Ci vediamo al presidio

APRILIA È UNA CITTÀ GIOVANE, in tutti i sensi. Inaugurata nel 1937, è stata popolata da ondate successive di giovani, prima negli anni ‘40 per coltivare le terre appena bonificate dal fascismo, poi negli anni ‘60 per lavorare nelle tante fabbriche create dalla Cassa del mezzogiorno e, in tempi più recenti, per cercare alloggi più economici rispetto a Roma. «In realtà sono i giovani di oggi i primi veri cittadini di Aprilia, siamo la prima generazione nata qui – dice Marco Procaccini, presidente della Rete cittadini contro la turbogas – I nonni e i padri sono arrivati per lavorare, provenienti da altre terre con cui non hanno mai tagliato il legame. Invece, questa è proprio la nostra città, dove molti di noi pensano di costruire il loro futuro, e non vogliamo farcelo scippare».

Una città piena di pendolari che ogni mattina vanno a Roma, per lavoro o per studio, e gli altri sono impiegati nelle fabbriche che non hanno chiuso, o in agricoltura, nell’edilizia o nei servizi. «Meno male che qualcuno ha ripreso a lottare, perché mi vengono i brividi a pensare che i miei figli debbano chiedere come favori quelli che dovrebbe essere diritti – dice Lina, pensionata di una delle fabbriche ormai chiuse, con un passato di impegno nel sindacato – Dopo tante battaglie, mi vergogno della situazione in cui siamo».

Li incontriamo a Campo di Carne, appena fuori Aprilia, seduti a uno dei tavolini davanti al casale diventato, da domenica scorsa, la sede del presidio permanente per impedire i lavori di costruzione della centrale turbogas della società Sorgenia [gruppo De Benedetti]. Intorno, altri tavoli, un grande barbecue, alcune tende e un darsi da fare continuo per attrezzare meglio il casale, sistemare cucina e bagno e montare, un po’ più in là, una rete per giocare a pallavolo. Sarà perché è sabato, ma c’è un grande andirivieni che, insieme a un sole da effetto serra ma comunque piacevole, scalda. Arriva la pizza rossa col vino, mentre Nina e Loredana cominciano già a chiedere in quanti pensano di restare a pranzo, per portarsi avanti con la cucina, visto che ci sono pochi fornelli. E, ogni tanto, i treni che passano proprio lì a fianco, suonano: «Lo fanno spesso per salutarci», dicono al presidio ben visibile dai vagoni che, sulla ferrovia a binario unico Roma-Nettuno, vanno piano in quel breve tratto che separa la stazione di Aprilia da quella di Campo di Carne.

Parliamo con Nino, venuto al presidio perché il figlio ha dormito lì la notte, con Fabrizio Consalvi, protagonista della vertenza sull’acqua iniziata un paio d’anni fa dal Comitato locale acqua pubblica, con Alessandra Venditti, consigliera comunale di Rifondazione. Insieme a loro, a Marco e a Lina, e con le incursioni di altri che si avvicinano per dire la loro, proviamo a capire perché, in quel posto con poca storia e «orgogli» culturali da rivendicare, un paesaggio un tempo bellissimo e ora non più, migliaia di persone si mobilitano contro un’opera che, tutto sommato, non sembra toccare così direttamente e materialmente i loro interessi e non peggiora più di tanto un luogo già sufficientemente devastato. È soprattutto l’esasperazione, dicono, per una condizione nella quale i cittadini sono sudditi, il diritto è diventato favore, le istituzioni sono eterodirette, la politica riproduce se stessa, l’illegalità è prassi e la democrazia un optional. Non sono slogan ma la descrizione, in estrema sintesi, di una situazione facile da verificare anche solo a scorrere le cronache.

