Terre di Sicilia

DAL CASTELLO dei normanni, sulla collina più alta di Paternò, tutto appare piuttosto chiaro. Con una mano Paolo indica lentamente gli orti, poi il fiume Simeto, i giardini di aranci, gli uliveti, gli antichi mulini ad acqua, il laboratorio del consorzio di agricoltura biologica Terre di Sicilia, le piste ciclabili, il piccolo maneggio. Ettari di terra molto verde, ricca di acqua e di minerali, che sembrano sdraiati ad ammirare l’imponente Etna, nascosto dietro poche nuvole. Una terra argillosa e affascinante, scelta da Pasolini per girare «Il Vangelo secondo Matteo». Ma a spazzar via il complesso ecosistema, dimora preferita da centinaia di aironi e cicogne, nonché i progetti di agricoltura biologica portati avanti negli ultimi anni da decine di piccole aziende agricole, non sarà la lava dell’Etna; molto più probabilmente sarà uno dei quattro inceneritori imposti nella regione da An e da Totò Cuffaro, con il consenso ora anche dei Ds.
Siamo nel sud della Sicilia, terra di sperimentazioni e di moderne contraddizioni. Non solo agricoltura biologica con un forte legame con il territorio come a Paternò, ma anche turismo rurale, grazie al quale scoprire l’arte barocca di paesi e città e un’accoglienza calda, tra bioedilizia ed energie rinnovabili, come a Noto. Se infatti in provincia di Catania tutto rischia di essere travolto da un inceneritore, a Noto [Siracusa] sono le trivellazioni per il petrolio a preoccupare [vedi scheda].

Con altri trenta agricoltori Paolo ha promosso il consorzio Terre di Sicilia, che aderisce ad Aiab [Associazione italiana per l’agricoltura biologica]. Per loro il consorzio è l’occasione per gestire una filiera completa, dalla terra alla tavola, legarsi al territorio e condividere servizi. Paolo dice che l’agricoltura biologica internazionalizzata è un ossimoro. «Che senso ha, esportare le nostre arance biologiche in Giappone, mentre i bambini di Palermo a scuola bevono Fanta?», si chiede. La Sicilia, con ottomila aziende, è prima regione per la produzione del biologico ma, nonostante i suoi cinque milioni di abitanti, è tra le ultime regioni quanto a consumi. Le scelte di Terre di Sicilia puntano su una filiera corta e completa. Ancora Paolo: «Abbiamo cominciato in pochi qualche anno fa con il ProntoBio a Catania: un cassettone settimanale di ortaggi e frutta di stagione, del valore di 50 mila lire, ordinato via e-mail e consegnato a domicilio con un furgone». Oggi le famiglie siciliane che ricevono a casa il «cassettone» sono più di mille. Qualcuno chiedeva anche patate, carote o zucchine. Così si sono aggiunte altre piccole aziende.

Il rapporto diretto con i consumatori ha permesso di migliorare il servizio. Per questo insieme agli ordini, ogni settimana, si offrono le ricette: «Per permettere a tutti di non sprecare i prodotti, ma anche per suggerire come pulire alcuni tipi di verdure: usi che noi abbiamo recuperato e che non sono più molto noti». Il 90 per cento dei prodotti del consorzio [ortaggi, frutta, pasta, olio, formaggi, conserve, miele, passata di pomodoro] sono diffusi localmente con la vendita a domicilio, la rete regionale delle botteghe del commercio equo e nei mercatini locali, la fornitura a negozi, ristoranti e alberghi e a qualche supermercato. Terre di Sicilia ha scelto di distribuire prodotti anche alla grande distribuzione, ma solo in una percentuale minima rispetto agli altri canali, e comunque solo a centri commerciali della regione.
Certo è che la grande distribuzione è il gigante che schiaccia ogni progetto di agricoltura non industrializzata: la principale fonte di guadagno, per le catene dei centri commerciali, non sono i prodotti di qualità, ma gli interessi maturati dal circuito finanziario. Per questo, il consorzio ha scelto di pagare i suoi fornitori al massimo in 30 giorni e non 120 come avviene nella grande distribuzione, che in quel modo accumula ogni giorno moltissimo denaro, fonte a sua volta di interessi bancari. Il consorzio collabora anche con cooperative del biologico del nord, come El Tamiso di Padova e Mercabio di Bologna: attraverso un baratto si scambiano riso, farro, radicchio e mele, che certo si coltivano con difficoltà al sud, con arance e verdure. Per attenuare l’impatto ambientale dello scambio, niente camion, molto meglio la ferrovia, che si trova a due passi dal laboratorio del consorzio. E gli imballaggi? «Si possono ridurre anche quelli, sostenendo l’economia locale. Noi ci siamo rivolti a un’antica cartiera di Catania.

