Automobili sotto spirito

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Un dispetto classico, che sarà capitato a molti di fare o subire: lo zucchero nel serbatoio. Veramente odioso. In Brasile però non la pensano allo stesso modo. Anzi, forse l’idea per contrastare la schiavitù petrolifera è venuta proprio così. Ovviamente non mettono lo zucchero puro nel motore, ma l’alcol prodotto dalla canna da zucchero sì. I brasiliani dimostrano come, per avere carburante, non c’è bisogno di spendere miliardi in perforazioni, e neanche di farsi la guerra per un fazzoletto di terra. Insomma, fermo restando che la riduzione del traffico su strada rimane una priorità, con la canna da zucchero il pieno si può fare anche nelle aziende agricole.

L’utilizzo dell’alcool come combustibile per le automobili in Brasile non è una novità. Dopo lo shock petrolifero ci si è ingegnati per trovare una soluzione alternativa al petrolio e, a partire dal 1975, il governo del più grosso stato sudamericano ha lanciato il Programma nazionale dell’alcool, ribattezzato Proalcol, un piano di incentivazione dell’uso del combustibile “mas pulito do mundo”, ricavato dalla fermentazione della canna da zucchero.

I vantaggi dell’impiego dell’alcool sono molteplici: pochissimi residui nell’atmosfera a fronte delle numerose emissioni di carbonio delle vetture alimentate a benzina, tra i primi responsabili dell’effetto serra. Una fonte continuamente rinnovabile, perché estratta dalla canna. E ogni tonnellata del vegetale ha un potenziale energetico equivalente a 1,2 barili di petrolio. Dalla spremuta di una tonnellata di canna, poi, oltre allo zucchero e alla grappa, si possono estrarre fino a 60 litri di alcool, producendo dai 300 ai 500 kg di buccia per alimentare le caldaie delle stesse fabbriche che producono l’alcool (sostituendo gli oli combustibili derivati dal petrolio). Un circolo virtuoso che fa capire le reali potenzialità del progetto. La canna da zucchero può generare energia elettrica, alcool, fertilizzante, cibo e altro ancora. Si calcola che le piantagioni del vegetale oggi esistenti in Brasile potrebbero sostituire l’impiego di circa 600 mila barili di greggio al giorno.

Il clima e l’immensità del territorio brasiliano facevano sperare che la produzione di canna da zucchero (una coltura poco costosa, quasi spontanea, che richiede poco più che il taglio, e poi la spremitura per ottenere il caldo da far fermentare) consentisse volumi produttivi capaci di determinare una vera rivoluzione del settore dei trasporti su strada. A partire da questo momento il paese ha investito molto nell’incrementare la cultura della canna da zucchero e, allo stesso tempo, nel costruire impianti di distillerie di combustibile.

A metà degli anni ‘80, però, la fine della tensione in Medio Oriente e il ribasso del prezzo del barile hanno rallentato via via fino a bloccare il progetto Proalcol. Senza adeguate politiche di sostegno le “fabbriche di alcool” sono entrate in crisi. Come se non bastasse, sul mercato internazionale si è alzato notevolmente il prezzo dello zucchero (in parte grazie al protezionismo europeo e staunitense per lo zucchero prodotto con la barbabietola), e questo, unito al graduale scivolamento dei prezzi del petrolio verso livelli non molto dissimili da quelli precedenti la crisi degli anni Settanta, ha spinto i coltivatori di zucchero ad esportare il loro prodotto, lasciando senza materia prima la locale industria dell’alcool, e a secco i distributori. Le continue crisi di approvvigionamento subite dagli automobilisti “ad alcool” brasiliani hanno fatto perdere fiducia nel progetto. Il mercato delle auto “alternative” è crollato e nel paese si è ricominciato a vendere quasi esclusivamente auto a benzina. Anno dopo anno, l’industria automobilistica è stata obbligata a diminuire il ritmo della produzione di veicoli ad alcool. Nel 1984, ogni cento automobili nuove vendute, 94 erano ad alcool. Negli anni successivi questo numero è via via diminuito fino all’uno per cento del 2000.

A partire dal 2001 si è assistito a una piccola inversione di tendenza: complice il caro petrolio, c’è stato un primo aumento della richiesta di auto ad alcool. Attualmente quasi sei automobili su dieci che circolano sulle strade brasiliane vanno ad alcool; inoltre le normali pompe di benzina distribuiscono un combustibile fatto per quasi tre quarti di prodotti della raffinazione del petrolio e per poco più di un quarto di alcool, il massimo perché sia possibile utilizzarlo nei normali motori a scoppio.

La prima automobile ad alcool prodotta in Brasile è stata la 147 della Fiat, uscita dalla fabbrica nel giugno del 1979. Oltre a rendere 8,8 km/litri (una media considerata eccellente per l’epoca), il costo dell’alcool era un terzo di quello della benzina. Gli attuali motori ad alcool fanno ormai 12 km con un litro, che costa circa 50 per cento in meno della benzina.

