Cara Rossana Rossanda

ah, che dispiacere! Se perfino lei, che stimo tanto per dirittura morale e acutezza d’ingegno, ritiene buona cosa la costruzione del Mose a Venezia, vuol dire proprio che i gruppi dei contrari al progetto non sono stati capaci di mostrare le loro ragioni, le quali pure sono così lampanti. Vuol dire che la macchina di relazioni pubbliche del consorzio costruttore è arrivata fino alle vene capillari della società italiana, fino a giornali come il Manifesto e a guardiani attenti come lei.
Me ne dispiace per Venezia, ma anche per i lettori del Manifesto che questa volta non hanno ricevuto una buona informazione ma soltanto l’eco di quelle (interessate, bisogna dirlo) ubiquamente diffuse da raffinati consulenti mediatici.
Io non posso certo opporre la mia semplice esperienza di veneziano alla forza di convinzione che emana dalla sua autorità. Però mi pare giusto rapidamente rispondere ai tre punti che hanno spinto lei a convincersi per il sì.
Primo: Venezia lentamente affonda. Questo però non è più vero. Il fenomeno è stato interrotto anni fa sospendendo i pompaggi d’acqua dal sottosuolo. Le previsioni per i livelli futuri sono molto incerte.

Secondo:il Mose può portare a Venezia del personale altamente specializzato accanto ai troppi camerieri e simili. E’ vero che il livello culturale della città continua a decadere. Ma la sua soluzione sarebbe come bombardare San Pietro per poter poi mandare a Roma dei bravi architetti e restauratori.
Terzo: se ne parla da troppo tempo. Ma questa sarebbe una ragione egualmente valida per decidere per un no definitivo.
Sono ragioni così deboli che resto sorpreso. Perché dalla parte opposta ce ne sono altre molto più importanti.
Primo. Non si tratta di "salvare"Venezia ma di impedire la risalita di cinque-dieci centimetri di acqua in molte parti della città due volte l’anno. L’alluvione del 1966 non c’entra per niente.
Secondo. Lo stesso risultato si può ottenere con opere sperimentate e reversibili, come tra l’altro richiederebbe (condizionale degli italiani) la legge.

Terzo. L’opera costa 4,5 miliardi, che diventeranno di più, mentre non troviamo 200 milioni per bonificare la grande area di Marghera da decenni d’inquinamento industriale e liberarla dal pericolo chimico.
Quarto. L’ambiente sarà irrimediabilmente degradato dalla mastodontica opera, con i suoi immensi cassoni di cemento, le decine di migliaia di pali, la perdita dei sedimenti lagunari, l’aumento di velocità delle maree in entrata e in uscita.
Quinto: Le spese di manutenzione saranno centinaia di milioni l’anno, mentre fondazioni e rive della città si sgretolano implacabilmente sotto l’azione delle eliche dei motori e non ci sono fondi né cultura politica per impedirlo. Da questo sì, bisognerebbe salvare la città.
Ma vorrei che lei ci dicesse una cosa: chi è stato questa volta ad informarla sui dettagli? E perché questa volta lei non ha voluto controllare la serietà, forse il disinteresse, di quelle informazioni?

Venezia, 28 novembre 2006

*presidente emerito di Pax in Aqua

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