Le nostra uova sono diffuse con cartone riciclato», dice Paolo. Il rapporto con la terra è infine reso più leggero con l’attività di depurazione: l’immobile abbandonato, recuperato e trasformato in laboratorio del consorzio, non ha un grande depuratore tradizionale. Meglio il laghetto artificiale di fito-depurazione, in grado di eliminare le «impurità » con le piante al suo interno. Il consorzio consente anche di condividere alcuni servizi alle aziende agricole, che conservano così la dimensione familiare: la trasformazione e la distribuzione dei prodotti [recenti studi hanno dimostrato che la maggior parte dei prodotti alimentari, prima di raggiungere la nostra tavola, fa fino a ottomila chilometri], e i servizi della comunicazione.

Quest’ultimo settore comprende la «fattoria didattica» destinata alle scuole [come quella della masseria San Marco di Paternò], le degustazioni e l’etichettatura con il «doppio prezzo». Cos’è? Spiega Paolo: «Accanto al prezzo finale al consumatore, indichiamo i costi sostenuti dal produttore per favorire trasparenza ed equità. Confrontando i prezzi con quelli dei prodotti non biologici, i consumatori diventano più consapevoli del ruolo dei molti inutili distributori intermediari che incidono sul prezzo finale, mentre il lavoro dei contadini è di fatto svalutato».

Ma cultura biologica è anche informazione. «Nei laboratori, cerchiamo di mantenere forte il legame tra agricoltura bio e alimentazione. Per questo spieghiamo come il cibo di cui ci nutriamo oggi è privo di fibre e ricco di zuccheri semplici, proteine e grassi per essere meglio conservato e trasportato. Questo tipo di alimentazione provoca la cosiddetta ‘ipernutrizione carenziale’. Mangiamo spesso e male, non ci nutriamo davvero e ingrassiamo. È il cibo industriale imposto dalla pubblicità, ricco di additivi, conservanti e coloranti. Il contrario della dieta mediterranea: cereali, legumi, verdura fresca, frutta, pochissima carne e olio». «Oggi–aggiunge Paolo–la scienza è sempre più antropocentrica e arrogante, pensa di poter controllare tutto: terra, acqua e aria.

Non è così, e i danni provocati dal mito delle sviluppo e dall’agricoltura intensiva sono ogni giorno più evidenti. Fare agricoltura significa rispettare i fragili e complessi equilibri che si sono formati in millenni, significa rispettare le piante, gli animali, l’aria e l’acqua, significa scegliere le rotazioni delle coltivazioni e le concimazioni organiche». Ma l’incubo dell’inceneritore minaccia di far saltare in aria tutto il progetto di Terre di Sicilia. Per Cuffaro e l’ex ministro Matteoli [sostenuto da Ignazio La Russa, originario di Paternò, e pare da altri dirigenti di An legati alla società che gestirebbe il «termovalorizzatore »] la Sicilia, nonostante non abbia deficit di energia e nonostante le enormi possibilità di utilizzare sole e vento, deve «accogliere» quattro inceneritori [gli altri sono previsti a Priolo, Aragona e Augusta] in grado di bruciare il 110 per cento dei rifiuti regionali attuali: la regione cioè dovrà anche importare rifiuti. L’inceneritore a Paternò si farà su un’area nota per l’alto valore ambientale e per essere un sito di interesse comunitario, nell’alveo di uno dei principali affluenti del più grande fiume siciliano, il Simeto.

Questa area, e non è uno scherzo, si chiama Contrada Valanghe ed è stata definita, non dagli ambientalisti, ma dall’Ufficio del Genio civile di Catania «a rischio idraulico potenziale elevato» dato che è soggetta a periodiche esondazioni. Sempre secondo il Genio civile, l’area presenta una pericolosità ecologica legata ad eventi sismici. Si tratta cioè di una zona nella quale la legge vieta la realizzazione di impianti di quel tipo. Le disposizioni di legge però, in forza dei poteri commissariali conferiti da Berlusconi a Totò Cuffaro, potevano essere eluse. Ora il ministro Bersani dice che gli inceneritori creano «sviluppo» [ma ambientalisti e ricercatori universitari hanno realizzato uno studio secondo il quale con la raccolta differenziata porta a porta è possibile creare 10 mila posti di lavoro, contro i cinquecento previsti con i quattro inceneritori], il ministro Turco dice che non fanno male alla salute e Legambiente Sicilia che due invece di quattro inceneritori non sono la fine del mondo. «A parte i comitati locali, solo Rita Borsellino con i suoi Cantieri tematici e si oppone a questa follia, ma una parte di Ds e Margherita si guardano bene dal sostenerla», conclude Paolo che la scorsa settimana ha partecipato all’incontro del Cantiere agricoltura. Nonostante tutto, il Comitato per il Parco fluviale del Simeto e contro l’inceneritore tra feste, marce e ricorsi al Tar allarga i suoi consensi.

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