Non deve meravigliare lo sforzo organizzativo e politico che lo Spi-Cgil ha fatto per mandare una folta delegazione di donne alla manifestazione di sabato 24, a Roma. «Abbiamo aderito con convinzione–dice Betty Leone, segretaria nazionale dello Spi–perché c’è un forte legame tra noi e le associazioni di donne. Già nella manifestazione di Milano, due anni fa, in difesa della legge 194, la nostra partecipazione è stata convinta, numerosa e attiva. Non possiamo ignorare, adesso, il problema della violenza maschile contro le donne, che anzi deve diventare tema di dibattito profondo nella società italiana».
Non c’è il rischio che il problema reale e grave della violenza sulle donne sia strumentalizzato per alimentare l’allarme sicurezza?
Questo rischio c’è ed è anche contro questa strumentalizzazione che si scende in piazza sabato. Ci sono due aspetti della questione, secondo noi. Il primo è che la sicurezza non può essere inseguita come obiettivo in quanto tale, sganciato da qualsiasi analisi sulla rottura dei legami sociali nella società contemporanea. La società sta diventando, o almeno sembra che stia diventando, sempre più violenta e se non si prende coscienza del fatto che il problema è molto ampio, si elaborano politiche inefficaci e perfino dannose, visto che non si punta sulla prevenzione e sulla ricostruzione dei legami sociali. Poi c’è l’aspetto specifico della violenza sulle donne, che è la manifestazione, in questo contesto di maggiore violenza, della pretesa maschile di affermare il proprio dominio, di rimettere in piedi l’ineguaglianza dei rapporti di genere che è stata sfidata nei decenni passati. Fondare le politiche di sicurezza sulla questione della violenza sulle donne, vuol dire evitare il nodo culturale e nello stesso tempo trattare le donne come oggetto di protezione e non come soggetto di diritti e di proposta politica. Infatti, nella campagna mediatica che è partita dopo l’omicidio di Giovanna Reggiani a Roma, è stata del tutto cancellata la donna rom che, ribellandosi, ha denunciato l’aggressore. La donna ribelle, è ancora molto, troppo scomoda per gli uomini e per questo, anche, il perdurare della violenza tra le mura domestiche come scorciatoia maschile per l’affermazione di sé.
Cosa vi aspettate da domenica, dal giorno dopo il corteo?
Ci aspettiamo che si apra una discussione nel paese, che si riconosca che esiste un tema specifico, quello della violenza sulle donne, che interroga tutte e tutti e che non può essere ridotto a una questione di polizia o di espulsioni. Ci aspettiamo anche che questo tema entri nell’agenda politica e che la politica sia capace di trovare delle risposte, articolate e adeguate, per farvi fronte. Ci aspettiamo anche che il dibattito interessi gli uomini, visto che in questo caso, non si tratta di affermare la nostra esistenza o la nostra pari dignità, ma di dire che non possiamo e non vogliamo più essere vittime. Il problema della violenza sulle donne è un problema maschile e gli uomini devono essere capaci di analizzarsi e di accettare il rapporto paritario che abbiamo creato. Ci aspettiamo inoltre che, se questo dibattito si avvia, non si cerchi di intrecciare la questione dei diritti delle donne con quella del rapporto con le culture di provenienza dei migranti. Perché la violenza sulle donne, come il corteo di sabato afferma a voce alta, è innanzi tutto un problema domestico: basta andare in qualsiasi pronto soccorso italiano per vedere, a fine giornata o a fine settimana, quante sono le donne che si sono fatte soccorrere per violenze subite dal proprio compagno.
Come parteciperà lo Spi-Cgil?
Abbiamo deciso di organizzare dei pullman che partono dalle regioni più vicine. Contemporanemante alla manifestazione, a Milano c’è la riunione dei delegati dei sindacati pensionati di Cgil, Cisl e Uil, quindi nel nord molti saranno impegnati per questo appuntamento. Al di là della partecipazione logistica, però, l’adesione dello Spi-Cgil è convinta, fa parte della nostra percezione del ruolo sociale che un sindacato come lo Spi deve avere.






