Diciotto giorni di sciopero della fame

Nella prigione di Ain Borja, a Casablanca, in Marocco, le ambulanze entrano ogni giorno. Stanno portando via, uno per uno, i detenuti politici, in gran parte islamisti, che da metà novembre stanno rifiutando il cibo. La protesta è partita quando, nel carcere di Salé, una serie di trasferimenti forzati hanno sottratto i detenuti alla routine, alle amicizie, alle visite dei familiari che in carcere sono il solo conforto. Tra i prigionieri di Ain Borja c’è un cittadino italiano, Kassim Britel, condannato ingiustamente nel 2003 per associazione sovversiva dopo un processo farsa in cui l’unica «prova» della sua colpevolezza era l’esistenza di un’indagine in Italia. Nel 2006 quell’indagine approssimativa, partita sei anni prima, è stata archiviata senza che Kassim fosse nemmeno rinviato a giudizio. Non è bastato questo al governo marocchino per concedere la grazia a una persona finita, grazie alla collaborazione tra servizi segreti di Italia, Pakistan, Usa e Marocco, nel tritacarne della rete delle extraordinary renditions e passato attraverso le torture dell’Isi pakistana, della Cia e dei servizi di sicurezza marocchini. Kassim aveva deciso il 16 novembre scorso di iniziare lo sciopero della fame, diretto contro il governo italiano che aveva promesso, un anno fa, di fare pressione sul governo marocchino per ottenere la grazia. Una richiesta di grazia firmata da cento tra deputati, senatori ed europarlamentari era stata consegnata all’inizio del 2007 alle autorità marocchine, e il governo italiano, rispondendo a un’interrogazione parlamentare presentata da Ezio Locatelli [deputato del Prc] aveva detto che sarebbe intervenuto. Quell’intervento non c’è mai stato. Per questo Kassim si è unito allo sciopero della fame dei suoi compagni di prigionia e dal 16 novembre ha smesso di alimentarsi. Ieri, lunedì, ha mandato una lettera al ministro della giustizia marocchino per spiegare che, oltre alle ragioni dello sciopero che condivide con gli altri detenuti, c’è un «di più»: un caso macroscopico di ingiustizia internazionale, di cui si è interessato il parlamento europeo nelle indagini sulle extraordinary renditions, ma di cui il governo italiano fa finta di non sapere nulla. Le carte delle indagini, invece, raccontano che la Digos di Bergamo, da cui è partita la catena di eventi che hanno portato Kassim in carcere, sapeva tutto: dall’arresto in Pakistan alle torture in Marocco, al processo senza prove. Se il governo italiano mantenesse la promessa di intervenire sarebbe appena un minimo risarcimento per l’incubo che Kassim Britel e sua moglie Khadija Pighizzini sono stati costretti a vivere.

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