. Sono tre affermazioni molto comuni sulla bocca degli economisti, e che la maggior parte dei politici, senza distinzioni di schieramenti, ripetono continuamente. Non si salvano nemmeno alcuni noti ambientalisti, che una volta entrati in politica, si sono uniti al coro, armati di «un sano realismo». Ma cosa c’è di realismo e di sano in tali affermazioni?
La crescita dei consumi, nell’attuale modello economico, rappresenta una perdita piuttosto che una conquista. Risorse naturali vengono estratte, trasformate in prodotti, e dopo breve tempo in rifiuti; viene consumata cioè la loro «utilizzabilità», e se si tratta, come quasi sempre avviene, di risorse non rinnovabili, vengono «consumate» per sempre. Ma questo fa crescere il Prodotto lordo, ovvero il capitale. E per ogni economista questo è sinonimo di ricchezza. Ma se vogliamo essere davvero «realisti», ovvero preoccupati di quale realtà si cela dietro la dottrina, allora dobbiamo considerare che il capitale rappresenta il valore di qual-«cosa» fin tanto che è possibile scambiarlo di nuovo con quella data «cosa». Se la «cosa», cioè l’oggetto della azione economica, è, come spesso accade, una risorsa non rinnovabile, il capitale prodotto rappresenta la misura di un valore perduto e non acquisito. La ricchezza è nell’esistenza di una risorsa e nella sua potenzialità di utilizzo e non certo nella sua distruzione. L’unico soggetto che può creare ricchezza, cioè risorse utilizzabili, è la natura, attraverso l’azione incessante del flusso di energia proveniente dal sole.
Ebbene, alcuni importanti rapporti internazionali pubblicati in questi ultimi tempi informano, con abbondanza di dati ed argomentazioni scientifiche, che il nostro «serbatoio di ricchezza», la natura, si sta impoverendo; in termini economici, il «conto in banca» dell’umanità sta calando.
Il «Living Planet Report» 2006 pubblicato dal Wwf internazionale conferma, attraverso il monitoraggio di 1313 specie, il degrado degli eco-sistemi fondamentali del nostro pianeta, e l’aumento del debito ecologico mondiale causato da un prelievo annuale di risorse naturali che supera del 25 per cento la capacità rigenerativa della Terra. La previsione è che nel 2050 il prelievo di risorse dalla natura sarà il doppio di quanto essa riesce a rigenerare. Ciò significa che, se volessimo mantenere stabile il nostro serbatoio di ricchezze, occorrerebbe la produttività rigeneratrice di due pianeti Terra; ma come tutti sappiamo ne abbiamo purtroppo uno solo, a disposizione nostra e di tutte le altre specie che con noi lo condividono rendendo possibile anche la nostra esistenza. Ma un «check-up» planetario lo aveva già fatto all’inizio di quest’anno il «Cross-roads of Planet Earth’s Life», che ha fatto affermare ai massimi esperti mondiali di ecologia che il mondo è avviato alla sesta estinzione di massa, dopo la quinta, che ha visto 65 milioni di anni fa scomparire insieme ai dinosauri i tre quarti di tutte le specie esistenti.
Ma il futuro è reso ancor più problematico dalla più grande emergenza mai fronteggiata dall’uomo. I cambiamenti climatici causati da un uso eccessivo, sia in termini di quantità che di rapidità, di combustibili fossili [petrolio, carbone e metano] su cui si è basata la storia di questi ultimi duecento anni di sviluppo industriale, sta avendo un effetto «esplosivo» per il tempo breve in cui sta sviluppando i suoi effetti, confrontabile con la caduta del grande meteorite che 65 milioni di anni fa portò all’estinzione dei dinosauri.
Nella conferenza «Avoiding Dangerous Climate Change», organizzata dal governo Britannico, i principali studiosi mondiali degli impatti dei cambiamenti climatici hanno messo in evidenza come alcuni di essi siano già oggi irreversibili. Per esempio, se anche azzerassimo oggi l’uso dei combustibili fossili, i ghiacciai del nostro pianeta sarebbero comunque condannati al totale scioglimenti nell’arco dei prossimi secoli. Diffusione di malattie parassitarie, sommersione di gran parte delle pianure costiere, comprese le aree dove sorgono le più grandi metropoli del mondo, crollo della produzione alimentare, centinaia di milioni di persone con scarsità di cibo ed acqua, l’interruzione della Corrente del Golfo, con conseguente sconvolgimento del clima nord europeo e nord americano, mortali ondate di calore: sono solo alcuni degli impatti previsti entro i prossimi decenni.
Nel caso dei cambiamenti climatici, il pericolo del non fare è sottolineato proprio da un economista di fama mondiale, Nicholas Stern, ex vicepresidente della Banca mondiale, che nel suo rapporto «The economics of climate change», afferma che se non riduciamo dell’80 per cento le emissioni di gas-serra, il Prodotto lordo mondiale crollerà di oltre il 20 per cento, gettando il mondo in una depressione economica simile a quella dell’inizio del Novecento, ma con maggiori difficoltà di ripresa.
Altra credenza propagandata da gran parte dei mass media è che solo attraverso la crescita dell’economia e dei consumi sarà possibile risolvere i problemi della povertà e della fame in cui ancora versa gran parte dell’umanità. Un recentissimo rapporto della Fao, «The State of Food Insecurity in the World», smentisce l’illusione di questo effetto taumaturgico supposto dai sacerdoti della dottrina della crescita, informando che la fame nel mondo ha ripreso a crescere, e colpisce ormai 854 milioni di persone.
Ebbene, tutti questi rapporti, nonostante la loro ufficialità, autorevolezza e rigore scientifico, sembrano cadere sulla testa dei nostri politici come pioggerella di autunno sull’asfalto, che non lascia traccia di sé. Continuano infatti imperterriti a prometterci una crescita economica per riprendere la «marcia trionfale del progresso», che alla luce di quanto abbiamo letto in questi rapporti assume sempre più i toni tristi di una nenia, di un crescente grido di rabbia e di dolore, per molti ormai già di una marcia funebre.






