«La situazione dell’informazione non è buona». Adriano Celentano avrebbe potuto aggiungere anche questa constatazione nel suo ultimo disco di successo. E accomunare i giornalisti agli architetti nella sua invettiva. Avrebbe raccolto un applauso in più e la categoria non si sarebbe neppure tanto risentita. Certamente molto meno di quanto si è offesa quella dei costruttori di ecomostri. Il problema centrale, infatti, è che oggi una sorta di torpore sta lentamente, ma inesorabilmente, aggredendo una categoria ormai votata alla passiva accettazione dell’ esistente. Incapace di reagire perfino di fronte ad un fatto concreto e gravido di conseguenze, specie per le generazioni future, come la mancanza di un contratto di lavoro. E non mi riferisco alle debolezze dell’organizzazione sindacale dei giornalisti. Ma proprio all’assoluta arrendevolezza della mia/nostra/loro professione. Lasciamo per un momento da parte il problema dell’autonomia delle redazioni e delle testate. E’ questo un problema epocale ma che almeno si trascina il ricordo ormai sbiadito di furiose battaglie: la vendita del Messaggero di Sandro Perrone; Vittorio Feltri in anticamera per due mesi all’Europeo; le assemblee per Paese Sera. Lotte che, non a caso, appartengono alla preistoria del giornalismo. Ed anche tutte battaglie perse: delle tre testate che ho nominato, due non esistono più da anni. Battaglie perse, certo, ma almeno combattute fino in fondo. Oggi invece chi ha mosso un dito per la chiusura di Diario? E per Il manifesto agonizzante contano solo le sottoscrizioni? E se l’Unità finisce nelle mani dei padroni di Libero possiamo solo fare spallucce? Chi ricorda più una vertenza sull’informazione dove le parole libertà ed autonomia abbiano avuto ancora un valore centrale? Visto che l’autonomia e l’indipendenza delle testate non appassionano un granché, proviamo allora a concentraci su una questione più particolare, minimale all’apparenza, ma altrettanto strategica: quella dell’indipendenza personale del giornalista, oggi ridotta all’equazione: libertà uguale povertà uguale precarietà.
Qualcuno potrà obiettare che non è dal particolare che si può risalire al generale. Che il mio è un ragionamento empirico. Eppure da sempre nutro una convinzione: che è inutile parlare di indipendenza, autonomia e libertà se il primo che sembra poco attratto da queste tre condizioni è proprio il singolo, cioè il giornalista.
Intendiamoci subito sul significato di indipendenza. Un giornalista indipendente non è un giornalista fantasma, molto british, senza idee politiche. E’ un giornalista dotato di profonda onesta intellettuale che utilizza il suo essere operatore dell’informazione ad esclusivo vantaggio del lettore e/o ascoltatore e/o spettatore. Allora la domanda è: un giornalista per essere libero deve meritoriamente lavorare in una cooperativa, sotto pagato, con impegno quasi volontaristico? E se vuole essere indipendente in una testata «ricca»? Possibile che la libertà e l’indipendenza nella stampa e nelle televisioni nazionali appartengano ormai solo a quei giornalisti, un po’ rompicoglioni, magari un po’ «senatori», che hanno scelto di non fare carriera e che si sono scavati una nicchia da qualche parte? Ma perché un buon giornalismo deve per forza essere di nicchia? Da quanto tempo da un’inchiesta giornalistica non nasce un’inchiesta giudiziaria? Certo i tempi si sono fatti complicati. Il fatto che destra e sinistra si assomiglino sempre di più complica le cose. Entrambi gli schieramenti ormai obbediscono ad un’unica moltitudine di poteri forti che ha creato un muro di gomma che a sua volta vanifica anche le migliori delle intenzioni. Prendiamo un prodotto di qualità come Report. Milena Gabanelli e i suoi giornalisti svolgono la professione all’insegna della più assoluta delle indipendenze. Sono riusciti a creare qualcosa che va sulla Rai, ma che della Rai non fa parte. Report è un committente, senza o con pochi controlli, della Rai. E’ indipendente fin nella sua struttura perché fatto da giornalisti free lance. Ha fatto dell’indipendenza la sua cifra. E dimostra di essere vincente. Un’altra nicchia, certo, anche se una nicchia di grande ascolto. Ma qual è il segreto di Report? Il primo e più importante è: sta fuori dal coro. E qui mettiamo il dito nella piaga.