Le storie di Aprilia

Inaugurata dal duce nell’aprile del 1937 [dal mese di nascita deriverebbe il nome], fu completamente distrutta a tempo di record sette anni dopo, nel 1944, dai bombardamenti alleati. Ricostruita nel dopoguerra, è diventata col tempo una importante zona agricola, poi industriale e infine di speculazione edilizia e abusivismo diffuso, con una popolazione schizzata da 15 mila residenti nel 1961 a 56 mila nel 2001 e un incremento costante, a oggi, di duemila persone l’anno. Come molte cittadine pontine e del basso Lazio, a partire dagli anni ‘70 Aprilia è stata soggiorno obbligato di almeno un centinaio di malavitosi con le loro famiglie: qui ha vissuto, fino alla fine, il boss Frank Coppola, qui c’è ancora la famiglia Alvaro. Né sono una novità le indagini dell’antimafia sulle possibili collusioni delle istituzioni con la criminalità organizzata che, non lontano da lì, ad Anzio, hanno portato allo scioglimento del consiglio comunale. Parallelamente, però, Aprilia ha vissuto i fermenti delle lotte operaie che hanno formato diverse generazioni e portato al governo della città, a più riprese, il centrosinistra, negli anni ‘60, poi ‘80 e ancora alla fine degli anni ‘90. «Questa non è una zona ‘geneticamente’ di destra, anche perché c’è un ricambio continuo di abitanti – racconta Alessandra Venditti – A cavallo fra gli anni ‘70 e ‘80, nel quartiere Montarelli il Pci prendeva il 70 per cento dei voti e sindaco era Berghi, un operaio della Buitoni». Sarà che molte fabbriche, finita la manna della Cassa del mezzogiorno, hanno preso i soldi e sono scappate, sarà che la politica si è indebolita così tanto da corrispondere solo agli interessi dei poteri forti, più o meno leciti, sta di fatto che ad Aprilia è diventato sempre più difficile vivere. Il centrosinistra, da parte sua, ha perso definitivamente credibilità e voti quando, con una delibera della giunta comunale, nel 1999, ha affidato alla società mista pubblico-privata Aser la riscossione dei tributi, avviando un’oscura stagione: all’Aser il 30 per cento di quanto riscosso per la Tarsu [sui rifiuti], l’Ici e altri tributi e addirittura il 70 per cento del recupero crediti [vedi scheda]. Intanto, il comune è alla bancarotta e non riesce, o non vuole, garantire i servizi essenziali, mentre la Caritas è sommersa da richieste di aiuto al punto che si parla di costruire un dormitorio pubblico.

A governare la città è oggi una giunta mista e senza colore definito, con il sindaco dell’Udc sostenuto da una parte del centrodestra, da un Ds e dalla Margherita, all’opposizione un pezzo di An, Rifondazione, Verdi, Sdi e il resto dei Ds.

Nel deserto nascono i fiori

A rompere gli argini è stata innanzitutto la vertenza dell’acqua [CartaQui ne ha dato più volte conto]: il Comitato per l’acqua pubblica di Aprilia e Cittadinanzattiva tengono in piedi da quasi due anni, col volontariato, il Centro di contestazione dove quotidianamente passano decine di cittadini con le bollette di Acqualatina in mano. Sono ormai 6.500, su un totale di 12 mila, le «utenze » che hanno deciso di non pagare, dopo gli aumenti stratosferici e ingiustificati decisi dal gestore e di versare direttamente al comune l’equivalente delle bollette precedenti agli aumenti. Una partecipazione certo motivata da un interesse diretto ma che ha mobilitato persone e famiglie «normali», ricreando perfino una certa forma di solidarietà e vicinanza.

Da qui, come pure dall’attività del Mattatoio, il centro culturale autogestito, uno dei pochissimi luoghi di aggregazione rimasti in città, sono probabilmente partite le premesse per la sorprendente mobilitazione della città contro la costruzione della turbogas. «È un insieme di interessi positivi che ha trovato in questa lotta uno spazio inedito di partecipazione, un luogo pubblico per persone con storie anagrafiche e sociali anche molto diverse. Ci ritroviamo con persone mai viste prima – dicono al presidio della Rete cittadini contro la turbogas – Ma questa battaglia è per noi anche un bivio. E uno dei rischi è che diventi un’enclave nell’enclave rappresentata dalla città stessa, che insomma non coinvolga, non sia di massa». Per questo motivo, oltre alle assemblee in cui tutto si decide, si cominciano a organizzare partire di calcio, spettacoli musicali, cene.

Aiuterebbe sapere che le istituzioni, locali ma anche regionali e nazionali, sono con i cittadini e non con gli interessi privati, in una stagione che potrebbe segnare il riscatto di una città il cui luogo comune, non al presidio ma per le strade di Aprilia, è che «la politica è tutta uguale» e che a governare è il malaffare.

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