Manuale del biomunicipio. Amministratori locali e decrescita

Non so se ci avete fatto caso, il computer sottolinea la parola “decrescita” come fosse un errore, un elemento estraneo. Questo la dice lunga su quanta strada c’è ancora da fare, concettualmente, prima che la decrescita diventi il paradigma con cui declinare la nostra quotidianità. Anche l’Associazione dei Comuni Virtuosi si riconosce nei valori della decrescita, ed anzi la sperimenta ogni giorno nei tanti progetti che mirano al risparmio energetico, alla consociazione degli acquisti, a una gestione sensata del territorio.

Se dovessi rispondere alla domanda “cosa deve fare un amministratore di un ente locale sensibile alla decrescita per mettere in pratica buone prassi quotidiane?”, proverei a indicare un percorso a tappe. Il primo intervento da fare è rendere efficiente da un punto di vista energetico la “macchina comunale” [pubblica illuminazione, immobili come scuole, musei, impianti sportivi, biblioteche, municipi, etc.]. Attraverso il coinvolgimento delle cosiddette Esco è possibile risparmiare energia e denaro migliorando al tempo stesso le condizioni ambientali. Valga su tutti l’esempio del comune di Trezzano Rosa [Milano], primo comune in Italia ad aver adottato il meccanismo delle Esco per la pubblica illuminazione. Il contratto dura quindici anni, la società finanzia ogni aspetto [dalla realizzazione alla manutenzione dell’impianto], i risparmi generali si dividono a metà con il comune. Risultato? Duecentocinquantamila euro di risparmio complessivo, riduzione dell’inquinamento luminoso e atmosferico [www.comune.trezzanorosa.mi.it].

Poi mi muoverei sul Piano regolatore, cercando di promuovere una gestione del territorio [partecipata] che miri a razionalizzare gli spazi già occupati, introducendo per le nuove edificazioni criteri di bio-edilizia. In questo senso sono molte le esperienze virtuose già avviate, come a Vezzano Ligure [La Spezia]. Il comune ha introdotto un nuovo regolamento edilizio, cercando di promuovere e incentivare una modalità altra di costruzione, attraverso un percorso realmente partecipativo [www.comunivirtuosi.org].

Il terzo passaggio riguarda l’introduzione degli “acquisti verdi” nella pubblica amministrazione, cioè come gli enti locali possano introdurre requisiti ecologici nelle forniture di beni e servizi al momento dell’acquisto. È forse il primo passo per una pubblica amministrazione che non si limiti a predicare bene, ma intenda realmente modificare i propri comportamenti tenendo conto delle implicazioni ambientali e sociali, riducendo la propria “impronta ecologica” nell’acquisto di arredi, lampade, computer, fotocopiatrici, tessuti per divise, mezzi di trasporto, materiali da costruzione, carta, etc. I “Green Public Procurment” sono ad uno stadio molto avanzato in tante realtà pubbliche. Molto interessante l’esperienza della Provincia di Cremona [www.provincia.cremona.it/servizi/gppnet].

Fatti questi passaggi, risulta fondamentale incentivare i cittadini all’introduzione di nuovi stili di vita che consentano il risparmio di risorse, di energia, la riduzione dei rifiuti e degli inquinamenti, consentendo contemporaneamente anche un risparmio economico e un miglioramento della qualità della vita. A questo proposito vale la pena conoscere il progetto, già raccontato da Carta, “CambieReSti?” [consumi, ambiente, risparmio energetico, stili di vita] che il Comune di Venezia sta sperimentando insieme ad oltre 1.200 nuclei familiari del territorio [www.cambieresti.net].

Ma tutti questi progetti non devono diventare una scusa dietro la quale nascondere politiche energivore. Mi spiego: la raccolta differenziata ha un senso solo se alla fine dell’anno sono riuscito a convincere i cittadini a produrre meno rifiuti; i pannelli solari servono se prima ho reso efficiente da un punto di vista energetico l’edificio sul cui tetto ho deciso di installare il pannello; il nuovo quartiere impostato secondo i criteri della bioedilizia sta in piedi se prima ho verificato la necessità di costruirlo, il quartiere.

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