Assaggia e credi

"Parla con Riccardo Lagorio. Così mi suggeriva alcuni anni fa Luigi Veronelli mentre nella sua casa di Bergamo mi indottrinava sull’erasmiana follia delle Deco, le Denominazioni comunali.

Si era ancora alle prime battute di una vicenda destinata ad avere poi grande risonanza. Veronelli aveva capito che l’eccessiva burocratizzazione delle procedure comunitarie e la tendenza sempre più marcata dei consorzi di tutela a privilegiare la crescita economica e l’industralizzazione dei processi produttivi avrebbero finito per determinare una crisi di stanchezza nelle forme classiche di attestazione delle tipicità. A suo avviso era necessario cambiare rotta, ricercando su basi nuove, e partendo dal basso, il rapporto fra prodotto tradizionale e territorio.

In questo senso il Comune, come entità istituzionale più vicina al cittadino, gli era sembrato il punto di riferimento ideale. Erano nate così le Deco, creature al servizio di un suo antico convincimento: la patria è ciò che si conosce e si capisce.

Fra coloro che lo avevano prontamente seguito c’era Riccardo Lagorio, da lui definito il mio primo missionario. Ma Lagorio era qualcosa di più di un missionario. Lungi dal limitarsi all’attività di divulgazione, si era proposto come attivo realizzatore ed era diventato subito un punto di riferimento. Aveva incominciato dal suo Comune, Castegnato [Brescia], dove, da assessore alle attività produttive, nel 2002 aveva fatto adottare una delibera di riconoscimento della prima Deco: la farina di mais belgrano.

Sulla scia di quell’ esempio, altri comuni erano seguiti, piccoli e grandi, da Cesiomaggiore a Lecce. Dopo una prima fase di consensi diffusi, le Deco si erano arenate, scoprendosi nude di fronte alla burocrazia. Era successo che qualcuno, per la verità sulla base di una conoscenza un po’ superficiale delle norme comunitarie, aveva denunciato un loro presunto contrasto con le regole di Bruxelles.

Veronelli con il suo temperamento sanguigno aveva reagito da par suo, alternando dotte disquisizioni a ironici sberleffi e pesanti vituperi. A sostegno della sua tesi aveva invocato ora li diritto naturale ora la Costituzione. In una fase successiva era rimasto colpito quando gli avevo letto alcune sentenze della Corte di giustizia europea che autorizzano le cosiddette indicazioni di origine semplici. Gli avevo portato esempi concreti di denominazioni geografiche liberamente usate al di fuori del circuito canonico delle Dop e Igp, in Italia come negli altri paesi europei: ne aveva tratto l’idea che la guerra alle Deco fosse tutta una montatura burocratica. Per nulla rassegnato, aveva deciso di dedicare alla causa gli ultimi anni della sua vita.

Dopo la battuta d’arresto conseguente alla scomparsa del grande enogastronomo, il cammino è proseguito tra alti e bassi. Molti si sono tirati indietro; l’Anci, in primo luogo, che ha trovato il modo di partorire un inconsistente progetto alternativo: la res tipica.

La regressione del dibattito alla falsa questione della legittimità della Deco ha lasciato in secondo piano il problema ben più importante della tutela offerta da questo nuovo strumento. Un conto è l’effetto promozionale dell’iniziativa comunale, un altro conto è la salvaguardia di un prodotto da imitazioni, contraffazioni o utilizzi scorretti del nome. Da questo punto di vista, una semplice delibera amministrativa è di scarsissimo aiuto. Meglio sarebbe far camminare le Deco con le gambe dei marchi collettivi geografici, che sono previsti dalla normativa comunitaria e che in altri paesi europei hanno consentito la piena capacità operativa delle indicazioni geografiche semplici. Certo. bisognerebbe pensare a regolamenti d’uso del marchio, che prevedono rigorose condizioni di accesso degli operatori all’utilizzo della denominazione, ed efficaci forme di controllo della conformità di prodotti ai disciplinari produttivi. Insomma, occorrerebbe passare dalla fase dell’infanzia a quella dell’età adulta.

Oggi i Comuni che hanno deliberato le Deco sono circa quattrocento e in una cifra così elevata si può trovare di tutto, dal prodotto privo di una sua effettiva personalità alla eccellenza gastronomica. Ecco perché diventa indispensabile una guida come quella costruita da Riccardo Lagorio. L’autore non vi riporta mai impressioni o giudizi di seconda mano, quello che propone è stato da lui personalmente scovato, studiato, controllato. Le sue, quindi sono vere [ri]scoperte gastronomiche, capolavori dimenticati che emergono dal buio della storia locale con tutta la loro carica di fresca e stupefacente originalità. Assaggiare per credere.

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