Purtroppo siamo stati profetici. Avevamo detto che le leggi repressive non avrebbero fatto altro che aumentare la rabbia e la violenza dentro gli stadi e che avrebbero solamente spostato gli scontri al di fuori delle gradinate, e questo ciò è successo nella terribile giornata di ieri, con l’assassinio di Gabriele Sandri e gli scontri di ieri sera.
Prendiamo un esempio. Dopo la morte di Raciti, nel febbraio scorso, hanno di fatto vietato le coreografie sugli spalti, hanno impedito qualsiasi espressione creativa e positiva della cultura popolare rappresentata dal tifo. Una cultura popolare che va preservata, che importante perché contribuisce a diminuire le tensioni.
Senza l’organizzazione del tifo, rimane solo la violenza e la pianificazione dello scontro. Il fatto che il gruppo ultras tradizionale sia stato messo al bando ha portato alla mutazione genetica della figura del tifoso. L’unica attrattiva per un giovane che va allo stadio è quella militare e militaresca, perché non hanno lasciato altro. E i politici non sono consapevoli del fatto che utilizzare solo il pugno di ferro non favorisce l’aggregazione ma spinge al muro contro muro.
Gli assalti al Coni e alle caserme di ieri a Roma rappresentano tutto questo. «Siamo lontani da voi», dicono quei tifosi alle istituzioni sportive e alle forze dell’ordine. È una dichiarazione di guerra. Ora bisogna capire che bisogna mettere in campo altri strumenti, se non altro perché leggi più repressive di quelle approvate fino ad ora non ce ne sono. Hanno semplicemente alimentato lo scontro, e ciò non fa bene al calcio. Se ne renderanno conto?






