Per la terza volta in due anni Youness Zarli è stato espulso dall’Italia per «motivi di sicurezza nazionale». E’ questa l’odiosa motivazione prevista dal cosiddetto decreto Pisanu che consente di cacciare un cittadino straniero dal nostro territorio senza alcuna procedura giudiziaria. Youness è un giovane marocchino di 26 anni, ha una moglie italiana e un fratello attualmente detenuto nelle carceri del suo paese per reati legati all’estremismo di matrice islamica. Avevamo parlato di lui nel numero 28 di Carta, a luglio del 2007, dopo la sua seconda espulsione, targata Pisanu, ma firmata dal ministro dell’interno Giuliano Amato. Cinque mesi fa, il 4 maggio, la Digos di Bergamo lo aveva fermato con un’operazione da film statunitense, in pieno centro cittadino, con tanto di auto a sirene spiegate e pistole in pugno. Youness è stato picchiato e dopo essere stato immobilizzato con il nastro isolante è stato rispedito in Marocco, senza una spiegazione, senza dargli il tempo di consultare il suo avvocato o di salutare sua moglie Jessica. La prima volta era successo nel 2005: stessa motivazione, identiche modalità.
Dopo la seconda espulsione Youness ha vissuto nella propria casa la profonda sofferenza causata dalla separazione forzata dalla giovane moglie. Ora lei aspetta un figlio e a Youness è apparso normale starle accanto. Aveva ancora un visto di ingresso, mai ritirato, che dopo il matrimonio del marzo di quest’anno ,gli consentiva di rientrare in Italia regolarmente. Non è servito a niente, visto che martedì scorso è stato fermato sul lungolago di Como e dopo un processo per direttissima è stato «accompagnato» alla frontiera, che è un modo subdolo ed elegante per dire che lo hanno cacciato a forza sul primi volo che da Malpensa partiva per Casablanca.
Qual è la colpa di Youness? Essere fratello di Salah Zarli, finito nell’inchiesta del pubblico ministero milanese Stefano Dambruoso che indagava su presunte cellule di terroristi di matrice islamica operanti in Italia. A lui non sono contestati fatti specifici, ma – anticipando il proprio decreto in vigore dal primo novembre scorso – il ministro dell’interno ha ritenuto che la «responsabilità familiare» fosse una causa sufficiente per espellerlo. Youness, dice sua moglie, non si è mai occupato di politica e in Italia faceva una vita uguale a quella di molti giovani «indigeni»: sport [era stato campione nazionale di kick boxing], amici, discoteca. Dopo l’espulsione del 2005, Youness ha trascorso diversi mesi di carcere in Marocco, nella prigione segreta di Témara, tappa obbligata per tutti i detenuti in odore di fondamentalismo. A Témara, un centro di detenzione illegale vicino la capitale Rabat, ha subito le pressioni dei servizi segreti marocchini e le torture degli aguzzini del carcere. Ma le torture e i metodi persuasivi dei servizi non sono bastati a provare la sua appartenenza a gruppi islamici eversivi. Il processo celebrato contro di lui non ha potuto evitare che venisse scagionato da ogni accusa e liberato.
Anche la magistratura del Marocco, non certo tacciabile di filo-integralismo, ha dovuto metterlo fuori. Youness non c’entra niente con le storie politiche del fratello. Non ha mai fatto parte di gruppi impegnati, sua moglie, il kick boxing e la musica sono le sue passioni.
Tutto questo non importa al nostro ministro degli interni che se a parole esprime qualche dubbio sulla costituzionalità del decreto proposto dal suo splendido predecessore [votato però dalla stragrande maggioranza del parlamento, in piena psicosi dopo gli attacchi terroristi di Londra, nel luglio del 2005] nei fatti lo applica con disinvoltura. Rispetto al caso di Youness, Amato è in vantaggio su Pisanu: 2 a 1, nella discutibile gara a chi espelle di più.
Le norme più qualificanti del decreto Pisanu sono a termine: scadono il 31 dicembre di quest’anno. Una data che in molti attendono per capire se l’Italia finalmente ascolterà le critiche delle organizzazioni internazionali dei diritti umani, che da due anni sollevano dubbi sulla legittimità del decreto.
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