Tracce di sviluppo. Il metodo dell'impronta ecologica

Esiste un’inadeguatezza della coltura dominante in cui l’economia ha perso di vista la natura e i cittadini sono ormai lontani dai sistemi naturali. Il modello di sviluppo dominante sembra non tener conto del fatto che la terra ha una dimensione limitata, che ci sono le leggi della termodinamica, che il sistema sociale ed economico è incluso nel sistema natura. La domanda che ci dobbiamo porre oggi è quanta risorsa naturale dobbiamo lasciare per consentire la vita sulla terra? Di quanta natura abbiamo bisogno?

L’impronta ecologica è uno strumento molto valido, un indice numerico per valutare la misura sia dell’impatto ambientale, sia dell’impatto sociale sul pianeta e quindi la distribuzione della ricchezza sulla terra. Tra l’altro è un concetto di facile comunicabilità che lascia poi libertà di scelta alle persone nei comportamenti da adottare.

Ma cos’è di preciso l’impronta ecologica? Possiamo immaginare di vivere in una città racchiusa in una cupola di vetro, che lasci entrare la luce ma che, completamente isolata, impedisca alle cose materiali di entrare o uscire. L’impronta ecologica è un indice numerico espresso in unità di area, che misura la superficie totale degli ecosistemi terrestri necessari per produrre le risorse da utilizzare per la vita di quella città, assorbirne i rifiuti prodotti e a garantire alle generazioni future la stessa possibilità di vita. Quindi l’impronta ecologica di una città sarà proporzionale alla sua popolazione e ai consumi materiali pro capite. Dato che le città moderne sopravvivono grazie a beni e servizi ottenuti da tutto il resto del mondo, attraverso flussi naturali o tramite scambi commerciali, la superficie coinvolta è più vasta dell’area fisicamente occupata dalla città o addirittura dal suo territorio amministrativo.

Alcuni esempi: l’impronta ecologica di un abitante degli Stati uniti è 12,2 unità di superficie (ettari), quella di uno dell’Eritrea 0,85 ettari. Un cittadino italiano ha un’impronta pari a 5,5 ettari contro una biodisponibilità di 1,92. Prendendo in considerazioni l’impronta ecologica mondiale, dati del 2004 vediamo che abbiamo un deficit procapite di 0,4 ettari quindi stiamo già consumando il capitale, la capacità vitale del pianeta e mettendo in serio pericolo la vita delle generazioni future. Ora aspettiamo i dati di ottobre 2006 (l’impronta mondiale viene calcolata ogni due anni) ma con lo sviluppo di Cina ed India c’è da aspettarsi un aumento del deficit. Le società occidentali dovrebbero ridurre di un fattore 10 l’input di materia ed energia e passare all’eco-economia. Lo faranno?

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