Il problema dell’indipendenza, a mio modesto avviso, sta tutto in quella cosa che si chiama coro. Lungi da me il voler generalizzare, ma oggi nell’informazione italiana, purtroppo a quasi tutti i livelli, non solo si scrive, si speakera, si monta in coro. Ma in coro si cercano le notizie. Vuoi perché le fonti ormai sono corali, dicono cioè tutte la stessa cosa, vuoi, soprattutto, perché in pochi hanno tentato almeno una volta di uscire dal coro. E così, ovviamente, abbiamo le stesse notizie su tutte le testate e i notiziari televisivi sono notiziari fotocopia. Indipendenza è allora cercare di cantare fuori dal coro? Capisco che molti giornalisti sono come Don Abbondio e chi non ha il coraggio di certo non può darselo. Capisco anche che per molti quello del giornalismo è solo un impiego come un altro. Capisco anche i «tengo famiglia». Capisco le pressioni ed i condizionamenti che subiscono i giornalisti che si occupano di politica e di economia. Ma ci sono altre cose che non capisco. Prendiamo un giornalista parlamentare. E’ proprio obbligatorio registrare la dichiarazione del leader di turno senza tentare mai una domanda che sia una domanda? E’ proprio obbligatorio seguire solo e soltanto la polemica del giorno? Prendiamo la cronaca. Facendo il giornalista da più di 30 anni posso dire, senza timore di essere smentito, che il giornalismo di cronaca italiano non ha mai toccato livelli più bassi degli attuali. Prendiamo il delitto di Perugia che tante paginate e dirette televisive ha occupato. Possibile che solo pochi cronisti, che possono essere contati sulle dita di una mano, abbiano avuto l’indipendenza di scrivere che quell’inchiesta è marcia? Che il magistrato che la conduce è un incompetente, che ha già dimostrato la sua incompetenza in un’altra inchiesta fantasiosa che alla fine gli è stata sottratta o quasi? Che la polizia ha commesso errori clamorosi? E a Perugia in quanti hanno scritto, a proposito del Lumumba «mostro» di turno, che prima di arrestare qualcuno, una volta almeno, gli investigatori verificavano il suo alibi? Perché i cronisti sono così ignoranti da credere e far credere [a proposito dell’arma del delitto] che la parola «compatibile» certifichi una qualche identità, mentre è noto che un coltello è «compatibile» con una ferita da taglio solo in quanto è un coltello?
Oltre alla questione del coro, a proposito dell’indipendenza, almeno personale, dei giornalisti italiani [ma il discorso potrebbe tranquillamente varcare le frontiere], gioca un ruolo devastante di cui, spesso, gli stessi giornalisti sono al tempo stesso vittime e carnefici: la spettacolarizzazione dell’informazione. Una volta si chiamava scoop. Oggi lo scoop si chiama clamore. Lo scoop non era soltanto la notizia che gli altri non avevano, ma era la novità che sovvertiva le credenze comuni, il fatto nuovo che ribaltava la storia, l’intervista imprevista che sconvolgeva le ipotesi più diffuse. Oggi lo scoop si è ridotto alla stranezza del fatto. Allo scandalo che può suscitare. Fa notizia il rom che, ubriaco, aveva ucciso quattro giovani e oggi diventa testimonial di una griffe di moda. E fa notizia anche se la notizia è falsa o al massimo è una trovata balorda, ma priva di effettivi riscontri, di un sedicente imprenditore di moda.
Fa notizia il ministro dell’Interno che, forse un po’ alticcio, parla a vanvera di minorenni che giocano a dadi e ragazzine che si prostituiscono per pagare i debiti di gioco. Nessun giornalista che chieda precisazioni. Quanta indipendenza ci vuole per chiedere al ministro, se non direttamente, almeno in un pezzo: ma dove? Ma quando? Ma chi? Ma da chi l’ha saputo? Si spara il titolo in pagina o in apertura di Tg, senza il minimo approfondimento. In Italia – i dati del Viminale parlano chiaro – tutti i reati, compresi quelli più gravi, sono in calo. E’ una tendenza che ci accomuna a tutto l’Occidente. Eppure mai come ora l’allarme sociale sulla criminalità è stato così alto. Giornali e televisioni si salvano con una nuova raffigurazione inventata di sana piana: la percezione sociale. Come dire: è vero i crimini diminuiscono, ma la gente ha paura lo stesso. Che possiamo farci noi giornalisti? Possiamo farci molto. Ad esempio smettere di inseguire quelli che io chiamo «i filoni dello sconcerto». Mi spiego: se la notizia dell’ubriaco al volante che uccide quattro ragazzi crea ascolto, allora potete stare certi che per almeno una settimana sulle prime pagine dei giornali e nei notiziari tv troverete un’autista ubriaco killer al giorno. Basta scorrere le cronache del mese di ottobre per accorgersi che è accaduto davvero.
Il meccanismo è semplice. Ci sono fatti che accadono in continuazione. Restano sommersi finché qualcuno non scopre che stupiscono, creano clamore e spaventano l’opinione pubblica. Allora si apre il «filone dello sconcerto» fino al prossimo filone. Il problema è che questo è un meccanismo informativo che si va consolidando con il passare del tempo. Sparisce un bambino? Per giorni sembra che il nostro sia un Paese dedito all’infanticidio. Ma perché lo stesso meccanismo non si applica agli incidenti sul lavoro, questi sì dal trend costante? Perché fa notizia l’incidente nei cantieri quando l’evento accade in un contesto drammatico e le vittime sono più di una? Il problema che alla fine dei conti investe direttamente l’indipendenza del giornalista, la sua capacità di nobilitare la sua professione [o almeno di non infangarla troppo] sta anche in questo: rifiutare la spettacolarizzazione. Sottrarsi alla tendenza dominante. Dire qualche no. Il mio è un discorso minimalista che parte troppo dal basso e che ignora i massimi sistemi dell’informazione? E se, per una volta, il basso diventasse alto?
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