Noboru Ikemoto, Seiha Fujima, Hiroki Fukawa. Sono questi i nomi dei tre detenuti giapponesi giustiziati venerdì. Il fatto che si sappiano è già un’anomalia all’interno della macchina della morte di stato giapponese, che esercita questa violazione dei diritti umani nel silenzio più assoluto. I condannati vengono tenuti in apposite strutture, dove – denuncia Amnesty International – godono di meno diritti degli altri detenuti. Ma, soprattutto, non sanno la data della loro morte fino al momento dell’esecuzione. Lo stato non la comunica né a loro né ai loro familiari, e fino ad oggi non rendeva neppure note le identità dei giustiziati. In questo modo, protestano le associazioni per i diritti umani, i condannati vivono nel continuo terrore della propria morte imminente. Oltre che crudele, questo meccanismo non consente appelli dell’ultim’ora. Tuttavia c’è chi legge la comunicazione dei nomi come un passo avanti, sia pur piccolo, verso una maggiore trasparenza in materia di esecuzioni.






