Ci sono diversi motivi per cui noi, qui a Carta, siamo particolarmente affezionati alle Deco, le Denominazioni comunali di origine. Il primo, il più importante, è il ricordo che ci lega al nostro amico anarco-eno-gastronomo Luigi Veronelli, che la ha inventate e diffuse, sulle pagine dei grandi giornali come nei centri sociali e nelle fiere di “t/Terra e libertà/critical wine”. Il secondo motivo è che ne condividiamo l’idea di base: i “giacimenti gastronomici” e i prodotti della terra sono la ricchezza di un territorio, perché ne contengono sapori, profumi, cultura e storia. E la ricchezza appartiene al territorio da cui nasce.
Le Deco funzionavano così: un consiglio comunale, dopo aver compiuto tutte le verifiche necessarie, garantiva sulla qualità di un prodotto del suo territorio attraverso un marchio. I limoni di Procida, il peperone di Francolise, le pesche duracine di Travedona Monate e altre decine di meraviglie e bontà sono stati così riscoperti e legati indissolubilmente al luogo in cui sono “nati”, cioè a chi li ha fatti e a chi li consuma da sempre.
Ora però le Deco sembrano essere diventate “impraticabili”. Il marchio ha infatti ricevuto un parere negativo dalla Comunità europea [parere richiesto dal ministero delle Politiche agricole quando il ministro era Alemanno] perché viola le regole del mercato e le leggi della concorrenza. Stefano Campione, esperto dell’Anci, è stato molto chiaro: “Come associazione dei Comuni abbiamo abbandonato le Deco già da qualche anno”. Il ministro Alemanno scriveva, un anno fa, in una lettera inviata ai partecipanti a un convegno sulle Deco: “Concordo con la tesi [..] secondo cui le Deco debbano essere uno stimolo, una semplice delibera, che non fa riferimento ad aspetti qualitativi o a disciplinari richiesti invece per altre denominazioni di valenza comunitaria, ma che censisce, in un dato momento storico, un bene identitario legato all’artigianità o alla vocazione agricola di un comune”. Solo un elenco, dunque?
Risponde Ignazio Garau, dell’Aiab piemontese e direttore dell’associazione “Città del bio”: “Assolutamente no, ma è vero che le denominazioni di origine devono passare per l’Ue. Il modo per salvare l’idea delle Deco, che era affascinante ma ha avuto soprattutto il senso di una testimonianza, c’è: consiste nel garantire la tracciabilità di questi prodotti e soprattutto il modo in cui vengono fatti, cioè nelle piccole imprese contadine. Potrebbero intervenire, dal punto di vista normativo, le Regioni. Ci stiamo lavorando, come Città del bio e come Aiab, insieme a diversi amministratori locali, appassionati e coerenti”.






