«I giornalisti finanziari e il rapporto incestuoso con l'alta finanza»

L'analisi dell'economista Loretta Napoleoni al seminario organizzato da Redattore sociale a Capodarco: i giornalisti finanziari, cantori del capitalismo, non hanno memoria e hanno un rapporto incestuoso con l'alta finanza. Le voci critiche sono state considerate «gufi» e cassandre». Ma poi la crisi è arrivata per davvero

I giornalisti sono sempre più dipendenti da Internet e hanno perso la capacità di investigare. Dalle questioni legate all’alta finanza e alla crisi economica mondiale fino ai fatti di terrorismo, sulla stampa [e in particolare sulla stampa italiana] emergono sempre di più superficialità di interpretazione e poca informazione vera.
E’ la convinzione dell’economista esperta di finanza e di terrorismo internazionale e collaboratrice di varie riviste [tra cui l’italiana Internazionale] Loretta Napoleoni, che ha partecipato alla sessione di sabato del Seminario di formazione per giornalisti organizzato da Redattore sociale a Capodarco.
L’analisi di Loretta Napoleoni, che ha dialogato con l’analista finanziaria Claudia Segre, è stata impietosa ma al tempo stesso realistica. L’abbassamento del livello qualitativo dell’informazione giornalistica, e in particolare del giornalismo economico e finanziario, deriva da precisi fattori strutturali. I giornali hanno sempre più pagine – ha spiegato l’economista – ma i giornalisti sono stati ridotti di numero per abbassare i costi sostenuti dagli editori. Nel frattempo le reti di agenzie che riuscivano fino a qualche anno fa a «coprire» il territorio, ora sono state pressoché smantellate.
E’ il caso per esempio della Gran Bretagna, paese che Napoleoni conosce molto bene perché vive e lavora a Londra dagli anni Ottanta. In Gran Bretagna, secondo una inchiesta recente del noto giornalista investigativo Mike Davis [Guardian] le 3 mila agenzie di stampa che erano attive fino a venti anni fa sono state praticamente cancellate. Ora l’informazione è in mano a poche grandi agenzie internazionali che però, come è ovvio, non riescono a raggiungere tutto il territorio nazionale e mondiale. I giornalisti sono sempre più legati a Internet per cercare notizie al volo e «inventarsi» i servizi. Si arriva al paradosso: i giornali sono sempre più caricati di notizie imprecise e spesso false.

La crisi del giornalismo diventa palese nel campo finanziario. Qui – sempre secondo Loretta Napoleoni – prevale l’approssimazione e il luogo comune. L’economista ha citato infatti non solo notizie praticamente inventate sulla crisi, ma anche la serie di editoriali di firme prestigiose che sono stati i cantori del capitalismo e del rischio finanziario fino al giorno prima dello scoppio della bolla dei subprime americani. «In realtà – ha detto Napoleoni – questo dipende dal fatto che esiste un rapporto incestuoso tra giornalismo finanziario e alta finanza». Nessuno è stato quindi capace di prevedere una crisi che ha caratteri completamente inediti.
Nessuno, a onore di cronaca, né tra i giornalisti né tra gli economisti, visto che quelle poche voci critiche nei confronti delle aberrazioni della speculazione finanziaria [Nouriel Roubini, per esempio] venivano tacciate fino a poco tempo fa di essere dei «gufi» o delle «cassandre».

«Il sistema finanziario globale, motore del mondo, è una nebulosa che non si riesce a leggere, mentre i giornalisti e in particolare i giornalisti finanziari, non hanno memoria e non ricordano per esempio che molti degli attuali collaboratori di Obama negli Usa sono sempre gli stessi esperti che hanno collaborato con Bush e con i propugnatori della deregulation». E’ un altro dei passaggi dell’intervento di Napoleoni. «Sembrerà assurdo – ha ricordato Loretta Napoleoni – ma molte delle banche che sono entrate in crisi o hanno chiuso i battenti, come Lehman Brothers, erano nei listini delle migliori banche fino al giorno prima del fallimento. E’ successo proprio con la banca fallita che era nell’elenco delle migliori banche su cui investire. Questo succede – ha spiegato l’economista – perché i giornalisti si affidano alle dichiarazioni degli esperti di turno, alle valutazioni delle agenzie di rating e non leggono più i bilanci delle aziende di cui si parla. E’ arrivato il momento di mettere al lavoro un gruppo di economisti indipendenti dai poteri forti affinché elaborino un sistema alternativo a quello attuale basato esclusivamente sul consumo e sull’indebitamento per il consumo».
Un tale modello alternativo per ora non esiste, anche se c’è da guardare con interesse ai paesi emergenti, ha spiegato l’analista finanziaria Claudia Segre. E oltre a ripensare dalle fondamenta il modello economico, è anche indispensabile avviare piccole riforme che correggano almeno le distorsioni e i conflitti di interesse più evidenti.
Un esempio di queste aberrazioni lo ha fatto il parlamentare del Pd Pier Paolo Baretta, intervenuto nel dibattito con Napoleoni e Segre. Dopo lo scoppio della crisi è stato concesso alle banche italiane di poter conquistare il controllo di intere aziende. Fino a prima della crisi, il controllo era limitato al 15 per cento dei pacchetti azionari. Ora si potrà arrivare al 100 per cento. Le riforme si stanno facendo al contrario.

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