Storie e numeri aggiornati sul malaffare ambientale sono riportati in Ecomafia 2007, il rapporto annuale di Legambiente. Il bilancio dell’anno scorso è di tre reati contro l’ambiente ogni ora. E ancora una volta è la Campania a detenere il record: il 13,5 per cento del totale nazionale. A questo dato se ne aggiunge un altro: il 13 aprile scorso è stato presentato a Napoli uno studio, svolto dalla Protezione civile con la collaborazione dell’Oms, sull’impatto della gestione dei rifiuti in Campania sulla salute umana. Quel che ne emerge è un conclamato disastro ambientale e sanitario, con un aumento dell’84 per cento delle malformazioni neonatali in pochi anni, e un costante aumento delle neoplasie, che interessano fasce d’età sempre più giovani. È il risultato di vent’anni di mancanza di controlli, ciò che ha lasciato alle mafie la gestione del territorio.
La storia delle mafie ecologiche campane affonda le radici nel terremoto in l’Irpinia nel 1980. Non che prima non esistessero, ma il sisma fu il grande impulso che trasformò un’attività artigianale in un vero e proprio business industriale. Arrivarono miliardi di lire per la ricostruzione, e immediatamente fiorirono, all’ombra di una camorra che per prima aveva fiutato l’affare, migliaia di imprese edili, cementifici. Attività che, una volta finita la ricostruzione, non hanno chiuso: già durante la fase di ricostruzione la Campania settentrionale è stata investita da una nuova ondata di edilizia abusiva.
Oggi esistono interi quartieri, soprattutto nella zona vesuviana interna, completamente abusivi, e altri ancora ne nascono giorno dopo giorno. Per far posto a queste colate di cemento, l’ecosistema della Campania viene quotidianamente colpito. La prima conseguenza è ovviamente una forte domanda di cemento, calce, gessi, intonaci, ecc.. Materiali realizzati spesso in modo a loro volta abusivo. Per fare il cemento occorre sabbia, e per fare cemento abusivo occorre sabbia abusiva. La sabbia viene ottenuta da cave altrettanto abusive. Scavi nel terreno, spesso non in sicurezza, per prelevare materiale di risulta da vendere in nero ai cementifici, spesso di proprietà degli stessi clan delle costruzioni.
L’attività estrattiva illecita, in Campania, è tra i crimini ambientali più diffusi da oltre 25 anni, e che ha un ruolo di primo piano sia da un punto di vista economico che occupazionale. Non richiede, infatti, lavoratori di elevata capacità tecnica, né alta tecnologia, e non è costosa. L’ultimo censimento di Legambiente elenca circa 2000 cave abusive nelle sole province di Napoli e Caserta. Con tutto il dissesto idrogeologico che ne consegue, e le catastrofi che avvengono puntualmente in corrispondenza di alluvioni e frane. Dai giorni tragici di Sarno e Quindici in avanti, non passa anno senza che le piogge lo ricordino. Oggi siamo di fronte ad una modifica del profilo di aree collinari e spesso anche di pianura. Non si salvano neanche le zone sottoposte a vincolo ambientale. La maggior parte delle cave abusive si trova in aperta pianura, dove vengono scavate grandi buche, si preleva il materiale e lo si vende ai cementifici, e si continua a scavare e vendere sabbia finché non si rompe la falda acquifera, ciò che forma sul fondo della buca laghetti artificiali. Questa tecnica ha aperto la strada ai grandi traffici di rifiuti industriali tossico-nocivi verso la Campania, perché le cave abusive diventano il luogo ideale dove interrare i rifiuti.
A partire dai primi anni ottanta, i camion carichi di rifiuti arrivano, spesso di notte, in corrispondenza delle cave, vi sversano il loro contenuto, poi qualcuno provvede a ricoprire il tutto. Questo tipo di scarico comporta gravi infiltrazioni di sostanze tossiche sia nel terreno che nelle falde acquifere. E i clan guadagnano due volte: prima vendendo la sabbia ai cementifici, poi facendosi pagare per lo smaltimento dei rifiuti industriali. Nel tempo, i clan hanno trovato il modo di lucrare una terza volta: riempita la cava di rifiuti, basta costruirci sopra una palazzina abusiva. Non solo si aumenta il guadagno, ma si rende praticamente impossibile ritrovare la discarica abusiva. Con il passare degli anni, e con il raffinarsi degli strumenti di indagine a disposizione della magistratura, l’ecomafia campana ha saputo evolversi, abbandonando progressivamente la tecnica dell’abbandono in cava dei rifiuti. Ha trasformato il territorio nel proprio laboratorio di tecniche di elusione della legge, e di collusioni con gli organi di controllo.
