Il caso di Kassim Britel torna in parlamento

Un'interrogazione parlamentare promossa da Emanuele Fiano [Pd] riporta l'attenzione del parlamento italiano sulla storia di Kassim Britel, cittadino italiano ingiustamente condannato in Marocco. Il governo risponde, ancora una volta, con vaghe promesse.

Sembra un copione tragico, alla sua terza o quarta replica. Un’interrogazione parlamentare, un nome e una storia che fanno capolino nell’aula di Montecitorio, una risposta vaga e insoddisfacente. La storia è quella di Abou Elkassim Britel, Kassim per chi lo conosce, cittadino italiano, vittima di extraordinary rendition, ingiustamente indagato dalla polizia e dai servizi segreti italiani e ingiustamente condannato in Marocco, dopo essere passato nel tritacarne dell’intelligence pakistana e della Cia. La domanda, semplice, l’ha posta questa volta il deputato lombardo del Pd Emanuele Fiano. Assieme a una trentina di colleghi del Pd ha presentato il 15 luglio un’interrogazione parlamentare urgente per chiedere al governo cosa intenda fare per riparare al torto subito da Kassim Britel e dalla sua famiglia. E’ la stessa domanda che è stata rivolta due volte al governo Prodi, dopo che, nel 2006, la magistratura ha disposto l’archiviazione per le indagini su Kassim, partite da una segnalazione anonima che lo indicava come contiguo ad al Qaida. Come per il governo Prodi, e anche peggio, se possibile, la risposta del governo Berlusconi, affidata al sottosegretario all’università Giuseppe Pizza, ha rispettato il copione: impegni vaghi e dichiarazioni di buona volontà. Troppo poco per un cittadino italiano che, come ha ricordato Fiano nella sua interrogazione, è stato additato addirittura come referende di al Qaida in Italia [Corriere della sera] e poi, a causa dell’esistenza di un’indagine a suo carico in Italia, condannato in Marocco a quindici anni di carcere, ridotti a nove in appello. Kassim è detenuto nel carcere di Oukasha, dopo essere passato per la prigione di Casablanca e, prima di essere processato, per due volte nella prigione segreta di Temara, famigerata per l’uso sistematico della tortura, che non gli è stata risparmiata.
Fiano è stato anche cortese, nei confronti del governo. Perché ha ritenuto opportuno non ricordare che il ministro degli esteri del 2003, Gianfranco Fini, era perfettamente al corrente di quello che Kassim, arrestato la seconda volta dai servizi segreti marocchini il 15 maggio 2003, stava passando a Temara. E ne era al corrente anche il ministro dell’interno di allora, Giuseppe Pisanu, perché esiste una comunicazione arrivata dal Marocco all’ufficio centrale della Digos e da questo diramata fino alla Digos di Bergamo [dove Kassim viveva] che prova che le autorità italiane sapevano che un cittadino era sottoposto a tortura. Sapevano, ma alla moglie Khadija Pighizzini e al suo avvocato Francescha Longhi dicevano di non sapere nulla. Fiano ha ricordato i due arresti subiti da Kassim, in Pakistan e in Marocco, e ha ricordato le sue proteste, con lunghi scioperi della fame, nel carcere di Ain Borja, a Casablanca, e a Oukasha. E ha ricordato anche che il suo caso è stato menzionato tanto nell’indagine sulle rendition compiuta dal Parlamento europeo, quanto dall’American civil liberties union. Ma ha ricordato soprattutto che il governo italiano si era impegnato a fare pressione sul Marocco, per ottenre dal re Mohammed VI un provvedimento di grazia, l’unico modo per far uscire Kassim dalla prigione. Una richiesta in tal senso era stata presentata, due anni fa, da una delegazione di parlamentari italiani che era andata in Marocco con una domanda di grazia firmata da oltre cento deputati, senatori e parlamentari europei. Domanda che il governo aveva promesso di appoggiare. A quella promessa non è seguita alcuna azione diplomatica degna di questo nome.
La risposta di Pizza, giovedì pomeriggio, è stata formale e senza alcun impegno vincolante per il governo. Il sottosegretario si è limitato a dire che l’ambasciata italiana in Marocco e il consolato italiano di Casablanca seguono con attenzione le condizioni di detenzione di Britel e si tengono in contatto con la famiglia. Punto. Il resto è solo «un auspicio del governo che si giunga quanto prima alla soluzione del caso». Ancora una volta, troppo poco.

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