Rifiuti: riduciamoli alla fonte

Gli europei producono ogni giorno “quasi mezzo chilo” di rifiuti di imballaggi a testa. Gli italiani sono anche al di sopra di questa media con circa 200 chili pro capite all’anno, meno soltanto di irlandesi e francesi tra i paesi della vecchia Unione a 15. I dati sono stati diffusi quest’estate dalla Commissione europea. I nuovi obiettivi fissati da Bruxelles sono stati approvati nel 2004 e prevedono che oltre la metà degli imballaggi, entro il 2008 per i 15 paesi della vecchia Ue (esclusi Grecia, Irlanda e Portogallo), siano recuperati e avviati al riciclo. Gli stati che ne producono di meno sono Finlandia e Grecia con meno di 100 chili pro capite all’anno. Dal 1997 al 2002, soltanto Gran Bretagna, Austria e Danimarca, tra gli stati dell’Ue-15, hanno diminuito il consumo di imballaggi. La Grecia è molto indietro invece nel raggiungimento dei nuovi obiettivi. La Commissione Ue stima infatti che globalmente Atene ricicli il 33% dei materiali usati per le confezioni, la percentuale più bassa tra tutti i 15 vecchi stati dell’Ue.

Produrre meno rifiuti è semplice, basta non comprarli. Nell’articolo “Detersivo alla spina” sulla rivista Volontari per lo Sviluppo viene spiegato come riciclare la plastica sia ben più conveniente che riciclarla, perché lo stesso contenitore può servire un grandissimo numero di volte a costo zero. Inoltre il consumatore risparmia sull’acquisto del prodotto, al netto della confezione. Si parla dell’esperienza dei dispenser per la vendita di detergenti sfusi promossa dall’Ecoistituto del Piemonte, con il contributo della Provincia di Torino. Sperimentato da gennaio in tre città del torinese, Collegno, Venaria e Quincinetto, oggi il progetto ha preso piede in altri comuni piemontesi, ed è pronto a sbarcare anche in Calabria, Campania, Lazio e Puglia. La prima azione concreta è il riuso dei flaconi dei detersivi, che una volta esauriti possono essere nuovamente riempiti. Oltre che in alcuni negozi è possibile farlo nel furgone attrezzato con fusti, spillatori e bilance che gira staziona presso i mercati rionali e raggiunge a casa i clienti anziani e disabili, coprendo anche le zone dove i negozi non hanno aderito al progetto. L’obiettivo è di realizzare entro cinque anni un franchising di negozi completamente disimballati.

E di questo stile di vita sobrio, più attento ai rifiuti e all’impatto ambientale parla anche il movimento per la decrescita felice che sottolinea come “la crescita del p.i.l. non misura la crescita dei beni prodotti da un sistema economico, ma la crescita delle merci scambiate con denaro”. “Fare scelte esistenziali nell’ottica della decrescita significa quindi ridurre la quantità delle merci nella propria vita”. E’ così che Maurizio Pallante parla di scelte di vita sostenibile secondo cui non necessariamente i beni sono merci, perché si può produrre qualcosa senza scambiarla con denaro, ma per utilizzarla in proprio o per donarla. “I prodotti del proprio orto e del proprio frutteto autoconsumati non sono merci e, pertanto, non fanno crescere il p.i.l., ma sono qualitativamente superiori agli ortaggi e alla frutta prodotta industrialmente e comprata al supermercato”. A sostegno di questa filosofia si stanno creando in Italia numerosi distretti di economia solidale che si basano sul principio del produrre e consumare, meno e meglio.

Dati: AceA – Associazione per i Consumi Etici e Alternativi
settembre, 2005

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