Dalla campagna romana alla Sabina, dalla bassa Maremma ai castagneti dell’Appennino: le aree protette del Lazio sembrano il simbolo di un’intelligente armonia tra uomo e natura che ogni giorno, in nome dello “sviluppo”, imprese e politica mettono violentemente in discussione. Eppure nella regione rimangono ancora numerose le esperienze di resistenza al consumo del suolo, alla perdita di biodiversità e all’industrializzazione dell’agricoltura. Non si può parlare di un’unica realtà rurale per tutto il territorio regionale, ma di molte esperienze contadine fortemente differenziate per sistema di produzione, forme di insediamento abitativo, ordinamento culturale, ampiezza e tipologia delle aziende agricole. Ad esempio, sono quindici le aziende agricole che fanno parte dell’ente regionale Roma Natura, mentre i musei e i centri di documentazione regionale sono ventuno e sono sparsi in dodici, tra parchi e riserve naturali.
Le aziende che hanno il marchio commerciale Natura in campo [rilasciato ai prodotti tipici, tradizionali e di agricoltura biologica coltivati nei Parchi del Lazio] sono invece otto. Ancora: nel Lazio esiste una vivace rete di fattorie educative, in gran parte costituita dalle aziende che aderiscono all’Aiab [Associazione italiana per l’agricoltura biologica]. Infine, solo più di cento i punti vendita proposti da aziende agricole all’interno di aree protette e altrettanti sono le aziende che hanno avviato attività di agriturismo. “Alla scoperta del mondo rurale nei parchi del Lazio” è una delle guide realizzate dall’assessorato all’Ambiente e cooperazione tra i popoli della Regione per favorire la conoscenza di paesaggi, abienti, culture ed esperienze rurali al grande pubblico.