La ricerca tecnologica è andata avanti, e la tecnologia “Flex” messa a punto dalla Fiat, che permette ai motori brasiliani di girare indistintamente a benzina pura (carburante utilizzato in Argentina, Cile e Uruguay), a benzina con parte di alcool (miscela tipica del Brasile), ad alcool puro e/o gas naturale, sempre con le stesse prestazioni, è stata ripresa anche da Ford, Volkswagen e General Motors. I problemi iniziali, come la difficoltà ad avviare il motore nei giorni più freddi dell’anno o la rapida corrosione delle parti metalliche del veicolo, serbatoio in testa, sono ormai stati superati.

Il Proalcol, uno dei programmi più audaci al mondo sull’utilizzo di energia rinnovabile per il trasporto, ritorna oggi con forza dopo gli accordi stesi a Johannesburg tra Germania e Brasile. In previsione: 100 mila nuove auto ad alcol per un valore di 32 milioni di dollari.

Un accordo, dai possibili sviluppi futuri, di cui si è parlato veramente poco. Brasile e Germania hanno infatti creato un gruppo di lavoro al fine di produrre alcool da usare come combustibile per automobili. L’accordo comprende la costruzione di 100 mila auto ad alcool da vendere in Brasile con incentivi all’acquisto, grazie alla riduzione delle imposte. La Germania, per finanziare il progetto, si è impegnata a versare al governo brasiliano 32 milioni di dollari (come contropartita acquisisce un credito per l’immissione nell’atmosfera di ben 710 mila tonnellate di CO2 all’anno, secondo uno dei meccanismi previsti dall’accordo di Kyoto sul clima, ovvero il “commercio delle emissioni”, spiegabile con questa assurda formula: riduco con i miei soldi le emissioni a casa d’altri, ma le conteggio come se le avessi ridotte a casa mia…).

Sta di fatto che per il Brasile il caro petrolio non è un problema, ma un’opportunità, perché con questi prezzi le alternative convengono economicamente, ma di rimando ci guadagna pure l’ambiente. Il Brasile, che nel 2006 raggiungerà l’autosufficienza energetica, si basa già per ben il 44 per cento su fonti rinnovabili, come energia idroelettrica, alcool di canna da zucchero e carbone vegetale
Assorbendo CO2 nel processo di fotosintesi e quindi di crescita della canna da zucchero, per ogni tonnellata di canna prodotta si evitano 2,6 tonnellate di CO2 nell’atmosfera 2,6 tonnellate sono equivalenti a 10.000 chilometri percorsi da un veicolo di media cilindrata in Europa.

Quando si brucia alcol si inquina soltanto un po’ meno che bruciando benzina. Però in questo caso l’anidride carbonica che va a finire nell’ambiente è la stessa che la canna da zucchero assorbe per crescere. Fra il CO2 che non emette il veicolo e fra la CO2 che assorbe la canna in atmosfera il ciclo completo dà un’emissione uguale a zero.

Inoltre, mentre la parte legnosa della canna viene trasformata in energia elettrica e utilizzata per far funzionare la fabbrica, il residuo organico della fermentazione dell’alcool viene utilizzato per fertilizzare i campi.

Oggi tutti i paesi del mondo si stanno interrogando, chi più chi meno, sulla necessità di pensare al futuro del nostro pianeta. La canna da zucchero e l’alcool derivato rappresentano sicuramente una possibile alternativa al petrolio nella ricerca di una fonte d’energia “pulita”. Oltre alla Germania, neo firmataria dell’accordo con il Brasile, ci sono altri paesi interessati all’alcool combustibile. Secondo i calcoli del governo brasiliano ci sono come minimo una ventina di paesi che sono in grado di produrre alcool, inoltre l’esportazione del prodotto, che attualmente è di 600 milioni di litri l’anno, nel 2003 potrebbe raddoppiare. Grazie a futuri accordi da siglare con Cina, India e Giappone, negli anni a venire l’esportazione potrebbe salire a quota 70 miliardi di litri di combustibile annuo. La Cina e l’India vogliono utilizzare l’alcool per sostituire interamente i combustibili a base di petrolio. Il Brasile, primo della lista dei maggiori produttori mondiali di canna, alcool e zucchero, ha la capacità di produrre fino a 16 miliardi di litri di alcool l’anno, il corrispondente di 84 milioni di barili di petrolio. Una potenzialità che colloca il paese latinoamericano in una posizione privilegiata nella lotta mondiale contro l’inquinamento.

A Rio il presidente brasiliano Cardoso fece la seguente proposta: derivare il 10% di tutta l’energia utilizzata nel mondo da fonti rinnovabili entro il 2010. E il progetto Proalcol va proprio in questa direzione, anche se, per dargli ulteriore impulso, il Brasile dovrà convincere i cittadini interessati che possono acquistare una macchina ad alcool senza paura di essere poi abbandonati com’è successo in passato. I primi passi in questo senso sono stati fatti: nel ‘95 è stata creata la Commissione interministeriale dell’alcool e in agosto 2002 il governo ha ridotto l’Ipi (Imposta sui prodotti industrializzati) gravante sulle automobili ad alcool, per stimolarne la ripresa delle vendite.

Non ci resta che augurarci che la benzina diventi sempre più dolce…

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