Oggi lo smaltimento con grossi camion e ruspe è stato abbandonato: risulta più facile riempire piccoli anonimi furgoni con poche decine di fusti di piccolo taglio che possono essere scaricati in pochissimo tempo. In una giornata lo smaltimento si ripete per tre o quattro volte. Dopo aver scaricato le sostanze tossiche, il cumulo di rifiuti viene incendiato, e provoca altissime colonne di fumo nero e denso. Soprattutto la zona tra Qualiano, Giugliano e Villaricca, secondo una definizione molto felice trovata da Legambiente oltre cinque anni fa, diventa ogni notte la «terra dei fuochi». Vengono usate tecniche rudimentali ma efficienti. Si depositano sul terreno pneumatici fuori uso, li si riempie con rifiuti, poi un po’ di stracci, una tanica di benzina, e i rifiuti spariscono per sempre. In realtà non spariscono, si spostano verso l’atmosfera, trasformandosi in fumi che verranno poi inalati dalle persone, polveri contaminanti che ricadranno sui campi o che andranno a contaminare altri territori spinti dal vento.
Per quanto riguarda i rifiuti industriali liquidi o fangosi, fino a una decina di anni fa le tecniche di smaltimento erano rudimentali, ma non meno ciniche. Si faceva viaggiare il camion cisterna per strade poco trafficate, lasciando leggermente aperto il rubinetto del bocchettone, in modo da sgocciolare lentamente il contenuto: qualche decina di chilometri, ed il carico era sparito. In altri casi, si procedeva ad aprire un tombino stradale, e a versare il contenuto direttamente nella fognatura. Oppure si portava il camion in campagna, e lì si sversava il carico direttamente nel terreno, o in canali di scolo.
I clan hanno inventato un modo per evitare guai giudiziari anche per questo tipo di rifiuti. Per la «fertirrigazione », attraverso spargimento di fanghi sul terreno, è necessaria solo un’autorizzazione amministrativa da parte dell’ente locale competente. E le pubbliche amministrazioni rilasciano con molta facilità queste autorizzazioni per lo smaltimento di fanghi per uso agricolo. Raramente però si preoccupano di controllare se sul terreno siano davvero cresciute delle colture, o se si tratti di depositi di idrocarburi. Il risultato? L’attività di spargimento sul suolo di rifiuti fangosi non ha neanche più la necessità di nascondersi. Si richiede, e si ottiene, l’autorizzazione alla «fertirrigazione », e poi arrivano i camion a scaricare. Non si cerca di nascondere lo sversamento abusivo: si fa in modo che non sia dimostrabile in tribunale. Le discariche abusive hanno trovato il modo di farsi autorizzare attraverso la «simulazione» del rispetto delle norme.
Sullo sfondo di questa ramificata holding criminale, c’è ancora una volta una pubblica amministrazione inefficiente. Non stiamo parlando semplicemente di casi di «corruzione» di pubblici ufficiali, che pure si sono verificati, e in quantità notevoli, ma di qualcosa di più sottile e diffuso: di amministratori pubblici disattenti, di personale che non presta attenzione alla documentazione che passa sulla propria scrivania. Lo Stato non ha saputo far altro che togliere lavoro a queste amministrazioni, e passare tutto a privati, o a società miste. Questa gestione si è rivelata un colabrodo difficilmente controllabile che, come ha denunciato più volte Legambiente, ha portato l’Italia a subire, dopo il danno, anche la beffa. I clan camorristi hanno riciclato il denaro ricavato dagli sversamenti inquinanti fondando aziende «pulite», con consigli d’amministrazione formati da prestanome, che si occupano di bonifiche di territori inquinati. Diviene allora prioritario, dicono in molti, un sistema integrato di verifiche e controlli che coinvolga gli organi amministrativi e di governo, e anche le associazioni ambientaliste e quelle dei cittadini: la sola via giudiziaria non basta.
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